Europa, lo spettro dell'«effetto domino»

Il futuro dell’Unione dopo il referendum britannico del 23 giugno: l’asse franco-tedesco, da sempre la “locomotiva” continentale, appare poco solido, mentre gli euroscettici e i populisti alzano la voce

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Europa, lo spettro dell'«effetto domino»

Un fantasma si aggira per l’Europa, lo spettro dell’«effetto domino». Dopo la Gran Bretagna, a chi tocca? Quale sarà, dopo il voto del 23 giugno in favore della Brexit, il prossimo Paese che sbatterà la porta dell’Unione europea? Marine Le Pen esulta e non ha dubbi: ora tocca alla Francia. La mattina del 24 giugno, la leader dell’estrema destra francese è apparsa giubilante: senza perdere tempo, la presidente del Fronte nazionale fondato da suo padre Jean-Marie, ha inneggiato a quella che ha definito come «una vittoria della libertà» e ha reclamato un referendum anche in Francia e in altri Paesi. Ne ha approfittato per coniare un neologismo: così come il popolo britannico si è pronunciato per la Brexit, il popolo francese deve votare per il Frexit. Un neologismo analogo comincia a circolare anche nei Paesi Bassi: Nexit (si sa che in olandese il nome dei Paesi Bassi è Nederland).

Insomma, Marine Le Pen e tutti gli euroscettici dell’Unione puntano ora sull’«effetto domino». L’esultanza della bionda Marine è tanto più sfacciata in quanto il Fronte nazionale è stato l’unico, fra i principali partiti politici d’Oltralpe, ad aver fatto apertamente campagna in favore dell’uscita della Gran Bretagna dall’Ue.

Quella stessa mattina di venerdì 24 giugno, in un clima da day after, mentre le Borse andavano a picco, uno dei primi a telefonare a David Cameron è stato François Hollande. Ma quello che avrebbe dovuto essere un messaggio di conforto ha fatto pensare piuttosto a un messaggio di condoglianze. Senza attendere che il premier britannico annunciasse pubblicamente la decisione di dimettersi fra qualche settimana, il presidente francese ha espresso amarezza, disappunto e tristezza di fronte a quella che ha definito «una scelta dolorosa», che «mette a dura prova l’Europa». Il primo ministro Manuel Valls ha rincarato la dose: secondo lui la Brexit è un «elettrochoc», un terremoto, una «deflagrazione» che devasta il continente europeo e tutto il mondo.

Non c’è dubbio che la dislocazione sia la minaccia più seria fra tutte quelle che si addensano sull’Ue all’indomani del terremoto Brexit. Una domanda angosciosa che «Le Monde», in un’edizione speciale, ha sbattuto in prima pagina con un titolo a effetto: «L’Union européenne peut-elle se relever?» (può risollevarsi l’Unione europea?). In altre parole, la crisi innescata dalla Brexit può essere superata, oppure è il segnale della fine di un sogno iniziatosi 59 anni fa con la firma del trattato di Roma, trattato fondatore della Comunità europea?

Il problema è che i dirigenti dai principali Paesi europei danno l’impressione di non sapere cosa fare. Peggio ancora, i capi di Stato e di governo sono divisi riguardo alla strategia da mettere in atto per tentare di rilanciare l’Europa. Alla vigilia del referendum britannico, il presidente francese Hollande aveva alzato la cresta: se vincerà la Brexit, bisognerà immediatamente riattivare il motore franco-tedesco in modo che l’Europa, ridotta da 28 a 27, possa superare rapidamente la crisi. In realtà, quello che sta accadendo è esattamente il contrario, e i febbrili vertici convocati in fretta e furia (sabato 25 giugno, a Bruxelles, i ministri degli Esteri dei sei Paesi fondatori della Comunità europea; lunedì 27, a Berlino, summit a tre fra Angela Merkel, François Hollande e Matteo Renzi) sono serviti a poco o nulla, tranne che a mettere in evidenza le divisioni che lacerano l’Ue.

leggi l'articolo completo su il nostro tempo del 3 luglio

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