Bergoglio in Azerbaigian: la fede non è un superpotere…

Nel suo terzo giorno nel Caucaso, Papa Francesco incontra la piccola comunità dei cattolici Azeri: parla di fede e di servizio ed identifica due tentazioni che possono ostacolare il cammino del cristiano.

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Nel suo terzo giorno nel Caucaso, Papa Francesco incontra la piccola comunità dei cattolici Azeri: parla di fede, servizio ed identifica due tentazioni che possono ostacolare il cammino del cristiano.

Nella chiesa dell’Immacolata Concezione di Baku, la capitale dell’Azerbaigian, la piccola comunità cattolica si è stretta questa mattina attorno al Pontefice: “Qualcuno può pensare che il Papa perda tanto tempo per visitare una piccola comunità”. Sono le parole che Francesco ha pronunciato a braccio: “È una comunità di periferia ma il Papa in questo imita lo Spirito Santo, anche Lui è sceso dal cielo in una piccola comunità di periferia chiusa nel Cenacolo. Quella piccola comunità con timore si sentiva povera, perseguitata forse, o lasciata da parte, e gli dà la forza per proclamare il nome di Gesù. Le porte di quella comunità che erano chiuse dalla paura o dalla vergogna si spalancano ed esce la forza dello Spirito. Il Papa «perde» il tempo come lo ha «perso» lo Spirito Santo in quel tempo”.

L’Azerbaigian è abitato da poco meno di dieci milioni di persone. Il 96% della popolazione è di religione musulmana mentre cristiani (perlopiù ortodossi) ed ebrei rappresentano una minoranza. Quella dell’Immacolata Concezione è l’unica chiesa cattolica della capitale: costruita nel 2007, può contenere circa 300 persone e fa parte del Centro Salesiano.

La fede non è un superpotere

La fede è un dono di Dio e va sempre chiesta, ma va anche coltivata da parte nostra: “Non è una forza magica che scende dal cielo, non è una dote che si riceve una volta per sempre, e nemmeno un super-potere che serve a risolvere i problemi della vita”. Perché una fede utile a soddisfare i nostri bisogni sarebbe una fede egoistica, tutta centrata su di noi. La fede non va confusa con lo stare bene o col sentirsi bene, con l’essere consolati nell’animo perché abbiamo un po’ di pace nel cuore. “La fede è il filo d’oro che ci lega al Signore, la pura gioia di stare con Lui, di essere uniti a Lui; è il dono che vale la vita intera, ma che porta frutto se facciamo la nostra parte”.

Come un tappeto...

E qual è la nostra parte? Gesù ci fa comprendere che è il servizio. Fede e servizio non si possono separare, anzi sono strettamente collegati, annodati tra di loro. In Azerbaigian, terra di tappeti, Papa Francesco usa proprio questa immagine: “i vostri tappeti sono delle vere opere d’arte e provengono da una storia antichissima. Anche la vita cristiana di ciascuno viene da lontano, è un dono che abbiamo ricevuto nella Chiesa e che proviene dal cuore di Dio, nostro Padre, il quale desidera fare di ciascuno di noi un capolavoro del creato e della storia. Ogni tappeto, voi lo sapete bene, va tessuto secondo la trama e l’ordito; solo con questa struttura l’insieme risulta ben composto e armonioso. Così è per la vita cristiana: va ogni giorno pazientemente intessuta, intrecciando tra loro una trama e un ordito ben definiti: la trama della fede e l’ordito del servizio. Quando alla fede si annoda il servizio, il cuore si mantiene aperto e giovane, e si dilata nel fare il bene. Allora la fede, come dice Gesù nel Vangelo, diventa potente, fa meraviglie. Se cammina su quella strada, allora matura e diventa forte, a condizione che rimanga sempre unita al servizio”.

Ma che cos’è il servizio?

“Possiamo pensare - ha osservato - che consista solo nell’essere ligi ai propri doveri o nel compiere qualche opera buona. Ma per Gesù è molto di più. Nel Vangelo di oggi Egli ci chiede, anche con parole molto forti, radicali, una disponibilità totale, una vita a piena disposizione, senza calcoli e senza utili. Perché è così esigente Gesù? Perché Lui ci ha amato così, facendosi nostro servo «fino alla fine» (Gv 13,1), venendo «per servire e dare la propria vita» (Mc 10,45).

Dunque, non siamo chiamati a servire solo per avere una ricompensa, ma per imitare Dio, fattosi servo per nostro amore. E non siamo chiamati a “servire ogni tanto”, ma a “vivere servendo”. Il servizio è allora uno stile di vita, anzi riassume in sé tutto lo stile di vita cristiano: “servire Dio nell’adorazione e nella preghiera; essere aperti e disponibili; amare concretamente il prossimo; adoperarsi con slancio per il bene comune”.

