"Pray for Quebec" non esiste

Una analisi sulla strage in Canada dimenticata troppo in fretta

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"Pray for Quebec" non esiste
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Due giorni dopo l'attacco alla moschea di Quebec City, con sei morti e diversi feriti, nonostante l'atto sia stato subito definito di terrorismo dal Primo ministro canadese Justin Trudeau e dagli altri paesi, non esiste disegno o segno virale sul web e sui social media che manifesti la solidarietà verso le vittime.

Eppure a essere colpito è un paese occidente, non una lontana landa africana o asiatica, i cui attentati quotidiani non scuoto più alcuna coscienza occidentale da tempo. La ragione risiede forse nel fatto che il presunto colpevole non sia un esponente dello Stato Islamico, ma un giovane canadese bianco e xenofobo radicalizzato non nell'ideologia jihadista ma nell'islamofobia? Una novità che lascia sconcertati perché non siamo di fronte a musulmani che uccidono altri musulmani, sunniti contro sciiti, wahabiti contro apostati. Parrebbe un caso simile al norvegese Behring Breivik della strage dell'isola di Utoya del 2011: "lone wolf", cioè un soggetto solitario. Ma il clima in cui siamo immersi non è certo isolato: per usare le parole del grande umanista franco-bulgaro Tzvetan Todorov: “Oggi l’islamofobia e il jihadismo si rafforzano vicendevolmente”.

In ogni caso è stato difficile disegnare un cartello "Pray for Quebac". Probabilmente perché chi è stato ucciso stava proprio pregando. Non pregava però come preghiamo noi, laici o credenti, quando mettiamo un "mi piace" o condividiamo un messaggio di sentita vicinanza per delle vittime. Tutte e sei gli uomini stavano pregando veramente e in una modalità islamica che o non conosciamo quasi, o ci risulta lontana ed estranea. Ho l'impressione che lì risieda il cortocircuito che ha impedito agli stessi canadesi, e a chiunque altro in Occidente, di esprimere la semplice frase solidale "Pray for Quebac".

Non proverò a pregare, ma ricordare i loro nomi penso sia l'atto minimo per contrastare la de-umanizzazione che rischia di accompagnare queste vittime anche dopo il loro atroce massacro. Khaled Belkacemi, 60 anni, professore di origine algerina; Abdelkrim Hassane, 41 anni programmatore anche lui di origine algerina; Aboubaker Thabti, 44 anni, di origine tunisina, lavorava in un centro di lavorazione del pollame, Mamadou Tanou Barry, 42 anni, informatico originario della Guinea; Ibrahima Barry, 39 anni, funzionario pubblico anche lui originario della Guinea.

* Rete europea RAN, Radicalisation Awareness Network

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