Scrivere e riscrivere la Bibbia

Il Progetto Scrittori di scrittura. Il responsabile della Pastorale della Cultura della diocesi parla delle interpretazioni bibliche di alcuni autori contemporanei e del comune percorso di conoscenza e approfondimento, umano e culturale

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Scrivere e riscrivere la Bibbia

Margherita Oggero, Elena Loewenthal, Elena Varvello… Autori moderni rileggono gli episodi della Bibbia, che sono vivi, parlano al tempo presente. Come spiega don Gianluca Carrega (foto), l’esercizio di «riscrittura» è promosso dalla Pastorale della Cultura, sta traducendosi in una inedita collana di volumetti. 

La celebrazione della Domenica della Parola il prossimo 1° ottobre diventa occasione di riflessione sul posto che la Bibbia occupa nella nostra fede. Non è tanto lo spazio liturgico a essere chiamato in causa, dove grazie al Vaticano II la proposta di testi scritturistici si è arricchita notevolmente, quanto la ricaduta pratica nella vita cristiana. Se quella Parola è per me, allora io non solo ho il diritto, ma anche il dovere di attualizzarla e di riformularla nelle categorie della mia vita.

Ho cominciato a occuparmi di riscritture bibliche quando ancora ero un giovane viceparroco, incoraggiato da un seminario di narrativa organizzato dalla Scuola Holden, ma soprattutto animato dal desiderio di mostrare a me stesso che quella Parola che predicavo non era una leggenda cristallizzata in una forma statica, ma una storia reale che mi interpellava. Lavoravo su alcune pagine dei Vangeli e provavo a riformularle sotto angolature diverse per esplorare i personaggi e le situazioni. Pubblicai il risultato in un volumetto che mi diede non poca soddisfazione e poi accantonai per un po’ il discorso. Nel 2012 venni incaricato di dirigere il neonato Ufficio di Pastorale della Cultura e, non sapendo da dove cominciare, tornai sull’argomento.

Con l’aiuto di alcuni amici nacque il progetto «Scrittori di Scrittura», la cui idea di fondo è abbastanza semplice: invitare alcuni scrittori contemporanei (all’inizio solo dell’area torinese, poi ci siamo un po’ allargati) a scegliere un brano della Bibbia e riscriverlo secondo il proprio stile e la propria sensibilità. I testi sarebbero stati pubblicati accompagnati dalla prefazione di un/una biblista perché il lettore potesse avere presente il contesto originario del testo, riportato anch’esso in una mia traduzione dai testi originali in greco o ebraico. In un certo senso era un ritorno al passato, solo che nel frattempo io ero diventato un professore di teologia con un dottorato al Biblico sulle traduzioni siriache del vangelo di Luca e non potevo più trattare il testo della Scrittura con l’incoscienza degli anni precedenti.

Avevo bisogno di giustificare un’impresa del genere per evitare di finire nella situazione di Jekyll e Hyde, alternando le vesti del filologo che lotta per riscoprire e conservare il testo originale della Bibbia e quelli dell’artista che si prende la licenza di riplasmarlo. La soluzione non era poi così difficile da trovare, non si doveva neppure cercare lontano. La riscrittura biblica non può essere una minaccia per il testo sacro perché è nata prima ancora della Bibbia. Sembra assurdo, vero? Eppure è così, si è cominciato a riformulare i testi che compongono la Bibbia prima ancora che venissero riconosciuti formalmente come canonici, per questo la riscrittura è un processo che non viene dopo la Bibbia, ma è inerente al suo stesso processo di formazione.

Per semplificare al massimo la questione, dirò che l’intervento di rifacimento di testi esistenti si basa essenzialmente su due traiettorie, quella correttiva e quella integrativa. Nel primo caso si opera su un testo per modificarlo secondo un punto di vista diverso perché non si condivide quello dell’autore. Nell’Antico Testamento un buon esempio è fornito dai libri delle Cronache, che riportano la storia dei re di Israele intervenendo sulle parti più scomode. Così laddove in principio era Dio stesso a suggerire a Davide di fare quel censimento del popolo che avrebbe portato delle sciagure (2Sam 24,1) diventa invece Satana a prendere questa iniziativa (1Cr 21,1). L’intento di scagionare il Signore dalla responsabilità di una azione meschina è evidente. Qualcosa di simile avviene nel Nuovo Testamento con i vangeli sinottici. Se la «teoria delle due fonti» è corretta, sia Matteo che Luca si servirono di Marco per redigere i loro Vangeli, ma censurarono alcuni passaggi ritenuti scomodi: della notizia che i parenti di Gesù lo ritenevano pazzo (Mc 3,21) non c’è più traccia, così come vengono edulcorate le varie situazioni in cui i discepoli sembravano rivolgersi a Gesù senza il dovuto rispetto.

