Non è l’ora di tornare a votare

Una analisi sulla complessa situazione politica dopo la sentenza della Consulta

Parole chiave: elezioni (44), politica (112), italia (198), parlamento (16), riforme (14)
Non è l’ora di tornare a votare

Volete le elezioni anticipate? Mettetevi d’accordo e fate cadere il Governo. Non siete capaci di mettervi d’accordo? Il Governo proseguirà sulla sua strada. Le regole del gioco in Italia sono chiare, ma il Presidente Mattarella è costretto a ripeterle alle forze politiche come un maestro di scuola elementare: a quanti gli stanno facendo pressione per lo scioglimento anticipato delle Camere ripete che il Parlamento, finché ha i numeri, è sovrano. Il Capo dello Stato non forzerà.

Sono troppo drammatici i problemi dell’Italia (la crisi economica, la povertà, il terremoto, il nodo dei migranti), troppo grandi le rivoluzioni sulla scena internazionale (Siria, Brexit, Trump) per accettare il capriccio di quei leader che stanno scalpitando per tornare al voto, e non si preoccupano se un nuovo Parlamento dovesse nascere paralizzato fin dal primo giorno, se dovesse formarsi senza nuove maggioranze come tutte le proiezioni del momento lasciano purtroppo intendere. Le leggi elettorali di Senato e Camera – riscritte dalla Corte Costituzionale la scorsa settimana – sono operative ma strabiche, una proporzionale, l’altra maggioritaria: gli addetti ai lavori hanno calcolato che molto difficilmente, in caso di voto, si avrebbe la sospirata governabilità.

In questa pagina de «La Voce e Il Tempo» il giurista Franco Pizzetti illustra le problematiche aperte dai verdetti della Corte Costituzionale e i nodi che il Parlamento dovrebbe sentire il dovere di affrontare nei prossimi mesi per il bene del Paese, rendendo omogenee le leggi elettorali come chiedono tutti i costituzionalisti. Non è il momento di tirare i remi in barca. Pare invece il momento di fare politica, nel suo senso più proprio, che consiste nel cavalcare i problemi anziché subirli e sapere immaginare scenari nuovi, puntare in alto, dedicarsi alla costruzione del consenso. Se l’impazienza delle opposizioni che vogliono chiudere la legislatura (Cinque Stelle, Lega Nord) in questo senso è distruttiva ma rientra nel gioco delle parti, quella che stiamo avvistando nelle mosse di Matteo Renzi rischia di essere soltanto distruttiva: il Parlamento a maggioranza Pd ha i numeri per continuare a governare, è lo stesso Parlamento che ha approvato la riforma costituzionale, l’Italicum, il Job Act, la fiducia a Gentiloni.

Ci sembra che l’elemento più fragile in questo momento sia il Partito Democratico, uscito male dal Referendum del 4 dicembre. La corrente del «no» ha ottenuto la caduta del «proprio» premier Renzi, il quale adesso deve scegliere: far saltare il partito e il Parlamento per regolare i conti, oppure rinviare la prova di forza per garantire il proseguimento della legislatura. Quale che sia la decisione, occorrerà pretendere che venga motivata in Parlamento, confermando o sfiduciando il Governo di Gentiloni. Sarà il passo eloquente, da valutare e ricordare.

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