Nadine Gordimer, una vita intera contro l’apartheid

Profilo – in un libro di Laura Giovannelli il vigoroso impegno civile della scrittrice sudafricana, nobel per la letteratura nel 1991

Parole chiave: scrittura (1), sudafrica (1), apartheid (1), letteratura (9), nobel (4)
Nadine Gordimer, una vita intera contro l’apartheid

«La mia scrittura non ha a che fare con le mie convinzioni personali; ha a che fare con la società con cui vivo e scrivo. Affondo la mano più che posso, penetrando nella vita intorno a me, e nella scrittura riporto ciò che emerge. I miei romanzi sono antiapartheid non per la mia avversione personale all’apartheid, ma perché la società della quale la mia opera si nutre rivela se stessa. La sofferenza inflitta dal bianco al nero, le ambiguità del sentimento, l’ipocrisia, il coraggio, le menzogne, l’inganno e la vergogna sono tutti lì, impliciti. Se si scrive con onestà sulla vita sudafricana, l’apartheid si autocondanna».

Così, come riportato da Laura Giovannelli nel suo libro «Nadine Gordimer» (Le Lettere, pp. 385, euro 22,50), rispondeva in un’intervista del 1977, a proposito della sua identità di saggista e romanziera, la scrittrice premio Nobel per la letteratura nel 1991. Un’intellettuale che fece della lotta contro l’apartheid il tema costante dei suoi racconti e romanzi e la ragione di vita della sua stessa attività di scrittrice militante.

A distanza di diversi anni, da quando l’apartheid ha terminato il suo iter di segregazione e discriminazione in Sudafrica, con l’avvento di Nelson Mandela e la rinascita del Paese, volto a misurarsi ancora con seri problemi sociali ed economici ma anche propenso a farsi paladino e guida di una nuova Africa, la figura di Nadine Gordimer diventa anch’essa un imprescindibile punto di riferimento, non solo sul piano storico e culturale, ma anche morale e politico, per comprendere la storia e il vissuto umano e sociale dei bianchi e dei neri in Sudafrica.

La Gordimer ha sempre sostenuto che la scrittura onesta e trasparente, obiettiva e realistica, è stata «un veicolo affidabile, uno strumento di lotta, un modo per rappresentare candidamente, ma non ingenuamente, uno spaccato della società e il carattere umano». Grazie a questa sua innata consapevolezza, il suo stile e le sue trame hanno contribuito a sensibilizzare i lettori sui drammi sudafricani, a farli conoscere nelle loro più profonde corde, ambigue e sanguinose, e a diffondere in tutto il mondo sentimenti fortissimi di solidarietà e lotta per la giustizia. Assumendosi su di sé il compito morale e umano, politico ed etnico di portavoce, guida e maestra della più autentica tradizione africanista, la Gordimer ha illuminato quegli intenti di libertà e di dignità che in Sudafrica erano latenti, repressi, soffocati, disattesi e contraddetti da pregiudizi razziali durissimi a scomparire.

Nata nel 1923, figlia di immigrati ebrei, il padre lituano e la madre londinese, esordì nel mondo letterario alla fine degli anni Trenta con racconti e poesie in cui già traspariva la sua avversione per il nazionalismo sudafricano, che vedeva porre in posizione subalterna la popolazione nera. La politica segregazionista, strutturata su un programma di ingegneria sociale che prevedeva la supremazia dei bianchi, il divieto dei matrimoni misti, il divieto assoluto ai neri di entrare in contatto con i bianchi, diventò la costante tematica, in parte fantasiosa, in parte frutto di esperienze dirette e di analisi personali del mondo circostante, su cui si imperniavano le sue raccolte di short-stories (da «Faccia a faccia» a «Beethoven era per un sedicesimo nero», solo per citare due tra i suoi numerosi titoli di successo), all’inizio perlopiù censurate dalle case editrici bianche.

