La notte buia di Torino e le sette vittime della strage sul lavoro

Dieci anni fa la tragica notte della Thyssen. La morte di sette operai. Il dolore di una intera comunità. Dieci anni di processi e di reticenze

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La notte buia di Torino e le sette vittime della strage sul lavoro

«La salute di chi lavora deve venire prima del giusto profitto. Non ci sono aggettivi per commentare queste morti atroci». Così il cardinale arcivescovo di Torino Severino Poletto commenta l’orribile tragedia del lavoro, dieci anni fa, nell’acciaieria di corso Regina Margherita 400 a Torino, la Acciai speciali Terni-ThyssenKrupp.

Sette giovani operai arsi vivi: Antonio Schiavone detto «Ragno» 36 anni; Angelo Laurino di 43; Roberto Scola di 32; Rosario Rodinò di 26, morto dopo 13 giorni di agonia e il 95 per cento del corpo è mangiato dal fuoco; Giuseppe Demasi di 26, quattro interventi chirurgici e tre giorni prima che arrivi dall’ospedale «Niguarda» di Milano la pelle nuova per il trapianto; Rocco Marzo di 54 e al funerale un sindacalista grida ai dirigenti Thyssen: «Avete le mani sporche di sangue»; Bruno Santino di 26 anni. Tra gli operai coinvolti si salva solo Antonio Boccuzzi.

Durante il turno notte del 6-7 dicembre 2007, nell’incendio sulla linea di ricottura e decapaggio muoiono sei operai, il settimo spira il 30 dicembre. Torino è stravolta. Il sindaco Sergio Chiamparino sospende i festeggiamenti di Capodanno, concerti, fuochi artificiali, balli in piazza. La «marcia della pace» del Sermig è dedicata alle vittime. Benedetto XVI in un messaggio chiede che «venga rispettata la dignità dei lavoratori». Poletto è molto partecipe: il 10 dicembre presiede la Messa alla Consolata; il 13 nella Cattedrale San Giovanni Battista le esequie collettive e poi i funerali delle altre tre vittime nelle chiese parrocchiali San Giovanni Maria Vianney, Maria Regina della Pace, Santo Volto.

Esplicita e ripetuta la sua condanna per la raccapricciante tragedia come riportano i giornali di dieci anni fa: «Il cardinale Poletto davanti alle bare: ora giustizia. Non si vende la salute per un posto di lavoro» e «I signori dell’acciaio impassibili in chiesa con la scorta» («La Stampa», 14 dicembre 2007); «Lacrime e rose per i morti di Torino. Il Papa: più dignità per i lavoratori. Chiamparino: la Thyssen si scusi» («la Repubblica» 14 dicembre). «La Stampa» intervista Paolo Ferrero, ministro del Lavoro e delle politiche sociali:«Operai, imparate dai camionisti e fermate il Paese: si considerano normali condizioni che sono bestiali».

Il cronista giudiziario de «La Stampa» Alberto Gaino scopre: «La Thyssen sapeva dei rischi. Scambio di messaggi fra Terni e la Germania: “Inadeguati gli standard di sicurezza”» (20 dicembre); «Poletto: troppe vittime, più sicurezza nelle fabbriche» («Avvenire», 20 dicembre); «Rabbia ai funerali della settima vittima. Il ministro Damiano: un errore tacere all’inizio» e «Attimi di tensione fuori della chiesa: i dipendenti hanno preso a calci la corona della Thyssen» («la Repubblica», 4 gennaio 2008); «Thyssen: dopo l’incendio chiude i battenti» («La Voce del Popolo», 6 gennaio); «La Thyssen contro il sopravvissuto: lo denunceremo. Memorandum segreto dei vertici dell’acciaieria: “Il rogo colpa degli operai: non dovevano distrarsi”» («La Stampa», 14 gennaio).

