Venezuela sull’orlo della guerra civile

Una analisi storico-politica sulla situazione nel paese latinoamericano

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Venezuela sull’orlo della guerra civile

Dal giorno della sua elezione, oltre quattro anni fa, i due Paesi o aree di crisi più ricorrenti nel magistero di Papa Francesco sono la Siria e il Venezuela. Il suo primo appello per la pace e il dialogo in Venezuela è del 21 aprile 2013 e continua senza sosta da allora.

Dal primo momento di questa lunga crisi, il cui inizio risale al 2007-2008, quando Jorge Mario Bergoglio era ancora Arcivescovo di Buenos Aires, il futuro Papa ha sempre avuto una diagnosi molto veritiera e precisa: le conseguenze economiche e finanziarie della crisi internazionale che progressivamente portarono il prezzo del barile di petrolio da 150 a 50 dollari, strangolando l’economia venezuelana che vive solo ed esclusivamente di greggio e, quindi, l’esaurimento di queste ingenti risorse, che il governo usava con grande abilità politica per governare il consenso sociale, ha finito per strozzare anche il socialismo bolivariano di Hugo Chávez.

Questi due fattori, intrecciati fra loro in modo talmente forte al punto da lasciare pochi spazi di manovra alla classe governante del chavismo, potarono rapidamente ed inesorabilmente il Venezuela alla crisi che vediamo oggi forse nella sua parte peggiore e finale. Si aggiunga a tutto ciò l’imponderabile venir meno del carisma di Hugo Chávez, ammalatosi di cancro nel 2011 e deceduto, dopo diversi interventi a Cuba, il 5 marzo 2013. Chávez, consapevole della gravità della crisi del suo modello. nonché della fine anche del suo singolare sogno rivoluzionario, gravemente malato, non ebbe mai né il tempo, né le condizioni per preparare una sua successione. Il tipo di leadership, da lui voluta ed esercitata, ostacolò ogni dibattito all’interno del suo movimento e quindi la scelta del ‘delfino’, Nicolás Maduro, l’attuale Presidente, fu frutto delle mediazioni tra i gruppi di poteri riuniti al capezzale del malato: collaboratori vicini al Presidente che stava morendo, Forze armate e partiti del blocco bolivariano.

Quando Nicolás Maduro dovette sottoporre la sua presidenza della Repubblica, ereditata da Hugo Chávez, alla sovranità popolare, si trovò con una grande sorpresa, momento di svolta per la crisi del Paese: il chavismo non era più la maggioranza della nazione. Infatti, Maduro, il 14 aprile 2013 batté il candidato della destra e dei gruppi di opposizione, Henrique Capriles, a seguito di elezioni da quest'ultimo contestate, ma il cui esito venne ratificato dal Consiglio nazionale elettorale (Cne), con il 50,78 per cento dei voti contro il 48,95 per cento dello sfidante.

Insomma, con Maduro finisce il Venezuela di Hugo Chávez e si apre la tappa odierna, che fino a poco tempo fa veniva descritta come un «Paese spaccato a metà». Mancava però un altro passaggio per arrivare ai giorni nostri. Il 6 dicembre 2015 si sono svolte in Venezuela le elezioni politiche per eleggere i 167 membri dell’Assemblea nazionale (Parlamento unicamerale). I risultati furono categorici e devastanti per un Paese già in crisi e senza stabilità politica: i partiti del Presidente Maduro, compreso il suo storico movimento per il socialismo bolivariano, ottennero 55 seggi e i partiti dell’opposizione 109.

La conclusione fu una sola, chiara e univoca: il chavismo ormai era minoranza e dunque doveva lasciare tutte le cariche pubbliche, a incominciare dalla Presidenza della Repubblica. Dunque, da due anni in Venezuela la lotta politica si è tutta incentrata sul fatto se Nicolás Maduro - persona piuttosto oscura, senza carisma e non particolarmente popolare - può o no continuare alla guida del Paese. In particolare da quando lui, e i veri uomini forti che lo sostengono (Diosdado Cabello, guida effettiva del partito chavista; il generale Vladimir Padrón, ministro della Difesa e Tareck El Aissami, da qualche mese nuovo vice presidente) hanno risposto alle opposizioni con un crescente militarismo repressivo.

