Torino, l'industria e la confederazione

Nella prima città industriale d'Italia nasceva l'associazione di categoria

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Torino, l'industria e la confederazione

Il 5 maggio 1910 il vento impetuoso della rivoluzione industriale investe Torino e l’Italia che si preparano a festeggiare il 50° dell' Unità d' Italia (1861-1911). Dall'unione di consorzi e federazioni di diversi settori industriali nasce la prima  associazione di rappresentanza delle imprese manifatturiere e di servizi in Italia, denominata Confederazione italiana dell’industria, più nota come Confindustria. Il primo presidente per quasi dieci anni è il francese naturalizzato italiano Louis Bonnefon Craponne, industriale della seta originario di Lione, titolare di alcune fabbriche in Piemonte. 

Da 13 anni c’era la Juventus, fondata nell'autunno del 1897 da quattro giovanotti, studenti di III e IV del liceo classico «Massimo d’Azeglio», squadra di calcio «per gioco, divertimento, voglia di novità». Indossano una casacca a strisce verticali bianconere e si ritrovano in piazza d’Armi per giocare al calcio. La prima sede è una panchina di corso Re Umberto.

Da 11 anni c’è la Fiat. L' 11 luglio 1899 a Palazzo Bricherasio di Torino con atto del notaio Ernesto Torretta si costituisce la «Società italiana per la costruzione e il commercio di auto­mobili-Torino». La sigla Fiat, «Fabbrica italiana automobili Torino», arriva qualche mese dopo: tra la dozzina di fondatori il possidente cavalier Giovanni Agnelli, segretario del Consiglio d'amministrazione, dà la scalata all'azienda. La prima vettura è il modello «3½ HP» prodotta in 8 esemplari nel 1899. Nel 1901 la produzione è di 73 auto, nel 1906 è di 1.149.

Da 4 anni c’è un forte sindacato centralizzato. Tra il 29 settembre e il 1° ottobre 1906 a Milano le Camere del lavoro, le Leghe di resistenza, le federazioni sindacali e 700 sindacati locali, per un totale di 250 mila iscritti, danno vita alla Confederazione generale del lavoro (Cgdl ).  

Confindustria trascorre i primi 9 anni a Torino, dove getta le basi per la crescita economica e l’evoluzione sociale dell’Italia, al punto che Luigi Einaudi, economista liberale, la definisce «L’Italia che lavora e che produce». E spiega: «Migliaia, milioni di individui lavorano, producono e risparmiano nonostante tutto quello che noi possiamo inventare per molestarli, incepparli, scoraggiarli. Il gusto, l’orgoglio di vedere la propria azienda prosperare, acquistare credito, ispirare fiducia a clientele sempre più vaste, ampliare gli impianti, costituiscono una molla di progresso altrettanto potente che il guadagno. Se così non fosse, non si spiegherebbe come ci siano imprenditori che nella propria azienda prodigano tutte le loro energie e investono tutti i loro capitali per ritirare spesso utili di gran lunga più modesti di quelli che potrebbero sicuramente e comodamente ottenere con altri impieghi».

Luigi Einaudi, cuneese di Carrù, dove nasce nel 1874, è economista, accademico, politico e giornalista, intellettuale ed economista di fama mondiale, è uno dei padri dell’Italia e primo presidente della Repubblica. Dal 1919 la Confindustria emigra a Roma, in piazza Esedra, poi piazza Venezia e infine in viale Astronomia all’Eur.

La nascita della Confindustria era nell' aria da tempo in quel Nord-Ovest che aveva visto il declino dell’economia basata su agricoltura e artigianato. Oltre a Torino, erano state create associazioni di categoria a Biella, Genova, Milano, Terni e Schio (Vicenza) ma operavano a livello territoriale e senza una linea comune. Il centro era a Torino dove i collegamenti ferroviari ne avevano fatto la porta dell’Europa occidentale. Attorno alla Fiat c'era una realtà industriale. C'era tanto Piemonte in quella Confindustria alla quale aderiscono la Lega industriale di Torino, la Federazione calce e cementi di Casale Monferrato, la Lega degli industriali delle Valli di Lanzo, la Federazione industriale vercellese, l'Associazione industriale della Valsesia e quella della Vallestrona, la Lega industriale di Biella, il Consorzio industriale ligure, il Consorzio industriali meccanici e metallurgici di Milano, la Federazione industriali monzesi, l' Unione industriali della Valsessera e della Val Ponzone.

La presenza della Fiat ha sempre avuto un peso notevole. Alla testa di Confindustria si succedono capitani d’industria famosi, da Dante Ferraris a Giovanni Agnelli (1974-1976), da Leopoldo Pirelli a Guido Carli, da Sergio Pininfarina (1988-1992) a Luca Cordero di Montezemolo (2004-2008). La Fiat e Torino ha influenzato non poco l’elezione di molti presidenti e le scelte confindustriali. Il Gruppo ha abbandonato la Confindustria nel 2012 con la motivazione che temeva il dietrofront confindustriale sulla flessibilità. In realtà l’addio mascherava la voglia di Sergio Marchionne di avere mani libere in tutto e per tutto, per pagare meno tasse. Dopo la fusione con la Chrysler, la Fiat ha abbandonato Torino, ha trasferito la sede legale in Olanda e ha preso residenza fiscale a Londra da dove la Brexit ora la caccia. In Germania ci sono aliquote di tasse come quelle italiane, ma nessuno immagina che la Mercedes o la BMW vadano via. E la Volkswagen, dopo lo «scandalo delle emissioni», non si è sognata di fare fagotto.

«Fate impresa per l’uomo e non per i mercati». Per la prima volta della Confindustria in Vaticano Papa Francesco non si smentisce. La «bussola» dell’imprenditoria è «il bene comune», cioè la creazione di lavoro e benessere, evitando «i compromessi». In 106 anni la Confindustria incontra per la prima volta il Pontefice il 27 febbraio 2016.                                                                                                                                         Non c’è «etica del fare impresa» che tenga se non è in grado di dare una risposta a un padre di famiglia angosciato che non riesce a dare «un futuro e nemmeno un presente ai propri figli. Fare insieme significa “fare rete” e valorizzare i doni di tutti. Al centro di ogni impresa vi sia l’uomo, non quello astratto, ideale, teorico, ma quello concreto, con i suoi sogni, le sue necessità, le sue speranze e le sue fatiche. Fare impresa significa dare a ciascuno il suo, strappando madri e padri di famiglia dall’angoscia; significa saper dirigere ma anche ascoltare; significa fare in modo che il lavoro crei altro lavoro, la responsabilità crei altra responsabilità, la speranza generi altra speranza».                 

L’appello agli industriali è diretto: «Siate coraggiosi voi che avete la nobile vocazione di produrre ricchezza e di migliora­re il mondo per tutti. La via maestra sia sempre la giustizia, che rifiuta raccomandazioni e favoritismi, disonestà e facili compromessi. Rifiutate categoricamente che la dignità della persona venga calpestata in nome delle esigenze produttive, che mascherano egoismi e sete di guadagno». Davvero un peccato che ad ascoltare il Papa argentino di origini subalpine non ci fossero John Elkann e Sergio Marchionne.

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