Evitare la recessione stabilizzando le valute

L’intervento coordinato delle Banche centrali per scongiurare ulteriori shock dopo la Brexit

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Evitare la recessione stabilizzando le valute

Non si vorrebbe in questa sede aggiungere l’ennesima lettura delle conseguenze economiche del referendum britannico, di cui i lettori si sentiranno saturi. Allo stato attuale, tutte le previsioni macroeconomiche sono saltate e dovranno essere riformulate, e le prospettive, almeno per il brevissimo termine, sono pesanti.

Da un lato, sul piano istituzionale, per parecchio tempo non accadrà nulla, stante la complessità del meccanismo di recesso previsto dall’articolo 50 del Trattato di Lisbona, senza nessun precedente che possa in qualche modo guidare. Dall’altro però i mercati finanziari (e non solo) si muovono con estrema rapidità, e sono in grado di generare autonomamente le condizioni di un terzo avvitamento recessivo in meno di un decennio, dopo la crisi dei subprime americani nel 2008-2009 e quella del debito sovrano dell’Eurozona tra il 2011 e il 2012. È purtroppo facile comprendere quali potrebbero essere le conseguenze per un Paese, come l’Italia, che già prima del nuovo shock doveva convivere con bassi ritmi di crescita ed elevato debito pubblico.

L’elemento–chiave è l’incertezza. Quanto più questa durerà, tanto più è probabile che le imprese sospendano l’avvio di nuovi progetti di investimento, dando origine ad immediati vuoti di domanda. Se la caduta dei corsi azionari dovesse durare a lungo, l’effetto-ricchezza negativo derivante dalla perdita di valore dei patrimoni finanziari potrebbe tradursi in una riduzione della propensione a spendere. La corsa ai “beni rifugio” potrebbe poi innescare un apprezzamento del dollaro contro tutte le valute, in particolare quelle dei Paesi emergenti.

Quest’ultimo rappresenta il pericolo più grave per la crescita globale, e richiede un immediato intervento coordinato delle Banche centrali. Il dollaro è la moneta della prima economia e della prima potenza militare del mondo, e rappresenta un tassello tutt’altro che secondario della proiezione di potenza globale degli Stati Uniti. Essendo la valuta dominante nel commercio internazionale e nel mercato finanziario mondiale nessuno (e meno che mai i grandi acquirenti del debito pubblico statunitense, come Cina, Giappone, Paesi produttori di petrolio) può metterne in dubbio la credibilità. Alla luce di questo, non è difficile pensare che una fase di prolungata incertezza induca massicci flussi di capitali verso il dollaro. Ma un suo apprezzamento avrebbe un impatto devastante per il gran numero di Paesi (emergenti), banche e imprese non americane che negli ultimi quindici anni hanno emesso il loro debito in dollari, proprio per risultare più credibili, e che vedrebbero aumentare il peso delle somme da restituire. Ne deriverebbe una pesante crisi proprio in quell’area dell’economia mondiale che contribuisce maggiormente a sostenere la crescita.

leggi l'articolo completo su il nostro tempo del 3 luglio

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