Oltre lo scimmione: micro-analisi del Festival di Sanremo

Canzoni e riflessione. Cosa lasciano intendere i testi della kermesse ligure

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Oltre lo scimmione: micro-analisi del Festival di Sanremo

 “Ha vinto la canzone dello scimmione”. È, questo, un passaggio del dialogo tra alcune signore un po’ attempate che  domenica mattina si stavano incontrando per il cappuccio&brioche. In realtà, si dovrebbe dire “con lo” scimmione e non “dello” scimmione, ma questo non è tempo per sottilizzare a livello grammaticale e stilistico, giacché pure la canzone vincitrice inizia con un errorino metrico: “essére” al posto di “éssere”. Peccato veniale, dai,  la canzone è caruccia, si ballerà per un po’, denuncia i mali della rete di cui nemmeno chi li canta può fare a meno, dato che il video è su Youtube dal primo giorno del Festival: e poi tutto viene cantato in modo piacevolmente leggero, con ironia, inanellando una serie infinita di frasi-slogan, come piace ai media liquidi. Quanto durerà? Qualche mese, durante i quali ci sarà una serie di video-parodie con lo scimmione ed altri animali che contribuirà ad accelerare il processo di assuefazione ed invecchiamento: la rete, ahimé, tenderà a colpire anche chi ne canta le storture.  Nota positiva di Francesco Gabbani: non viene dai Talent e un po’ si sente.

Diversa è la storia di Lele, il giovanissimo vincitore delle nuove proposte. Lui  è figlio dei Talent: per il Festival gli hanno confezionato una canzone, appunto, “da Talent”, costruita su una consueta storia di abbandono, melodicamente simile a molte altre, con frasi di rito che riguardano le nuvole, la pioggia, la ferita che lascia il segno, il silenzio che parla e via dicendo.

Dopo la vittoria, Lele ha quasi buttato li una frase che mi è parsa un grido d’aiuto: “Ora vorrei vivere di musica”.  Ha ragione: adesso chi lo ha portato fin li deve prenderlo per mano ed accompagnarlo in un cammino di personalizzazione della sua proposta artistica, fuori dagli stilemi dei Talent. Glielo dobbiamo tutti, in particolare glielo devono coloro che lo hanno messo per mesi in TV per diventare qualcuno e che adesso si devono sentire impegnati a vendere dischi, download e concerti, per farlo vivere della sua musica.  Perché, delle due, l’una: o i Talent servono a vincere una targa e ad essere riconosciuti come “quelli del Talent” in attesa dell’edizione successiva, oppure servono ad aprire strade concrete affinché i loro partecipanti possano vivere del proprio lavoro musicale. Sono strade che passano dal lavoro quotidiano di lima e cesello, dall’umiltà, dal sacrificio, dal saper ricominciare da capo per scrollarsi di dosso quell’omologazione da Talent che non aiuta.

Accendendo la radio non sai più chi sta cantando, se l’interprete non è, tanto per dirne alcuni, un Ruggeri o uno Zucchero, una Mannoia o un Bocelli, un Baglioni o un Ramazzotti, una Pausini o uno Zarrillo. Se quelli identificabili e riconoscibili hanno, mediamente, l’età dei genitori dei talentuosi giovani, capiamo che l’omologazione progettuale dovuta ai Talent è giunta ormai a un livello di implosione e che il ciclo dei Talent è avviato sulla strada del tramonto. E c’è da esserne contenti. 

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