La Cina rallenta e pensa a se stessa

Dopo trent’anni di crescita vertiginosa ed esportazioni, ora Pechino punta alla qualità dei servizi ai propri cittadini

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La Cina rallenta e pensa a se stessa

L’elenco delle partecipazioni cinesi in Italia è ormai lunghissimo. E a uno sguardo superficiale darebbe l’impressione di uno shopping a 360 gradi, senza un preciso piano d’azione se non quello di investire una parte dell’enorme surplus in valuta estera. In una prima fase erano state rilevate, direttamente o attraverso società controllate, medie imprese operanti nei settori tipici del made in Italy come la moda (Cerruti, Miss Sixty), i prodotti in pelle (Desmo), le motociclette (Benelli), ma anche gli yacht di lusso (Gruppo Ferretti) e l’alimentare (Fiorucci). In un secondo momento si è proceduto ad un ingresso diretto, con quote azionarie del 2 per cento, nel capitale di quasi tutti i maggiori gruppi, da Telecom a Fca, Eni ed Enel.

Nel 2014 State Grid Corporation of China, la più grande società elettrica del mondo, ha rilevato dal Tesoro il 35 per cento di Cdp Reti, la società della Cassa depositi e prestiti che controlla Snam e Terna (ossia la rete italiana dei metanodotti e del trasporto dell’energia elettrica in alta tensione). Nello stesso anno il Fondo strategico italiano (holding pubblica controllata all’80 per cento da Cdp e al 20 per cento dalla Banca d’Italia) ha ceduto a Shanghai Electric il 40 per cento di Ansaldo Energia, ex Finmeccanica, leader nella fornitura “chiavi in mano” di centrali elettriche complete e produttore di turbine a vapore e a gas e generatori.

Nel 2015, poi, senza disdegnare le aziende agricole e l’immobiliare di pregio, il salto di qualità con l’acquisizione di Pirelli da parte di China National Chemical Corporation (ChemChina), colosso da 36 miliardi di euro di fatturato, impegnato in una strategia di crescita che lo sta portando nel ristretto numero dei player globali del settore. Un investimento da 7 miliardi di euro, che ha consentito al gruppo cinese, diretta emanazione di una strategia di Stato orientata a migliorare la posizione cinese nei comparti più innovativi della chimica moderna, di controllare le quote di mercato e il know-how industriale del quinto produttore mondiale di pneumatici.

Oggi, invece, la priorità non è più imparare a fare ciò che sanno fare gli altri per batterli poi con il più basso costo del lavoro e la minore attenzione all’ambiente. Anche perché i costi del lavoro non sono più così bassi neppure in Cina e la leadership di Pechino non potrà permettersi in eterno di accorciare la speranza di vita dei suoi cittadini bruciando nelle centrali elettriche e negli impianti di riscaldamento metà del carbone estratto ogni anno dal pianeta. Non per nulla, dopo trent’anni (1980-2010) di una crescita orientata a produzione ed esportazioni e che, con un tasso medio annuo di sviluppo del Pil superiore al 10 per cento, ha scaraventato nella modernità l’Impero di Mezzo, gli strateghi del governo e del partito sono ora impegnati a ridisegnare un nuovo modello maggiormente incentrato sui consumi interni e sulla qualità dei servizi ai cittadini. 

l'articolo completo su «il nostro tempo» di domenica 8 maggio

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