Priorato di Saint-Pierre, arcobaleno della fede

Parte il viaggio de "La Voce e il Tempo" nei luoghi dello spirito sul nostro territorio piemontese 

Parole chiave: spirito (9), cristiani (69), chiesa (611), monastero (2)
Priorato di Saint-Pierre, arcobaleno della fede

«C’è un tempo…», dice il Qoèlet (cf. Qo 3,1-2) e il tempo è dono di Dio. C’è un luogo per riflettere, pregare, assaporare il silenzio, «gustare e vedere quanto è buono il Signore!» (cf. sal 34,9) poiché «non di solo pane vive l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio» (cf.Dt 8,3;mt 4,4). E il luogo è una splendida costruzione che ha attraversato i secoli, il Priorato di Saint-Pierre. Dentro le stanze, i corridoi, la cappella sono di pietra e ogni cosa conserva le memorie del passato, un passato di uomini e donne di Dio, di viandanti, di frontalieri.

È appena fuori Aosta. Sembra come posato su una enorme radura, ai piedi dei grandi monti. Ha l’impagabile dono del silenzio, ma non è fuori dal mondo, anzi pare quasi ‘in uscita’. Nel quadrilatero trovi tutto ciò che i mistici hanno percorso inseguendo la voce di Dio: un cortile colmo di rose e fiori di montagna, un portone semplice, sobrio, le stanze, i saloni e, nel seminterrato, la cripta nella quale dieci sacerdoti, insieme, si aprono alla giornata con l’Eucarestia. Legno e pietra ornano un angolo dove anche chi, magari da anni, soffre del «silenzio di Dio». Forse, può risentire la sua voce, rivedere i suoi segni, proprio qui, a pochi chilometri dal Monte Bianco e altrettanti dalla Svizzera del protestantesimo. Il priorato, un arcobaleno della fede, ha visto salire sui monti i grandi uomini della spiritualità cristiana, ma ha anche conosciuto, non molto distante, gli albori della riforma di Lutero che compie 500 anni e, dall’altra parte, sul versante francese, le inutili guerre di religione, la Vandea, le persecuzioni reciproche.

Ora è il luogo di dialogo per eccellenza, al centro del Vecchio Continente. I sacerdoti portano nel cuore le loro storie, spesso sconosciute, sulla frontiera della fede e regalano la loro preghiera a chi si inoltra nei sentieri dello spirito; i saggi di oggi riversano nelle giornate e nelle settimane di esercizi spirituali la ricchezza della vita in Dio o la ricerca di Dio.

Ci sono famiglie, giovani, suore, preti che vengono a prendere qui la forza per affrontare la vita. Vengono e condividono; vengono e tornano. Hanno i volti della nostra gente che opera nelle parrocchie; hanno i dubbi, le fatiche di tutti, ma anche le speranze. Cercano una ‘sosta’ e la trovano. La costruzione è bella, la maggior parte è di fine Seicento-inizio Settecento, e ha una storia millenaria. I documenti la citano per la prima volta nel 1176, per alcuni secoli è stata dei canonici del Gran San Bernardo, fino al 1752. Poi, dopo varie traversie, fu acquistata dalla diocesi di Aosta; per alcuni anni ha offerto rifugio ai missionari oblati di Maria Immacolata, cacciati dalla Francia.

Ecco un’altra parola chiave del priorato: rifugio. Lo è. Basta bussare. Aprono le suore di San Giuseppe con rara cortesia e la gioia nel cuore. Tutto è in ordine, tutto è semplice, tutto è evangelico. Ma c’è un’altra storia densa di significati. Qui è passata, e si è fermata, Leletta d’Isola, una persona straordinaria che è stata il fil rouge di tanti semi lasciati tra il Piemonte e la Valle d’Aosta. Nell’intuizione di costruire a Quart un monastero di carmelitane di clausura qualcosa c’entra anche lei. Così come è stata proprio lei a donare a padre Cesare Falletti il terreno sul quale è nato il monastero Dominus Tecum dei cistercensi. E lei ora è qui in questa ideale «finestra aperta sull’eterno».

Cammino per i corridoi, respiro la profondità delle parole, sento l’atmosfera che è così raro trovare sulle strade del mondo. Un angolo dove si respira a pieni polmoni. Poco lontano scorrono le auto del lavoro ma anche del divertimento; ci sono comunità in cammino che sudano i loro rapporti, con gli altri, in famiglia, nella solitudine, nella malattia. Nella chiesetta filtra la luce che arriva dai ghiacciai e porta la ricchezza dei percorsi di tanti. Nella biblioteca le testimonianze che si possono sfogliare e fissano i problemi di generazioni intere.

Rifugio, condivisione, povertà. Ognuno versa ciò che ritiene in una busta senza nome e la infila nella cassetta; ognuno cerca di condividere con l’altro ciò che la cucina offre. Chi viene? «La porta è aperta a tutti», dice padre Luigi Maquignaz, il responsabile, «senza alcuna distinzione». Persone che hanno sentito affievolirsi il loro legame con Dio o che vogliono rafforzarlo, coppie con qualche screzio che provano a rimettersi in cammino, giovani, tanti giovani che, persi nel frastuono della vita, non hanno ancora trovato la ’chiave di volta’ delle loro giornate, soprattutto del loro futuro.

È un posto dove riconciliare la coscienza. E non è poco. Gli incontri, anche quest’anno, aprono sipari sui grandi perché della vita: ad esempio la vocazione dell’uomo nell’insegnamento di sant’Ignazio, le parabole dell’evangelista Luca, le lodi a Dio attraverso le sue creature, la gioia del Vangelo, le opere di misericordia. Ecco, anche oggi, è come una fontana della Parola di Dio, una fontana con l’acqua splendidamente genuina e chiara per chi è in crisi, in ricerca, smarrito e frastornato dalle giravolte della società, dagli egoismi che sembrano trionfare, ma anche sorgente di comunione tra chi chiama Dio con un altro nome o altri segni. Taizè non è distante e, anche questo, in questa splendida giornata è una coincidenza. Ed è al centro della nostra Europa che, spesso, sembra aver perso la strada: respinge i viandanti, caccia gli immigrati, alza i muri.

Tutt’intorno ci sono i prati, c’è la cascina che è storicamente legata al Priorato, ci sono le rocce, c’è la neve alta. Questa struttura (continuamente rinnovata) funziona da trecento anni; ha accolto migliaia di persone, ma soprattutto «ha ascoltato» come un grande confessionale a cielo aperto ai piedi delle montagne. Ha ascoltato le paure del mondo.

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