La svolta autoritaria del "sultano" Erdogan

La complessa situazione dello Stato che unisce il mondo arabo e islamico con l'Occidente

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La svolta autoritaria  del "sultano" Erdogan

Un dittatore con il turbante nella Nato?  È ancora presto per dirlo ma i diciotto articoli del nuovo testo costituzionale non promettono nulla di buono e sembrano segnare una netta svolta presidenzialista e autoritaria della Turchia di Erdogan. I primi articoli dell'attuale legge che si riferiscono alla forma repubblicana e alla laicità dello Stato non corrono pericoli, ma ciò che sparirà dalle pagine della Carta riguarda la separazione dei poteri tra giudiziario, legislativo ed esecutivo per cui il ‘sultano’ di Ankara avrà mano libera in tutti i settori. Controllerà ogni mossa della magistratura, nominerà giudici, procuratori e ministri, potrà cacciarli quando vorrà ed emanerà decreti legge a suo piacimento, potrà sciogliere il Parlamento che avrà un ruolo decisamente minore di quello attuale e decretare lo stato di emergenza. Concentrerà nelle sue mani strapoteri per altri dieci anni.

Il sogno di Recep Tayyip Erdogan, salvo colpi di scena, sta per diventare realtà: trasformare la Turchia in una Repubblica presidenziale e governare da monarca assoluto. Rimarrà in carica per due mandati, pari a dieci anni. In realtà governa già da tempo il Paese con il pugno di ferro e il fallito mini golpe del luglio scorso lo ha reso ancora più forte.

Così ha deciso il Parlamento di Ankara che ha approvato la riforma radicale della Costituzione in senso presidenzialista. Non è stato difficile avere i voti necessari in aula con l'opposizione decimata dagli arresti e intimorita dai toni del leader massimo. Per evitare problemi Erdogan ha trovato un fedele alleato nei nazionalisti di estrema destra del partito Mhp, il movimento da cui uscì il killer turco Alì Agca, che attentò alla vita di Papa Giovanni Paolo II il 13 maggio 1981.

Ma ora si guarda al prossimo passo, resta infatti ancora uno scoglio da superare, il referendum popolare a cui sarà sottoposta la riforma in aprile. L'esito appare quasi certo, anche se non tutti i sondaggi danno per scontata la sua approvazione. Se il Presidente verrà confermato alle elezioni del 2019, Erdogan potrebbe governare per altri dieci anni, fino al 2029 con poteri speciali, come un dittatore, instaurando una specie di «sultanato». Più a lungo di Ataturk, che guidò la Turchia dal 1923 al 1938. I segni di megalomania e autoritarismo si sono manifestati alcuni anni fa anche in progetti faraonici e costosissimi come la costruzione del nuovo palazzo presidenziale ad Ankara (oltre 300 milioni di euro) due anni fa. Un gigante immane (1.200 sale in stile neo-ottomano) protetto da oltre mille poliziotti, 3 mila telecamere e da una guardia molto  speciale.  Il Presidente-sultano riceve capi di Stato, ministri e ambasciatori, scortato da soldati in costume che rappresentano i sedici imperi della storia turca.

La sfrenata ambizione di Erdogan di far risorgere una Grande Turchia neo-imperiale avanza come un fiume in piena, di pari passo con una repressione che lascia sempre meno spazio di manovra all'opposizione politica. I leader che cercano di opporsi ai diktat del Presidente finiscono dietro le sbarre come il capo del partito filocurdo (Hdp) Salahettin Demirtas, che rischia 60 anni di carcere con l'accusa di aver organizzato «un gruppo terroristico», ma anche le altre forze politiche sono sorvegliate da vicino, come gli esponenti del Partito repubblicano del popolo (Chp) e i curdi, contrari alla bozza costituzionale.

Ha fatto scalpore ciò che è accaduto a un tranquillo deputato curdo, cacciato e sospeso dal Parlamento solo per aver ricordato il genocidio degli armeni e delle altre minoranze compiuto dai turchi negli anni della Grande Guerra.

Per il despota d'Oriente i giochi non sono ancora fatti, anche se la campagna referendaria si svolgerà in un clima di tensione e di repressione contro la stampa di opposizione. Dovrà alzare la guardia anche nei confronti del terrorismo jihadista, uno dei tanti nemici interni che lo ossessiona da qualche tempo. Dopo gli ultimi attacchi, come quello nella discoteca di Istanbul a Capodanno, che hanno insanguinato il Paese, Erdogan ha scatenato la caccia alle cellule dell'Isis ormai ramificate in gran parte della Mezzaluna, ad Ankara, Istanbul, Bursa e a Gaziantep, al confine con la Siria e con una consistente presenza di miliziani neri.

Retata anche a Smirne, sulla costa Egea, dove sono state arrestate diverse persone sospettate di aver legami con il Daesh e di voler seminare il panico in città con nuovi stragi. Ma anche nel cuore dell'Anatolia, nella Turchia profonda, il Califfo recluta miliziani per la guerra santa contro infedeli e «traditori» musulmani, come a Konya, antica capitale del sultanato turco selgiuchide, diventata una base per reclutare combattenti per la Siria. Qui, a Konya, la città del poeta sufi persiano Mevlana Rumi (i famosi Dervisci ruotanti), l'attentatore uzbeko del Reina sul Bosforo aveva preso un alloggio con la sua famiglia.

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