"La prevenzione è l’anima della lotta al terrorismo"

Dopo il convegno a Torino. Lorenzo Vidino, Georges Washington University: «in italia livelli più bassi di radicalizzazione. la repressione da sola non basta»

Parole chiave: estremismo (1), radicalizzazione (3), cultura (36), reazione (2), convegno (38), torino (590), piemonte (72)
"La prevenzione è l’anima della lotta al terrorismo"

Combattere il terrorismo e l’estremismo violento non è solo una questione di misure di sicurezza, occorre un’opera di prevenzione che deve vedere coinvolti amministrazioni pubblici e società civile, questure e istituti penitenziari, comunità religiose e associazioni che lavorano con i migranti, scuole e famiglie. Nasce così il Ran, Radicalisation Awareness Network, per volontà della Commissione europea.

Il progetto è stato lanciato a settembre 2011 per iniziativa dell’allora commissario Ue Cecilia Malmstrom al fine di aiutare gli operatori di prima linea e per facilitare lo scambio di esperienze e buone pratiche tra di loro, per promuovere politiche e programmi di prevenzione e contrasto dal basso che favorissero la resilienza delle comunità verso il fenomeno, coinvolgendo nei suoi gruppi di lavoro i diversi operatori attivi nei territori: docenti, operatori sociali, polizia, amministrazione penitenziaria, esperti, comunità e organizzazioni della società civile. 

A presentare i risultati delle attività del network europeo, insieme alle iniziative che dallo scorso anno sono state avviate in Piemonte, il convegno «Verso un approccio regionale alla prevenzione della radicalizzazione», svoltosi di recente a Torino, organizzato dalla Regione Piemonte in collaborazione con Viviana Premazzi (Università di Torino e Fieri) e Luca Guglielminetti di Ran e associazione Leon Battista Alberti, con esperti su prevenzione e radicalismo a livello europeo, nazionale e regionale. E l’Italia è ancora indietro: siamo «uno dei pochissimi paesi europei ancora privo di una strategia nazionale di prevenzione della radicalizzazione che intervenga sui giovani e nei luoghi a rischio», hanno detto Premazzi e Guglielminetti.

«È sbagliato sovrapporre il tema dell'immigrazione a quello della sicurezza», ha detto Monica Cerutti, assessore regionale all'Immigrazione. La repressione da sola non può risolvere i problemi, ma allo stesso tempo non bisogna sottovalutare il pericolo del terrorismo e prima ancora della radicalizzazione di cui il terrorismo si nutre.

Per  Lorenzo Vidino, direttore del programma sull’estremismo alla George Washington University, e coordinatore della Commissione di studio sul fenomeno della radicalizzazione e dell’estremismo jihadista voluta dalla Presidenza del Consiglio dei ministri, «non si vedono in Italia gli stessi livelli di radicalizzazione di altri Paesi europei. Prendiamo il numero dei foreign fighter, ad esempio», che sono «poco più di cento in Italia rispetto ai 1.500 della Francia». Perché? «Si tratta di un insieme di fattori: sociologia; demografia, (non c’è un numero alto di seconde e terze generazioni); capacità delle nostre comunità islamiche di avere dei forti anticorpi; il lavoro operato negli ultimi 20 anni dal nostro apparatoantiterrorismo; la presenza di un sistema giuridico preparato, vuoi anche per il terrorismo degli anni Settanta; il sistema delle espulsioni, criticabile ma efficace».

L’Italia, ha aggiunto, «è 5-10 anni indietro rispetto ad altri Paesi Ue, e questo per paradosso, è una cosa positiva». Ma occorre fare altro «un approccio basato solo sulla repressione, che non è più efficiente. Per esempio, si è avvertita un’esigenza, da parte di forze dell’ordine e intelligence, di utilizzare anche strumenti di prevenzione: misure soft, che vanno a prevenire processi di radicalizzazione in fase embrionale».

Le misure di contrasto della radicalizzazione sono considerate ormai necessarie sia dai reparti italiani dell’antiterrorismo, che concordano sul fatto che non si possa continuare a parlare di prevenzione solo tramite lo strumento delle espulsioni, sia dalla società civile e da tutti quegli attori che si trovano ad avere a che fare con soggetti radicalizzati o a rischio di radicalizzazione, dalle famiglie, alle scuole, alle carceri e hanno bisogno di sapere a chi potersi rivolgere. La prevenzione diventa allora quel punto di incontro tra attori della società civile e forze di polizia nell’interesse superiore della tutela del singolo a rischio di radicalizzazione e dell’intera comunità.