La tiepidezza del cuore...

Non mancano anche per i credenti le tentazioni, che allontanano dallo stile del servizio e finiscono per rendere la vita inservibile: “Un cuore tiepido si chiude in una vita pigra e soffoca il fuoco dell’amore”. Chi è tiepido vive per soddisfare i propri comodi, che non bastano mai, e così non è mai contento; poco a poco finisce per accontentarsi di una vita mediocre. Il tiepido riserva a Dio e agli altri delle “percentuali” del proprio tempo e del proprio cuore “senza mai esagerare, anzi cercando sempre di risparmiare”. Così la sua vita perde di gusto: “diventa come un tè che era veramente buono, ma che quando si raffredda non si può più bere”.

...e l’iperattività

C’è una seconda tentazione, nella quale si può cadere non perché si è passivi, ma perché si è “troppo attivi”: “quella di pensare da padroni, di darsi da fare solo per guadagnare credito e per diventare qualcuno”. Allora il servizio diventa un mezzo e non un fine, perché il fine è diventato il prestigio “poi viene il potere, il voler essere grandi”. “Tra voi però – ricorda Gesù a tutti noi – non sarà così: ma chi vuole diventare grande tra voi, sarà vostro servitore” (Mt 20,26). Così si edifica e si abbellisce la Chiesa. Riprendo l’immagine del tappeto, il Papa ha osservato che ciascuno di noi “è come uno splendido filo di seta”, ma solo se sono ben intrecciati tra di loro i diversi fili creano una bella composizione; da soli, non servono.

Da qui l’invito a restare sempre uniti “vivendo umilmente in carità e gioia”: “il Signore, che crea l’armonia nelle differenze, vi custodirà”.

La religione non usa Dio per imporre la violenza

“L’attaccamento ai genuini valori religiosi è del tutto incompatibile con il tentativo di imporre con violenza agli altri le proprie visioni, facendosi scudo del santo nome di Dio”. Nel pomeriggio Papa Francesco ha incontrato le autorità Azere al centro Heydar Aliyev di Baku: “La fede in Dio sia fonte ed ispirazione di mutua comprensione e rispetto e di reciproco aiuto, a favore del bene comune della società”.

La “cultura della pace” si nutre di una incessante disposizione al dialogo e della consapevolezza che “non sussiste alternativa ragionevole alla paziente e assidua ricerca di soluzioni condivise, mediante leali e costanti negoziati”.

Il Papa ha poi concluso il suo discorso augurandosi che il Caucaso, che San Giovanni Paolo II definì “porta tra l’Oriente e l’Occidente”, possa diventare anche una “porta della pace” ed un esempio a cui guardare per risolvere antichi e nuovi conflitti.

Le religioni albe di pace

La ricerca della pace ed il rifiuto di strumentalizzare Dio per favorire interessi di parte e per fini egoistici, sono stati al centro del dialogo con lo Sceicco ed i rappresentanti delle altre comunità religiose, presso la Moschea Heydar Aliev a Baku. “Trovarsi qui insieme è una benedizione” ha esordito Papa Francesco. “Aprendo le porte all’accoglienza e all’integrazione, si aprono le porte dei cuori di ciascuno e le porte della speranza per tutti”.

Il Papa ha osservato che: “La fraternità e la condivisione che desideriamo accrescere non saranno apprezzate da chi vuole rimarcare divisioni, rinfocolare tensioni e trarre guadagni da contrapposizioni e contrasti”; sono però invocate e attese “da chi desidera il bene comune, e soprattutto gradite a Dio, Compassionevole e Misericordioso, che vuole i figli e le figlie dell’unica famiglia umana tra loro più uniti e sempre in dialogo”.

Aprirsi agli altri “non impoverisce, ma arricchisce”, perché aiuta a essere più umani: a riconoscersi parte attiva di un insieme più grande e a interpretare la vita come un dono per gli altri; a vedere “come traguardo non i propri interessi, ma il bene dell’umanità”; ad agire “senza idealismi e senza interventismi”, senza operare dannose interferenze e azioni forzate, bensì sempre nel rispetto delle dinamiche storiche, delle culture e delle tradizioni religiose.

“Nella notte dei conflitti, che stiamo attraversando - ha concluso il Pontefice - le religioni siano albe di pace, semi di rinascita tra devastazioni di morte, echi di dialogo che risuonano instancabilmente, vie di incontro e di riconciliazione per arrivare anche là, dove i tentativi delle mediazioni ufficiali sembrano non sortire effetti”.

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