L'Italia che parla

L'analisi dopo il voto tra incognite e senso di responsabilità, nelle mani del Presidente Mattarella

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L'Italia che parla

Una valanga di «no». Renzi ha perso. Nettamente, senz’appello. Ha perso prima di tutto perché nel calcio d’inizio ha trasformato il referendum in un plebiscito. E plebiscito è stato: contro di lui e il governo. Il secondo messaggio è che la democrazia in Italia, e funziona alla grande, è in grado di mobilitare un’affluenza impensata ed impensabile alla vigilia.

Dietro il «no» c’è una serie impressionante di motivi, ma il primo, è stato averlo personalizzato.

Così, sin dal primo giorno, le pattuglie che si preparavano ad una battaglia dura e faticosa si sono messe su un terreno grande, diverso, scosceso ma apparentemente con un unico obiettivo: sì, certo, respingere una riforma ritenuta malfatta, e i molti «no» dicono solo questo, ma in realtà molti lo hanno fatto per altri motivi: una valanga di motivi, quelli portati sul tavolo dal sessanta per cento di «no».

In quella valanga c’è, prima di tutto, il malessere degli Italiani: ci sono i troppi giovani senza lavoro, c’è il Paese con il più alto numero di generazione Neet, ci sono le periferie abbandonate delle città, ci sono le strade ridotte a grattugie, ci sono tutte le contraddizioni del grande sforzo fatto per migliorare l’Italia, ma che in parte si è sbriciolato lasciando sul tappeto morti e feriti; c’è il Sud terribilmente solo e nella situazione di sempre (a Palermo il 71 per cento di «no» dice tutto), c’è lo stile discutibile di chi, in Campania, ha messo in allarme anche l’antimafia.

Malessere reale, paure, timori, promesse non mantenute. E questo è il plotone più consistente dell’esercito che ha vinto. Poi, certo, ci sono gli avversari politici che mai hanno perdonato a Renzi di essere andato a Palazzo Chigi senza passare dalle elezioni: ci sono i 5 stelle, i leghisti di Salvini, una parte consistente di Forza Italia, Fratelli d’Italia e, insieme, la destra più profonda e la sinistra più pura e dura. Poi, naturalmente, la minoranza del Pd ed alcune illustri vittime del rottamatore: dunque un coagulo di forze che nulla hanno in comune se non il desiderio di mandare a casa una persona che, per ragioni diverse, li ha scontentati, irritati o offesi contemporaneamente.

Quindi, certo, un pizzico di populismo, ma soprattutto il risultato di una politica che non è più riuscita a parlare alla parte più povera del Paese e ad intercettarne i bisogni, i drammi, le realtà.

Questo distacco ancora più ampio tra Paese reale e Paese virtuale, ci ha visti per quasi due anni occuparci delle regole e della modifica della Costituzione mentre prima, ci dicono le urne, avremmo dovuto occuparci di uscire dalla recessione, di creare opportunità di lavoro per i nostri nipoti, di ricreare un Paese uscito a pezzi dalla crisi lunghissima dell’economia: avremmo dovuto occuparci più di salvare le industrie, che i grandi gruppi industriali e finanziari. Avremmo dovuto occuparci di più del prezzo del latte. E poi c’è la voce del ceto medio massacrato, disossato, ridotto, quasi cancellato dalla crisi. Forse non è stato ascoltato, forse non è stato visto e registrato a sufficienza, probabilmente si è sentito “perso” nella galassia planetaria che deve fare i conti con le spese per i figli al micronido, a scuola, nel pre e post scuola, con il biglietto del treno e tutto ciò che fa la vita di ogni giorno. Chiunque venga dopo Renzi, cui va l’onore delle armi per il messaggio nella notte drammatica del referendum, messaggio di alto valore istituzionale, morale, affettivo che fa giustizia di alcune sue intemperanze, della sensazione diffusa di un uomo solo al comando, di un isolamento da establishment che certo non gli hanno giovato.

Ma non dimentichiamo le ragioni del «sì». Chi ha votato «sì», lo ha fatto con convinzioni profonde, provate, ispirate, tenaci, onorevoli. Lo ha fatto mentre buona parte dell’Italia scriveva «Renzi contro tutti». Lo ha fatto con la consapevolezza di chi riconosce, forse, la fragilità della riforma, ma ha pensato che comunque sarebbe stato un passo avanti. Lo ha fatto con la consapevolezza di votare per sé, ma soprattutto per il futuro dei propri figli e nipoti. Lo ha fatto con lealtà e «cognizione di causa». Lo ha fatto pensando alle crisi di governo, allo spread, alle borse, ai mutui. Non hanno votato «sì» soltanto i poteri forti (come dicono i fautori del «no»), ma anche padri e madri di famiglia. Lo hanno fatto in percentuale ricchi e poveri, ceti medi e ceti alti. In questo senso il referendum è stato divisivo, ha spaccato l’Italia, famiglie, padri e figli. Ma è stato un confronto schietto, leale, consapevole. E nessuno, oggi, si deve sentire più giusto degli altri. C’è chi ha vinto e chi ha perso; il futuro e la responsabilità delle forze politiche faranno il resto. Forse. Renzi ha contato e anche molto su questa sponda, ma non ha avuto ragione. È la vita.

La democrazia è questo. E la democrazia italiana, ancora una volta, ha dato una prova di confronto e di dialogo, degna delle più belle democrazie d’Occidente.

È impossibile intercettare tutti i messaggi che, lentamente, stanno uscendo dalle urne. Ma bisogna farlo e anche in fretta, perché quando la spallata è così forte, magari annuncia che un certo malcontento (che come abbiamo visto ha tanti colori, diverse passioni, differenti indirizzi) è giunto al punto di rottura.

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