Il suo fare amicizia con intellettuali bianchi e neri dalle chiare idee antiapartheid la portò a essere ben considerata e sostenuta a livello locale e internazionale. Nel 1953 fu pubblicato a Londra il suo primo romanzo, «I giorni della menzogna», che tratta di una giovane donna bianca (l’alter ego dell’autrice), che vive in un Paese sconvolto dalle leggi razziali. Alla fine degli anni Cinquanta un altro suo romanzo fu messo al bando per dodici anni: «Un mondo di stranieri». Vi era descritta una società che respirava ideali utopici antiapartheid, composta di intellettuali e artisti illuminati, i quali si riunivano allo scopo di far maturare una coscienza civile critica contro il sistema delle discriminazioni razziali, esistente in stato embrionale. Questo romanzo fu realizzato quando la Gordimer colse al volo l’occasione di conoscere un mondo di gente di colore composta non solo più di minatori e domestici, ma di persone colte e preparate, in grado di delineare l’esatto profilo di un’identità sudafricana multietnica, paritaria e con la medesima dignità.

Nel 1966, dopo la pubblicazione di alcuni racconti, uscì un altro romanzo, messo al bando per dieci anni, «Il mondo tardo borghese». In esso mosse una critica aspra contro l’ipocrisia e l’immobilismo del mondo borghese nei confronti dell’apartheid. Fino agli anni Settanta, inoltre, portò avanti una serie di conferenze presso università statunitensi per sensibilizzare il mondo e far sì che la società sudafricana intraprendesse una sana autocritica nei confronti del regime segregazionista.

Nel corso degli anni successivi furono pubblicate altre sue opere, tra raccolte di racconti e romanzi, tutte volte a fotografare una realtà umana e sociale in cui la discriminazione razziale era colta nei suoi aspetti psicologici oltre che privati ed emozionali. Non più, però, nei termini di uno stereotipo pseudo-culturale e sociale dato per scontato e mai smentito, ma soprattutto nelle sue ricadute politiche e sociali, in cui la popolazione nera, insieme anche alla gente di origine indiana, prendeva coscienza della propria identità e voleva a tutti i costi far valere i propri diritti e la propria dignità.

Anche la televisione e il cinema si appropriano dei romanzi della Gordimer per farne film e fiction, ma la scrittrice non sempre accoglie con favore quei prodotti. Nel frattempo, il regime dell’apartheid cominciava a cedere, e come una bestia ferita cercava di sopravvivere, da una parte infierendo ancora contro la gente di colore, dall’altra elargendo concessioni riformistiche, come l’autorizzazione ai matrimoni misti e l’ingresso dei neri nei luoghi pubblici.

La Gordimer guardava a tutto questo riflettendolo nei suoi successivi romanzi, in cui una vena di viva speranza si faceva strada, pur se lo sguardo critico dell’autrice tendeva a sottolineare la persistenza di ipocrisie e trabocchetti tesi a favorire solo una razza. Nel 1991 fu insignita del Nobel per la letteratura. Lei, nel suo discorso di fronte all’Accademia svedese, ribadì «il potere straordinario della scrittura, capace di incidere sull’io e sulla collettività». Quando il 10 maggio del 1994 Nelson Mandela fu eletto primo presidente nero sudafricano, la sconfitta definitiva dell’apartheid fu conclamata. Un anno prima, nel 1993, la Gordimer aveva pronunciato queste parole: «Epicentro della nostra epoca, Mandela incarnerebbe non solo l’uomo politico che crea un proprio io con l’intento di rispondere ai bisogni della gente, ma pure uno di quei rari esseri umani che vedono nella famiglia umana la propria famiglia».

Pur consapevole di questo trionfo politico, Nadine Gordimer non si illuse, sapeva che per il suo Paese altre dure lotte dovevano essere affrontate per il bene dei neri e dei bianchi, insieme. Così si fece patrocinatrice di istanze per la cura dell’Aids, per sradicare la corruzione in politica e per attenuare le disuguaglianze economiche fra gli strati della popolazione sudafricana. Una lotta civile che continuò con i suoi tanti racconti e i romanzi, fino all’ultimo, il quindicesimo, uscito nel 2012, «Ora o mai più». Poi, nel 2014, la morte di cancro. Non prima, però, in una delle sue ultime interviste, di essersi detta «ottimista» per il futuro del suo Paese. 

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