L'idea di Frassati: "Chiamiamola La Stampa"

I 2150 anni della storia del quotidiano di Torino. Il papà del beato Pier Giorgio trasformò il primo nome della testata che esordì come Gazzetta Piemontese

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L'idea di Frassati: "Chiamiamola La Stampa"

«Sogno un giornalismo moderno, indipendente da tutti, onestissimo nel più rigido e assoluto senso della parola. Noi manterremo al vento, senza mai piegarla, la nostra bandiera col motto del nostro giornale in cui si riassume la storia del vecchio Piemonte: “Frangar, non fiectar”». Questo sognava Alfredo Frassati, il mitico direttore de «La Stampa», giornale che compie 150 anni (1867-2017). Sei anni dopo l’unità d’Italia il 9 febbraio 1867 Vittorio Bersezio e Casimiro Favale fondano a Torino in via Bertola 21 la «Gazzetta Piemontese».

Nato a Pollone nel Biellese il 28 settembre 1868, fiero di appartenere «alla più antica famiglia aristocratica», con «altero il senti­mento della dignità e dell'indipen­denza», Frassati studia legge in Germania e a 23 anni comincia a inviare articoli e corrispondenze alla «Gazzetta». A 26 anni è libero docente di Diritto penale all'Università di Torino. In tre anni diviene comproprietario e condirettore della testata. Scrive la figlia Luciana in «Frassati inventore de “La Stampa”»: «Un'ambizione senza freni, ma forte, sana e onesta, insofferente d'ogni vil­tà, schiva d'ogni compromesso» lo spinge nel dicembre 1894 ad acquistare, con capitali raccolti a fatica, una quota della «Gazzetta Piemontese» di Vittorio Bersezio, famoso per l’opera teatrale «Le miserie di Monsù Tra­vet», e diretta dal cuneese Luigi Roux in piazza Solferi­no 20, angolo via Davide Bertolotti. Il 1° gennaio 1895 la «Gazzetta Piemontese» diventa sottotitolo di una nuova testata, «La Stampa», che vuole varcare i confini «del nostro vecchio e amato Piemonte». Frassati è facile profeta: il giornalismo quotidiano è «il quarto potere» ma mira a «diventare effettivamente il primo perché, fattosi portavoce di questa immane forza che è la pubblica opinione, tutti gli altri poteri avvolge, sopra tutti influisce e domina misteriosamente irresistibile».

«La Stampa» adotta le rivoluzionarie macchine compositrici «linotype» e inventa un supplemento settimanale illustrato di 16 pagine: «La Stampa sportiva». Un giornale che Frassati porta da 4 pagine e 7 mila copie a 6 pagine e 100 mila copie nel 1904 e che i venti della prima mondiale spingono oltre le 300 mila copie. Incontentabile e collerico, dinamico e dispotico, Frassati persegue l’ideale di giornalismo: «Riferire tutto, le ragioni degli uni come quelle degli altri, imparzialmente, serenamente».

È un continuo confronto con l’unico vero rivale, «Corriere della Sera» di Luigi Albertini. Antigiolittiano il «Corriere», giolittiana «La Stampa» che nel 1911 esalta l’impresa italiana «civilizzatrice e fecondatrice in Li­bia». Nel 1914 il «Corriere» si schiera con gli interventisti nella prima guerra mondiale, «La Stampa» auspica negoziati e neutralità. Carla Casalegno in «Pier Giorgio Frassati» ricorda l’atteggiamento dello «studente delle otto beatitudini» e le scelte coraggiose del padre Alfredo, contrari alla guerra: «Pier Giorgio, quattordicenne, già fiero nemico di ogni violenza e sopruso, non poteva certo applaudire a una guerra che ogni giorno causava deci­ne e decine di morti e feriti. Nettamente contrario all'intervento, più di una volta, al liceo “Massimo D'Azeglio” di Torino, sosten­ne con fermezza e coraggio l'accusa rivoltagli dai compagni di scuola interventisti di essere “un traditore” come suo padre e “un soldino”, cioè venduto per un soldo agli Imperi Centrali».

Nominato senatore del Regno, nel 1920 inviato ambasciatore a Berlino, vi resta due anni. Liberale ma simpatizzante per i socialisti, favorevole allo sviluppo dell'industria ma pure ai diritti dei lavoratori: quando Benito Mussolini ghermisce il potere, Frassati si dimette e torna a «La Stampa». Si schiera contro la sgangherata impresa di Gabriele D'Annunzio a Fiume e grida il suo «atto d'accusa» al regime mussoliniano per il delitto di Giacomo Matteotti. La redazione è assaltata dalle squadracce fasciste il 22 giugno 1923. Pier Giorgio, oppositore di ogni violenza e dittatura, osserva: «Noi fortunati che oggi possiamo gloriarci e vantarci di essere sempre stati contro questo partito, formato da un’associazione a delinquere, o ladri, o assassini, o idioti, in poche parole il fascismo».

Frassati padre prega l'amico avvocato Arturo Garino di la­sciare la Fiat per indirizzare nell'amministrazione il figlio Pier Giorgio, laureando ingegnere minerario per stare vicino «agli operai più sfruttati». Non passa un mese e Pier Giorgio è strappato da una poliomielite fulminante. Il funerale è un'apoteosi. Il padre e la famiglia sono stupefatti dalla quantità di gente, poveri, giovani e popolani che partecipa al lutto. Il cronista Ubaldo Leva racconta il «gesto toccante e trascinante, da dare i brividi, che spontaneamente ebbero gli amici di Pier Giorgio quando, trasportata la bara dal carro funebre in chiesa, vi pog­giarono il capo, e così stettero, pallidi e immobili, per non so quale abbandono dolce e disperato, come estenuati di dolore e di amore». Leva parla «del plebiscito che si era stretto attorno alla salma di Pier Giorgio. Quasi tutta gente del popolo, gente minuta, donnette e artigiani, e tante mamme coi bimbi. Le case di Borgo Crocetta si erano svuotate di tutti quelli che non erano al lavoro; ma c'erano anche quelli che venivano dai punti opposti della città. Quei funerali fu­rono la prima testimonianza, la prima consacrazione della grande anima, del puro spirito di Pier Giorgio. Lì, si può dire, si inizia il suo processo di santificazione».

Frassati paga la sua strenua opposizione al fascismo con una serrata che blocca il giornale per quaranta giorni. Perde la testata, cacciato dalla direzione e dalla proprietà. Combatte la disperazione lavorando. Agricoltore a Pollone, fa piantare centomila alberi sulle montagne biellesi. Presidente dal 1931 dell'Italgas, pilota l'azienda alla rinascita dopo un drammatico fallimento. Nel 1945 ritorna a scrivere articoli di fondo e finanziari su «La Stampa». Fa parte del primo Senato della Repubblica. A 89 anni confida: «Muoio arrabbiato: se avessi potuto prevedere, a ottant'anni, che oggi sarei stato ancora qui, non sarei in questo uffi­cio: sarei a “La Stampa”».

Lo storico Valerio Castronovo ha scritto «La Stampa 150 anni 1867-2017. Un giornale la sua epoca il suo futuro», un volume di 720 pagine, ma incorre in una imprecisione: chiama il cardinale arcivescovo di Torino Maurizio (anziché Maurilio) Fossati, errore che fece anche 30 anni fa, nel volume «Torino» del 1987.

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