Congo, la Chiesa strappa l’accordo: elezioni nel 2017

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Congo, la Chiesa strappa l’accordo: elezioni nel 2017

La notizia è stata pubblicata dalle agenzie il 31 dicembre 2016, alle 11 di sera, quindi solo un'ora prima di mezzanotte. Un accordo storico, firmato sul filo di lana, quando si stava cessando di sperare. Dopo settimane di tira e molla, di fallimenti, di ritiro delle parti in causa dai negoziati nonostante la mediazione dei vescovi, all'ultimo minuto la Chiesa congolese sembra essere riuscita nella grande missione che si era assunta di fronte al Papa e di fronte alla comunità internazionale.

Solo un'ora prima della mezzanotte dell’ultimo dell’anno i leader dell'opposizione e il Partito del presidente Kabila hanno firmato un accordo: Kabila dovrà cedere il potere dopo che si saranno tenute le nuove elezioni nel Paese entro la fine del 2017. Il Primo ministro verrà nominato dal blocco dell'opposizione sotto stretta supervisione di Etienne Tshisekedi, leader veterano dell'opposizione, che sorveglierà l'applicazione dell'accordo insieme con i leader della Chiesa.

I vescovi mediatori a nome dell'intera Chiesa cattolica universale hanno esercitato pressione sulle due parti in causa (e in conflitto) per settimane, fino ad arrivare a firmare un accordo di valore storico, che porrà fine all'anarchia che si preparava a esplodere e scongiurerà una nuova guerra civile, come quella che ha provocato milioni di morti fra il 1996 e il 2003. Gli strascichi di quegli anni continuano a farsi sentire a causa del proliferare di gruppi armati e che sono almeno una dozzina a scatenarsi lungo i confini del Nord-Est del Paese.

L'irrigidimento del presidente Kabila che piuttosto che accettare di dimettersi il 19 dicembre aveva preferito nuove stragi (40 morti a Kinshasa, 34 morti all'Est) sembra superato. Come quello dell'opposizione, che voleva le dimissioni del Presidente il 19 dicembre scorso, data in cui scadeva il suo secondo e ultimo mandato. Se l'accordo verrà rispettato, la Repubblica democratica del Congo riuscirà nella sua prima transizione pacifica del potere dall'indipendenza dal Belgio nel 1960.

«Oggi abbiamo avuto la gioia di guidare il Paese verso un vero accordo politico», ha detto Marcel Utembi, presidente della Conferenza dei vescovi cattolici del Congo (Cenco), poco prima che i rappresentati del Partito di Kabila, fra i quali il ministro delle Miniere Martin Kabwelulu e quello dell'Interno Emmanuel Shadary, assieme ai leader del blocco dell'opposizione firmassero l'accordo fra le sue mani.

Permangono dei nodi da sciogliere, primo fra tutti l'antecedente per cui la Commissione elettorale nazionale indipendente (Ceni) aveva dichiarato che non sarebbe stato «economicamente» possibile organizzare delle elezioni prima del 2018, mentre molti dubitano che il presidente Kabila sia realmente intenzionato ad andarsene, al punto che molti dei suoi sostenitori ventilano l'idea di cambiare la Costituzione per permettergli di ottenere un terzo mandato, sull'esempio di ciò che hanno fatto altri leader africani, primo fra tutti il vicino avversario Kagame.

Qualunque errore o abuso nell'applicazione dei punti chiave dell'accordo peggioreranno l'instabilità del Paese, che è già costata un centinaio di vite umane negli ultimi quattro mesi, di cui la maggioranza sono caduti sotto i proiettili delle Forze dell'ordine. La polizia e i militari hanno ucciso almeno quaranta persone nella settimana di Natale, questo a partire di quel fatidico 19 dicembre in cui è finito il secondo mandato di Kabila. Questi morti si aggiungono ai 53 del 19 settembre e ai 42 del 21 gennaio. Senza altra giustificazione che soffocare una legittima protesta.

«Adesso che tutti i pretesti di un complotto contro la Repubblica sono stati rimossi, chiamo ciascuno di voi a creare condizioni per la pace e la stabilità in tutto il nostro Paese», ha detto Kabila nel suo discorso di fine anno alla Nazione. Un discorso che però per molti è suonato pieno di ipocrisia, perché Kabila non può nascondersi dietro l'evidenza dei massacri che lui stesso ha provocato.

Il giorno di Natale tutti i sacerdoti cattolici del Congo hanno letto un messaggio alla Nazione del cardinale Laurent Monsengwo, da sempre uomo di verità, giustizia e pace: «Il tempo è giunto per smettere di prendere il potere con le armi e attraverso lo sterminio lento di un popolo: questi giovani ragazzi non cercano altro che il diritto a vivere con maggiore dignità». Fino a venerdì, infatti, il presidente Joseph Kabila sembrava rifiutare l’idea di mollare il potere e il suo irrigidimento aveva provocato un blocco dei negoziati perché anche i leader dell'opposizione stavano di conseguenza tirandosi indietro.

Chi segue le vicende del Congo ha intravisto nelle violenze della settimana di Natale un tentativo di schiacciare il dissenso e facilitare l'estensione del mandato costituzionale. Era un grave passo indietro rispetto alla vigilia di Natale, durante la quale, dopo una maratona notturna durata più di dodici ore e conclusasi alle 4 del mattino, sembrava che l'accordo fosse cosa fatta.  Invece ci è voluta un'altra settimana. I punti di scontro, che la Chiesa ha saputo per fortuna risaldare, erano due: il fatto che il nuovo Primo ministro della Repubblica democratica del Congo dovesse essere un esponente dell'opposizione; e la composizione della commissione elettorale nazionale indipendente accusata dall'opposizione di essere tutt’altro che indipendente, ma decisamente filo-governativa, visto che aveva di fatto esteso il mandato del Presidente fino al 2018.

Martedì scorso, 27 dicembre, la rottura definitiva sembrava più probabile della soluzione, come aveva anche dichiarato su un tweet il leader dell'opposizione Félix Tshisekedi. Poi i vescovi, che stavano portando avanti la mediazione, hanno incontrato in privato sia Kabila, sia il veterano dell'opposizione Etienne Tshisekedi. E il 31 dicembre, un'ora prima della mezzanotte, gli accordi sono stati firmati. Un vero miracolo promosso dal prestigio della Chiesa e dalle preghiere del Papa.

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