Il giornalista Paolo Griseri intervista il cardinale: «Io, ex prete operaio, dico basta. Ricordo la storia terribile dell’Eternit di Casale. La fabbrica ora non c’è più ma dopo decenni a Casale si continua a morire di amianto e si pagano duramente gli errori di chi faceva lavorare le persone senza protezioni. Per questo chiedo che si assuma l’impegno che non ci siano mai più morti come queste. Che non succeda più di dover recriminare dopo. Che si prendano per tempo le precauzioni. Quando ero parroco a Oltreponte a Casale, d’accordo con il vescovo Giuseppe Angrisani, facevo il magazziniere in un’azienda che produceva macchine per legatoria: al mattino andavo in fabbrica, al pomeriggio in parrocchia. Fui accolto con un po’ di diffidenza dai compagni: “Cosa vuole questo qui? È venuto a spiarci”. Poi hanno capito che volevo condividere la loro vita. Misi a disposizione la canonica, terreno neutro per una  trattativa sindacale. Mi è rimasta addosso la storia dell’Eternit con tanti uccisi dal mesotelioma provocato dall’amianto». («la Repubblica», 14 dicembre 2007).

Appena sei mesi prima, in seguito alle voci di ridimensionamento del polo torinese, il 18 giugno 2007 i vescovi Poletto (Torino) e Vincenzo Paglia (Terni) chiedono alla multinazionale tedesca: «L scelte tengano conto delle condizioni delle famiglie e del diritto al lavoro per tutti. I responsabili prestino attenzione alle richieste dei lavoratori. Dietro di loro ci sono famiglie, mogli e figli: le scelte garantiscano il lavoro, indispensabile per la serenità delle persone e delle famiglie. Manifestiamo attenzione e sensibilità verso i lavoratori; rivolgiamo un accorato e forte appello affinché la pianificazione sia attuata attraverso la più ampia concertazione e l’ascolto di tutte le parti».

Prima e dopo la tragedia, e soprattutto al processo, la Thyssen ha un comportamento strafottente. Il 30 settembre 2008 chiude il polo torinese per ridurre le spese, ottimizzare i profitti, scaricare le perdite sulla gente e tagliando i dipendenti. E poi si perdono vite umane e anche l’impresa e il lavoro perché non può funzionare una macchina che uccide i propri ingranaggi. È il comportamento di tutte le multinazionali: finito di sfruttare in un Paese passano al successivo.

Strafottente anche la tanto decantata Germania. Dieci anni dopo Roma chiede a Berlino che vengano rese esecutive le condanne dei capi tedeschi condannati. Il ministro della Giustizia Andrea Orlando sollecita all’omologo tedesco Heiko Maas «la pronta esecuzione» della sentenza. Nella bistratta Italia i quattrocondannati sono  in carcere da tempo: i dirigenti Marco Pucci, 6 anni e 10 mesi, e Daniele Moroni, 7 anni e 6 mesi; l’ex direttore dello stabilimento Raffaele Salerno, 8 anni e 6 mesi; il responsabile della sicurezza Cosimo Cafuer, 6 anni e 8 mesi. L’ex amministratore delegato Harald Espenhahn, 9 anni e 6 mesi, e Gerald Priegnitz, 6 anni e 10 mesi, sono tornati in Germania. I trattati internazionali prevedono che scontino la pena nel loro Paese ma è necessario che l’autorità giudiziaria tedesca recepisca la sentenza italiana, cosa che non è avvenuta.

Ogni morte sul lavoro è una perdita irreparabile per l'intera società. E dieci anni fa, nella notte del 5 dicembre 2007, sette operai morirono nell'incendio nell'acciaieria della Thyssenkrupp a Torino. Antonio Schiavone, Roberto Scola, Angelo Laurino, Bruno Santino, Rocco Marzo, Rosario Rodinò, Giuseppe Demasi: è giusto ricordare i loro nomi perché è una ferita che non può rimarginarsi accettare che si possa morire sul lavoro e per il lavoro", il messaggio del Capo dello Stato Sergio Mattarella.

Ora la proposta ora è di fare dei ruderi della fabbrica un monumento ai troppi caduti sul lavoro nel nostro Paese.

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