L'orizzonte di speranza di Christian Albini

"Sperare per tutti" non era solo il titolo del suo blog, ma la sua vita, il suo stile e un destino comune, di ognuno di noi, di ogni persona. la notizia della sua morte è stato un colpo al cuore e un motivo di riflessione sul destino comune

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L'orizzonte di speranza di Christian Albini

Ci sono momenti nella vita in cui vorresti cercare di capire ciò che umanamente è impossibile. Passaggi che non possono essere vissuti nella indifferenza sperando che passi la notte. Il cordoglio sincero e vivo che si è espresso in questi giorni di amici, conoscenti, allievi, colleghi e navigatori delle riflessioni virtuali ma realissime e profondissime per la morte di Christian Albini assumono qualcosa di molto diverso da altre circostanze. La rete ormai è uno dei luoghi della vita: emozioni, gioie e dolori si alternano nel vissuto di chi la frequenta nello stesso tempo, ma con modalità diverse, perchè diverso è lo strumento.

E allora parlare di un uomo, un cristiano, un marito, un padre di famiglia e un teologo della strada, ma profondissimo e colto quando coloro svolgono per ministero, vocazione e mandato questo compito ha colpito davvero un numero di persone nella parte più interiore e insondabile della propria dimensione personale. 

Il titolo del suo blog "Sperare per tutti" e soprattutto i suoi contenuti mai banali, apologetici, consolatori, mi e ci lasciavano il senso più vero di una dimensione di felicità e bene che è di questo mondo ma non è totalmente di esso. Il pellegrino che viaggia verso la meta non importata l'età che si porta sulle spalle un attimo o cento anni sono lo stesso nel cuore del Padre. Ecco mi pare che la lezione umana e cristiana di Albini così ben documentata ed espressa in parole non retoriche e di circostanza da amici veri, tra gli altri Guido Mocellin su Avvenire, Giorgio Bernardelli x il gruppo di Vino Nuovo Fabio Colagrande su Radio Vaticana, Gianni Di Sante su Famiglia Cristiana, padre Enzo Bianchi su twitter, sono il segno per quel per tutti sia il messaggio cristiano del Risorto. La fatica di vivere con il dolore in corpo non è umanamente concepibile se non in una dimensione che va oltre. Bella la riflessione di Andrea Michieli che racconta sul sito del Meic (Movimento Ecclesiale di Impegno Culturale) di un viaggio in auto con Albini dalla Comunità di Bose a Milano.

'ho conosciuto per caso l'estate scorsa. Avevo soggiornato qualche giorno al Monastero di Bose. Sulla strada di ritorno camminavo a piedi verso la stazione. Lui era in macchina. Mi ha visto a bordo strada, si è fermato e mi ha chiesto: "Hai bisogno di un passaggio per Milano?". Io non conoscevo lui e lui me. Mi ha scortato fino a casa e in due ore di strada insieme ho avuto il privilegio di parlare con uno dei più profondi teologi del nostro tempo. A te queste parole di Thomas Merton: «Sono importanti i monaci, gli hippy e i poeti? No: siamo volutamente irrilevanti. Viviamo l'intrinseca irrilevanza propria di ogni essere umano. L'uomo marginale accetta la fondamentale irrilevanza della condizione umana, un'irrilevanza manifestata soprattutto nella realtà della morte. La persona marginale, il monaco, lo sfollato, il prigioniero, tutte queste persone vivono in presenza della morte, che mette in discussione il senso della vita. Egli #combatte in se stesso la realtà della #morte, in cerca di qualcosa di più profondo della morte; perché esiste qualcosa di più profondo della morte, e compito del monaco o della persona marginale, della persona meditativa o del poeta è trascendere la morte già in questa vita, trascendere la dicotomia vita/morte ed essere perciò un #testimone della #vita"

Per questo di Albini rimane la sua lezione, la sua presenza nelle dimensione misteriosa della comunione dei santi, il suo essere teologo della porta accanto dell'arte della Misericordia che ha raccontato e vissuto.

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