Diverso, invece, è il programma degli interventi integrativi, che intendono completare la ricchezza del racconto con delle informazioni aggiuntive. Per restare all’ambito dei Vangeli sinottici, è evidente che il passaggio dai 661 versetti di Marco ai 1071 di Matteo e ai 1151 di Luca implica il ricorso ad altre fonti e non solo la riformulazione del materiale esistente. Il Vangelo di Marco terminava, nella sua forma più antica, con le donne impaurite dall’apparizione di un giovane nella tomba vuota (Mc 16,8). Matteo e Luca, invece, riportano delle apparizioni del Risorto che servono a confermare il lettore nella convinzione che Gesù è davvero risuscitato.

Se usciamo dai confini della Bibbia canonica, ci accorgiamo che entrambi gli approcci di intervento furono operativi fin dai primi secoli. I cosiddetti Vangeli apocrifi rappresentano molto spesso una concessione alla curiosità dei lettori devoti e inventano dettagli che vanno a coprire alcuni spazi vuoti lasciati dalla trama dei Vangeli canonici. Per questo si concentrano soprattutto sull’infanzia di Gesù e su personaggi minori che consentono un ampio margine di discrezionalità senza entrare in conflitto con la tradizione assodata. Altre volte, però, questi testi intendono modificare le idee dei Vangeli canonici intervenendo in maniera più sostanziale, a volte enfatizzando la natura umana di Gesù (soprattutto nei vangeli dell’infanzia) e altre volte azzerandola quasi del tutto (Vangeli gnostici). Perciò è possibile che in uno stesso testo la riscrittura operi sotto più profili.

Le riscritture moderne, che nella quasi totalità sono aliene da interessi religiosi, si orientano in prevalenza sulla direttrice integrativa. La narrazione biblica è di solito molto asciutta, si limita a descrivere i fatti in maniera oggettiva lasciando al lettore il compito di indagare sulle motivazioni. Agli scrittori contemporanei piace, invece, indagare sulla psicologia dei personaggi e possono tentativamente cercare di ricostruire le intenzioni che hanno mosso ad agire le figure bibliche.

Ci si pone davanti a degli «spazi bianchi», come li ha definiti Elena Loewenthal presentando il suo lavoro su Sara durante la visita divina di Genesi 18, e si rimpolpa un episodio con degli elementi nuovi che sono convenzionalmente fittizi (il romanziere non ha accesso a fonti nuove come lo scrittore sacro) per conferire un realismo di situazioni che giova all’immaginazione del lettore. Per certi aspetti, è la storia originale che ci invita intenzionalmente a questo in alcune situazioni: il silenzio tra Abramo e Isacco mentre salgono sul monte Moria obbliga quasi il lettore a immaginare cosa passi per la testa ai due personaggi ed è quanto ricorda retroattivamente l’Isacco di «Amen» creato da Margherita Oggero.

Il modo in cui ci si pone di fronte al testo da rinarrare non è mai competitivo, non più cioè di quanto lo fossero le Heroides di Ovidio nei confronti dell’epica greca e latina. Ma proprio come tutta la letteratura di questo genere (la citazione dotta, la parodia, il sequel, ecc.) l’efficacia del risultato dipende molto dal grado di familiarità dell’autore e dei destinatari con il testo originale. «I giorni sulla terra» è un bellissimo racconto di Elena Varvello che può essere goduto anche da chi non ha mai sentito parlare di Giobbe, ma è chiaro che si aprono nuovi orizzonti di comprensione se si coglie in filigrana il rimando alla storia biblica.

Il bacino di potenziali interessati alla riscrittura biblica nel nostro Paese è fatalmente esiguo per la scarsa conoscenza della Scrittura, un problema che mescola la tradizionale diffidenza cattolica verso la lettura personale della Bibbia con la scarsa propensione alla lettura della nostra popolazione. Eppure la vera sfida delle riscritture, a mio avviso, è proprio questa: cercare di attrarre nuovi lettori al testo sacro attraverso opere che lo presuppongono. Ho cominciato a leggere Flannery O’Connor quando mi hanno spiegato che molti testi delle canzoni di Bruce Springsteen erano ispirati ai suoi racconti. Oggi continuo ad avere una venerazione particolare per il Boss, ma si è accesa anche la passione per la scrittrice di Savannah. Per dire come le vie del Signore sono infinite e si possa trovare una strada per la Parola anche attraverso i sentieri accidentati della letteratura.

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