Referendum costituzionale: hanno vinto tutti gli anti

Al Quirinale la responsabilità di individuare un nuovo punto di equilibrio per il Paese

Parole chiave: Referendum (20), voto (2), politica (97), Costituzione (19)
Referendum costituzionale: hanno vinto tutti gli anti

Con il 59,11% dei voti (19.419.507) il No ha vinto al referendum costituzionale e Matteo Renzi si recherà oggi dal presidente della Repubblica per rimettere il mandato. L’affluenza è stata del 68,48% e, in 61.551 sezioni, il Sì ha raccolto il 40,89% dei voti (13.432.208). Gli elettori, dunque, hanno respinto la riforma della Costituzione approvata dal Parlamento. Tra gli italiani all’estero, il Sì ha raggiunto il 64,70% con 722.672 voti mentre il No si è fermato al 35,30% con 394.253 voti.

Il voto referendario oltre ad affermare che gli italiani preferiscono conservare la Costituzione così com’è, porta con sé la consapevolezza di un Paese diviso. E conferma come l’Italia resti un Paese complesso che ha bisogno di classi dirigenti capaci di governare la complessità. Chi saprà leggere meglio la complessità del Paese, chi saprà rispondere al disagio sociale e alla protesta, chi saprà resistere alle tentazioni della chiusura e della autoreferenzialità, chi saprà proporre un orizzonte di sviluppo nazionale che non prescinda dalla casa comune europea, chi saprà fermare la deriva populista… forse – sottolineiamo forse – avrà il diritto di governare. Diversamente, dovremo tutti abituarci ad altri e diversi paradigmi, a partire da quello della riaffermazione della sovranità nazionale a scapito del disegno europeo

Gli italiani hanno detto “No” all’ipotesi di riforma della Costituzione sottoposta al vaglio referendario. E lo hanno detto forte e chiaro, andando a votare mai così numerosi (68,48%). Ma soprattutto nelle urne hanno decretato la vittoria del “No” con un 59,11% che è la somma di una infinità di ragioni. Anche solo elencarle è faticoso: il “voto di pancia” evocato da Grillo; l’onda lunga della protesta contro la “casta”; il vento delle destre che spira fortissimo in Occidente, dagli Stati Uniti di Trump al cuore dell’Europa; il profondo disagio di ampi strati sociali e la mancanza diffusa di lavoro soprattutto giovanile; il tributo talvolta insopportabile da pagare sull’altare della globalizzazione economica; la mancata soluzione del problema dell’immigrazione; un anti-europeismo galoppante; l’avversione militante di due poli (Movimento5Stelle e centrodestra suddiviso in tre tronconi, Forza Italia, Lega e Fratelli d’Italia) sui tre che occupano la scena politica italiana; la divisione interna del Pd; la personalizzazione del voto referendario da parte del presidente del consiglio.

La prima e immediata conseguenza è arrivata dopo soli 90 minuti dalla chiusura delle urne: le dimissioni irrevocabili di Matteo Renzi dalla presidenza del consiglio, con il riconoscimento di una sconfitta politica di cui si è assunta per intero la responsabilità.

Gli atti successivi sono scritti nella prassi istituzionale e costituzionale: dimissioni dell’intero governo, salita al Quirinale per rassegnare le dimissioni nelle mani del presidente della Repubblica, attesa delle decisioni di Sergio Mattarella per garantire stabilità al Paese attraverso un governo in grado di completare la legislatura, sempre che sussista una maggioranza in grado di esprimere e sostenere un nuovo governo. Difficile in questo momento ipotizzare una soluzione e i tempi necessari. Anche se urge approvare da parte del Parlamento la Legge di stabilità e possibilmente trovare un accordo sulla nuova e indispensabile legge elettorale, pena una condanna quasi certa all’ingovernabilità a causa dei due diversi sistemi elettorali per l’elezione di Camera e Senato.

 Ma forse in queste ore e soprattutto nei prossimi giorni sarà utile ripensare alle conseguenze del voto.

Prima fra tutte: il voto referendario oltre ad affermare che gli italiani preferiscono conservare la Costituzione così com’è, porta con sé la consapevolezza di un Paese diviso. La campagna referendaria ha registrato toni eccessivi e persino inaccettabili. Ma noi ci rifiutiamo di dividerci in Guelfi e Ghibellini. Lasciamo ad altri esercitarsi in questa pratica distruttiva. Piuttosto, chiediamo prima alla società civile e poi alle forze politiche, di farsi carico della capacità di costruire ponti, di sbarrare la strada ai fomentatori di odio e ai sostenitori dei muri, di scommettere sulla solidarietà e sulla giustizia sociale; di mettere in fuorigioco i propagandisti della post-verità.

In ogni caso l’Italia resta un Paese complesso che ha bisogno di classi dirigenti capaci di governare la complessità.

Difficile non evocare in queste ore un grande leader del passato, Aldo Moro, che della lettura della complessità del Paese era un maestro. Chi saprà leggere meglio la complessità del Paese, chi saprà rispondere al disagio sociale e alla protesta, chi saprà resistere alle tentazioni della chiusura e della autoreferenzialità, chi saprà proporre un orizzonte di sviluppo nazionale che non prescinda dalla casa comune europea, chi saprà fermare la deriva populista… forse – sottolineiamo forse – avrà il diritto di governare. Diversamente, dovremo tutti abituarci ad altri e diversi paradigmi, a partire da quello della riaffermazione della sovranità nazionale a scapito del disegno europeo. E dopo l’elezione a sorpresa di Donald Trump e in attesa delle tornate elettorali francese e tedesca che dovrebbero di norma precedere il voto politico italiano, nulla può essere dato per scontato.

Forse le prove più serie per il Paese sono tutte davanti a noi, a prescindere dall’esito del referendum. Al presidente della Repubblica la delicata ricerca di un equilibrio oggi difficile da intravvedere.

Fonte: Sir
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