La «prevenzione della radicalizzazione» è attività diversa, dice Cristina Caparesi, pedagogista dell’Università di Udine,  dalla «prevenzione del terrorismo»: la sua finalità è quella di intervenire prima che siano commessi reati. Le misure, che si indirizzano a scuole, istituti penitenziari, comunità o famiglie, mirano ad intervenire prima che si imbraccino le armi o per spingere ad abbandonare i gruppi estremisti e violenti attraverso quei particolari programmi che vanno sotto il nome di «deradicalizzazione».

In discussione in Parlamento, ha detto Andrea Giorgis, membro della Commissione Affari costituzionali della Camera, la proposta di legge Dambruoso-Manciulli «Misure per la prevenzione della radicalizzazione e dell'estremismo violento di matrice jihadista», che mette al centro la collaborazione tra soggetti nazionali, regionali e locali, assegnando un ruolo importante alle politiche territoriali di prevenzione. Ancora una volta, nel corso del convegno, è stato sottolineato che una legge sulla prevenzione della radicalizzazione dovrebbe occuparsi del fenomeno inteso a 360° e non considerare solo la dimensione religiosa. La risposta ad un ritardo strutturale arriva oltre che dall’impegno del Governo, anche attraverso questa Commissione, con tutti gli attori sociali,

Uno dei risultati più importanti del lavoro della Commissione è aver appurato che «i percorsi di radicalizzazione si sviluppano soprattutto in alcuni luoghi, nelle carceri e nel web, più che in altri che abbiamo magari molto seguito negli scorsi anni o decenni. Non c’è un idealtipo uguale per ciascuno dei soggetti che si radicalizzano, sono situazioni molto diverse», ha spiegato il premier Gentiloni. Che ha aggiunto: «C’è una specificità italiana nei fenomeni di radicalizzazione: le dimensioni numeriche della radicalizzazione sono minori che in altri Paesi. Ma il fatto di avere un numero minore di persone radicalizzate o foreign fighter non ci deve indurre a sottovalutare il fenomeno e la necessità di capirlo». Le buone pratiche esistono, prova ne è il fatto il «caso» su Torino (vedi box), in cui sono stati presentati progetti e risultati di un percorso, occasione per mostrare quanto le stesse comunità musulmane, contestate ogni volta dopo un attentato per non fare abbastanza per prevenirlo o per condannarlo, siano in realtà già attive nella prevenzione della radicalizzazione, con progetti nelle scuole e nelle carceri e in attività di dialogo con istituzioni e organizzazioni del territorio. Anche se talvolta i progetti e le iniziative sono di un singolo gruppo o associazione, il convegno è stato l’occasione tra i musulmani per guardarsi in faccia, sapere di essere attivi sul tema e, sperano gli organizzatori, sviluppare ulteriori future collaborazioni. 

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È proprio grazie alla Ran e ai ricercatori e operatori coinvolti nella Rete europea che a Torino, dal 2012, sono stati attivati i primi progetti pilota nelle scuole superiori di città e provincia. Tra i primi progetti, «Islam, radici, fondamenti e radicalizzazioni violente», un corso promosso dall’associazione Leon Battista Alberti con l’Asai, la Co.Re.Is e il Ce.Se.Di., che porta nelle classi esperti e testimonianze - dalle vittime del terrorismo ai giovani migranti e gli imam - per rafforzare il pensiero critico degli studenti di fronte alla propaganda del terrore e agli stereotipi che pervadono i media.

Ma anche le iniziative dell’associazione interreligiosa «Noi siamo con voi»: «Anche se la situazione del terrorismo e del radicalismo oggi è molto più complessa e si sviluppa a livello internazionale», dice Giampiero Leo, vice presidente del Comitato diritti umani della Regione Piemonte e portavoce del coordinamento interconfessionale «Noi siamo co voi», «credo che possa essere utile, adeguandolo ai tempi, il modello realizzato in Italia durante gli anni di piombo per combattere il terrorismo. Allora si realizzò una alleanza virtuosa tra istituzioni, magistratura e forze dell'ordine, partiti, sindacati e società civile, mobilitati tutti insieme per sconfiggere la violenza e difendere la democrazia».

Se è vero, infatti, che bisogna decostruire il nesso immigrazione-islam-terrorismo, è altrettanto vero che il terrorismo e la radicalizzazione jihadista sono solo una delle forme in cui questo si può presentare: esistono, infatti, diverse matrici di terrorismo che agiscono sullo scenario nazionale ed internazionale contemporaneo.

A Torino esistono efficaci buone pratiche, proposte e azioni innovative ed efficaci, sorte spesso da iniziative dell’associazionismo, dell’università o delle circoscrizioni. Come quella promossa dal Forum «Politiche di integrazione e nuovi cittadini» della Circoscrizione 7, che ha attivato una collaborazione tra la casa circondariale «Lorusso e Cutugno» e diverse associazioni islamiche di Torino per fornire assistenza spirituale continuativa ai detenuti musulmani.  

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