Dignità, il lavoro che vogliamo

Una riflessione che ci pone degli interrogativi pressanti sul nostro futuro

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Dignità, il lavoro che vogliamo

I grandi «colossi» non sono più italiani ma cinesi, americani, nordeuropei, arabi e le «grandi famiglie», alcune delle quali anche con un bel progetto welfare, (eccetto la Ferrero) non ci sono più.

C’era e c’è un progresso tecnologico in vertiginoso aumento: a volte lodevole, altre no. C’erano le braccia meccaniche, i torni a controllo numerico, le macchine guidate dagli algoritmi, ora ci sono i robot e siamo oltre. Il luddismo è storia del passato antico ma, alzando gli occhi sulla nuova frontiera, qualche dubbio resta. Ruberanno posti di lavoro? Grandi esperti ci dicono di no. Forse è vero perché cresceranno le responsabilità umane nel programmare le loro intelligenze artificiali.

Ma interrogarsi in una città, Torino, che più di altre vede la sua pelle cambiare, è più difficile. La Torino della grande Fiat, del Lingotto, di Mirafiori che straboccava di gente e di auto non c’è più. S’è reinventato l’indotto, quello sì, e ancora la piccola e media industria sta costruendo un altro miracolo italiano sfornando scienza e tecnologia grazie ai pionieri del Politecnico e dei vari centri ricerche. Intanto però molti dei suoi figli sono, o sono rimasti, senza lavoro, campano con stipendi che sono la metà di quelli di vent’anni fa (e questo vale per l’industria, il turismo, l’economia, il trasporto, la logistica, la programmazione, la comunicazione) e, nonostante questo, hanno turni che non di rado mortificano le loro vite, le loro famiglie, la loro fede. Si lavorava di giorno e di notte; ora sempre, domeniche e festività  comprese.

È giusto che chi ha qualche ideale e valore, non in più ma diverso da quelli della grigia quotidianità, si fermi e si chieda se tutto è giusto, se tutto è bello, se tutto è buono. La fantasia della misericordia, sollecitata da Papa Francesco, ci ha insegnato che anche nelle situazioni più disperate si possono ritrovare strade per creare occupazione e con essa l’uomo.

«Il lavoro è necessario per la qualità e per la dignità della vita, cioè per la sua verità! Una società permissiva, edonista e ripiegata su se stessa non creerà lavoro, vedendo il lavoro come un peso, un elemento negativo. Sta ad una cultura nuova indicare le vie per un rinnovamento del sistema lavoro. Certo, se manteniamo tutto come prima nella considerazione dell’ineluttabilità della legge del profitto ad ogni costo e di un mercato che non consideri gli elementi umani e umanizzanti, allora tutta questo discorso si frantuma nella durezza dei cuori».

Così, senza se e senza ma, come ha detto mons. Gianenrico  Ruzza, vescovo ausiliare della diocesi di Roma. La strada è quella del dialogo e della mediazione. Al centro l’industria 4.0 e gli ultimi traguardi della digitalizzazione, tra spinte conservatrici e trasformazioni radicali che già stanno rivoluzionando il modo di lavorare. Insomma tutto il pacchetto di ciò  che sta prendendo  forma. E allora bisogna lavorare perché, come è giusto, sia l’uomo ad occupare il lavoro futuro e non il contrario e ad occuparlo con dignità. È quello «il lavoro che vogliamo».

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