In questo contesto, subito dopo le elezioni politiche del dicembre 2015, da più parti si cominciò a parlare di chiedere al Vaticano, e a Papa Francesco, un contributo speciale per facilitare un incontro e un dialogo fra le parti. La Santa Sede dichiarò subito la sua disponibilità, ma le parti non chiesero nulla. Continuarono ad appellarsi al Vaticano senza comunicare nulla di specifico al punto che, da più parti, si ebbe subito l’impressione che, governo e opposizione, volevano ‘usare’ la diplomazia vaticana solo per guadagnare tempo e riorganizzare le proprie forze.

La crisi venezuelana

«Sono convinto che i gravi problemi del Venezuela possono essere risolti se c'è volontà per costruire ponti, se si desidera dialogare seriamente e rispettare gli accordi raggiunti». Così Papa Francesco ai suoi «cari confratelli vescovi del Venezuela» in una lettera consegnata all'Episcopato locale lo scorso venerdì 5 maggio tramite il nunzio mons. Aldo Giordano. Lettera diffusa integralmente a Caracas, proprio il giorno in cui migliaia di donne, «senza uomini e vestite di bianco», hanno chiesto la fine della violenza che solo dal 4 aprile ad oggi è costata la vita almeno a 40 persone, tra cui numerosi giovani.

Dopo le parole di domenica 30 aprile - «Rivolgo un accorato appello al Governo e a tutte le componenti della società venezuelana affinché venga evitata ogni ulteriore forma di violenza, siano rispettati i diritti umani e si cerchino soluzioni negoziate alla grave crisi umanitaria, sociale, politica ed economica che sta stremando la popolazione» - lanciate qualche ora dopo la conferenza stampa sull'aereo di rientro dal viaggio in Egitto, Papa Francesco, in questa lettera ai vescovi insiste - quando ogni speranza tace - sulla via dell'incontro, dei ponti e del dialogo per trovare soluzione consensuale.

Francesco ormai sembra una voce fuori dal coro. Tutti, o quasi, fuori e dentro del Venezuela, di fronte all'ostinazione e chiusura delle parti, governo di Maduro e partiti dell'opposizione, sembrano rassegnati al peggio, cioè alla guerra civile, al conteggio dei morti, alla devastazione finale.

Governo e opposizione: nessun contatto

I protagonisti del conflitto venezuelano (che si prolunga nella sua fase più acuta ormai da cinque anni), governo e opposizione, in questi giorni si trovano nel punto più distante tra loro, intenti solo a lanciare l'uno all'altro minacce e accuse.

Il Presidente Maduro si è chiuso ulteriormente in una posizione che da più parti, inclusa la Chiesa cattolica locale, è considerata totalitaria, dunque fuori dalle regole democratiche. La proposta, che la stragrande maggioranza degli analisti e osservatori ritengono insensata, di un'Assemblea costituente per riformare la Costituzione voluta dal suo protettore e sponsor Hugo Chávez, ha chiuso definitivamente qualsiasi spiraglio con le opposizioni. 

Questi partiti, rispondendo all'appello del Papa del 29 aprile, hanno scritto: «Come venezuelani ci sentiamo delusi per il dialogo senza risultato»; dialogo «nel quale l'intenzione governativa è stata sempre di tipo propagandistica e non sostanziale (…)» e così dunque si è depotenziato e  «fatto perdere prestigio ad un valido strumento, provando, senza successo, a demoralizzare l'opinione pubblica e a dividere la coalizione degli oppositori».

La lettera al Papa conclude: il Tavolo per l'unità democratica (Mud), senza eccezione è compatto, e «lascia in chiaro di fronte ai venezuelani e al mondo che l'unico dialogo che si accetta oggi in Venezuela è il dialogo dei voti, l’unica via per superare la crisi e ristabilire la democrazia, oggi, in Venezuela, sotto sequestro. In ciò, caro Padre, di nuovo c'è una cosa: non vi sono divisioni e dissidi nel Tavolo per l'unità democratica».

Per l'opposizione, Maduro non è un interlocutore credibile e legittimo: non solo ha portato la Nazione alla gravissima crisi che vive da anni, ma è proprio lui l'autore di un auto-colpo di Stato che ha rotto l'ordine costituzionale. 

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