Stati Uniti d'America entrano in prima guerra mondiale Centenario 1917

Il conflitto mondiale si allarga oltre l'Atlantico. L'episodio di Pier Giorgio Frassati

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Stati Uniti d'America entrano in prima guerra mondiale Centenario 1917

Con la prima guerra mondiale gli Stati Uniti diventano la prima potenza al mondo. Cento anni fa il voto favorevole della Camera dei rappresentanti alla propo­sta del presidente Thomas Woodrow Wilson sancisce l'entrata degli Usa nella Grande Guerra. Wilson è il primo presidente a visitare l’Italia, ad andare in Vaticano e poi a Torino, dove riceve entusiaste accoglienze dal giovane Pier Giorgio Frassati, futuro beato.

Il detonatore è la decisione della Germania nazista di intensificare la micidiale guerra sottomarina: dal 1° febbraio 1917 gli U-boot con la croce uncinata attaccano e affondano ogni natante senza preavviso.

George Washington nel 1793 dichiara la neutralità. Nel 1823 il quinto presidente, James Monroe, espone quella che va sotto il nome di «dottrina Mon­roe» per bloccare ogni velleità espansio­nistica dell’Europa: prevede che gli Usa si astengano dalla guerra. Un secolo dopo, nel 1904 il presidente Theodore Roosevelt proclama un genera­le «diritto di intervento» e dichiara: «La nostra opinione pubblica è miope. Grazie all'ampiezza dell'Oceano qui si crede di non aver nulla da temere».

Nel novembre 1912 è eletto 27° presidente il democratico Thomas Woodrow Wilson. Professore di storia ed economia politica, rettore dell’Università di Princeton. Governatore del New Jersey, impone un'energica moralizzazione del Partito democratico e della macchina politico-amministrativa. Con il Federal Reserve System getta le basi del sistema creditizio soggetto a pubblico controllo; la riduzione dei dazi doganali; la difesa dei consumatori; la tutela del lavoro; la tassazione progressiva. Quando nel 1914esplode la Grande Guerra, Wilson proclama la neutralità e così l’economia americana, già forte, con la guerra diventa dominante perché fornisce armi, prodotti agricoli, manufatti e capitali a tutti i belligeranti.

Decisa­mente neutralista, cambia idea con il si­luramento il 7 maggio 1915 del «Lusitania», transatlantico britannico con a bordo 128 passeggeri americani. Nel gennaio 1917 al Senato, Wilson definisce «inconcepibile» il fatto che l'America non usi la sua forza e autorità per «garanti­re la pace e la giustizia nel mondo». Persuade il popolo americano che l'entrata in guerra e l’assunzione di un ruolo internazio­nale sono necessari per diffondere i prin­cipi, gli ideali e l’economia americani. Il governo assume poteri eccezionali; regola con mano ferrea industria, agricoltura, lavoro; avvia un gigantesco programma di costruzioni navali e le incipienti aeronautiche; introduce la coscrizione obbligatoria. Le prime truppe  sbarcano in Europa nel giugno 1917 e il 7 dicembre dichiarano guerra all’Austria. Nell’ottobre 1918 ci sono in Europa oltre un milione e 750.000 di soldati americani.

Nel celebre discorso al Congresso dell’8 gennaio 1918 Wilson indica i 14 principi che devono regolare i rapporti tra le Nazio­ni dopo il conflitto: libertà dei mari e di navigazione in pace e in guerra per tutti i popoli; massima libertà di commercio e abolizione delle barriere doganali; riduzione degli armamenti; regolazione delle rivendicazioni coloniali; autodeterminazione dei popoli; crea­zione della Società delle Nazioni. «Siamo entrati in guerra per le violazioni al diritto che ci riguardava direttamente e rende­vano improbabili la vita del nostro popolo, a meno che non fossero riparate e il mondo non fosse assicurato, una volta per sempre, che non si sarebbero ripetute». Impone che lo statuto della Società delle Nazioni sia annesso ai trattati di pace del 1919.

In Europa Wilson è accolto con entusiasmo. Gli è attribuito il Premio Nobel per la pace. È primo inquilino della Casa Bianca a visitare il Belpaese: a Roma è accolto dagli applausi in Parlamento e al Campidoglio. Il  4 gennaio 1919 il primo incontro di un presidente americano con un Pontefice. Wilson, la cui famiglia è originaria della protestante Irlanda del Nord, da buon protestante è diffidente verso i cattolici: va da Benedetto XV con malcelata insofferenza che si trasforma in dura opposizione alla Santa Sede nella conferenza di pace di Parigi. Egli con­sidera le prese di posizione del Papa - come la «Nota di pace» del 1° agosto 1917, che definisce la guerra «un’inutile strage» - come un'in­gerenza: non vuole condividere con il Vaticano il ruolo di protagonista-mediatore e vuole un assoluto dominio internazionale.

Benedetto XV sollecita l’adozione di un assetto politico internazionale e si rivolge a Wilson, in qualità di «presidente della più grande democrazia del mondo» per l’indipendenza dell’Armenia. Benedetto XV è buon profeta: «La pace non durerà se si impongono condizioni che lasceranno profonde tracce di rancore e progetti di vendetta». Nell’appello del 1917 Papa della Chiesa anticipa alcuni principi che diventeranno pilastri del diritto internazionale (anche di Wilson): autodeterminazione dei popoli, libertà dei mari, disarmo, arbitrato internazionale. La nazionalità va intesa nel senso di libera volontà dei popoli e non come semplice ritaglio territoriale su base etnica. Dalle trattative di pace, aperte a Parigi il 19 gen­naio 1919, la Santa Sede è esclusa per volontà diretta del governo massone di Vittorio Emanuele Orlando.

Wil­son a Torino è accolto anche da Pier Giorgio Frassati, studente universitario. Luciana Frassati rievoca l'evento in «L’impegno sociale e politico di Pier Giorgio» (Ave, 1978): «Era il gennaio 1919, e Wilson appariva agli occhi di tutti l'aral­do della pace, colui che, dopo aver aiutato le demo­crazie europee a conquistarla sulla Germania baldan­zosa, tentavi di conservarla duratura. Naturalmente Pier Giorgio, amico della pace, non mancò tra coloro che si recarono ad acclamare il presidente. Uscì quel giorno la mattina presto, con il suo berretto goliardi­co in testa e la sua voce sonora come una cannonata. Pioveva e tornò soltanto un attimo a mezzogiorno, zup­po, inzaccherato. Il tempo di cambiarsi, di mangiare un boccone, e poi via di nuovo per la strada a gridare: “Viva Wilson" fino alla sera, quando rincasò sen­za un filo di voce».

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