Madonna dei Fiori: una grande luce di fede e i mosaici di Rupnik

I nostri Santuari – A Bra un’oasi di umanità popolata da tanti credenti e molti laici, quasi come un confessionale ‘a cielo aperto’

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 Madonna dei Fiori: una grande luce di fede e i mosaici di Rupnik

Un abbraccio dolce, anzi dolcissimo. Quella statua della Madonna spazia idealmente sulla grande campagna e veglia, da secoli, l’alternarsi dei giorni, le preghiere, le lacrime. Una chiesa che profuma di storia, un pruneto che, ogni anno, fiorisce d’inverno, una donna salvata. Salvata dalla violenza che, ieri come ora, semina drammi, uccide speranze, crea incubi.

Qui arrivano ad ogni ora, ognuno con le proprie sofferenze, i dubbi, le certezze, le angosce, ma anche le gioie. Sostano nel santuario storico che ha l’atmosfera di una religiosità popolare spogliata e purificata di inutili fronzoli. Entri e, come è tradizione, trovi la luce nei confessionali. Le strade della misericordia passano di lì. Guardi il quadro che ricorda l’apparizione e, per qualche minuto, ti immergi nel passato. Gruppi di preghiera, gruppi di spiritualità come Rinnovamento dello Spirito, focolarini, Azione cattolica vengono per cercare la carica di fede. Associazioni di lavoratori, dagli agricoltori agli artigiani, agli operai, agli alpini, ai carabinieri, ai militari si danno appuntamento per cercare le ragioni della speranza e della tenacia.

Ma ora sulla facciata del santuario nuovo e monumentale sta prendendo forma un'opera di 250 metri quadri, alla quale lavorano una ventina di persone: artisti che vengono da mezza Europa. Con loro, quello che è considerato uno dei massimi mosaicisti al mondo, il gesuita padre Marko Ivan Rupnik, prete, teologo, biblista.

Nei tasselli che, lentamente, coprono la facciata si compone il quadro del Signore che interviene per salvarci. Ecco, dunque, Cristo che scende agli Inferi, Mosè salvato dalle acque, Pietro riemerso dalle acque, la fuga in Egitto, Paolo calato dalle mura di Damasco. Sono altrettanti fatti biblici che vengono mirabilmente trasformati in una carrellata della storia della salvezza. Tutto, qui, ha un senso: i colori vivi che irradiano freschezza, i volti che esprimono cariche di sentimenti straordinari, quali appunto l’attesa d’essere salvati, la chiamata, le prove, la gioia, la pace.

Davvero si passeranno giorni ad osservare prima di poter cogliere tutte le sfumature di un ‘quadro’ che proietta il santuario della Madonna dei Fiori nell’olimpo dei grandi luoghi di fede. Infatti i mosaici di Rupnik sono qui, a Lourdes, a Fatima, a San Giovanni Rotondo e sono altrettante finestre aperte sulla vita e sulla Bibbia; mettono insieme fede e arte, bellezza e perfezione, materiale e soprannaturale. Sul portale, che guarda ad Est e sarà quindi illuminato dai primi raggi del sole, scene della vita della Madonna. È come la rappresentazione della storia della salvezza con flashback sul passato e sulle vicende del mondo e personali, della Bibbia e del santuario. Se vogliamo, è un ‘simbolo’ che aggiunge forza a tutta la tradizione cristiana e popolare.

Un grande segnale che ti accoglie se arrivi a Bra da Torino, quando sulla sinistra cominciano le colline del Roero e, poco più in là, quelle delle Langhe. Una grande composizione nella città dove san Giuseppe Benedetto Cottolengo è nato, dove le suore di clausura pregano nel monastero di Santa Chiara, all’imbocco del viale che porta alla Madonna. Una grande luce di fede che cerca l’abbraccio con la società laica. Un simbolo di speranza per chi (e sono molti) cerca in chiesa, in giardino, davanti alla statua, nel piccolo museo che racchiude i legami tra il territorio e il suo santuario, tra le persone e la loro Madre, un sospiro leggero. Ha visto le fortune e i drammi, le gioie e le lacrime di quella parte della diocesi che scende verso la terra di Cesare Pavese e Beppe Fenoglio, passando per la città di Giovanni Arpino ed è, da sempre, un’oasi di umanità, quasi un confessionale ‘a cielo aperto’.

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C’è chi viene perché crede, chi a cercare un ‘segno’, chi a dire grazie, chi, ancora, a pensare. Credenti, ma anche tanti laici, d’estate sono nella chiesa grande ad attendere la festa dell’8 settembre. Per capire, bisogna osservare, con rispetto, curiosità e attenzione (e lo faccio in un giorno qualunque) la fila di chi sosta, anche solo per pochi istanti, davanti al pruneto (che poi fiorisce) e cercare di cogliere cosa passa loro nel cuore. Così, lentamente, emergono come in un mosaico complesso da decifrare (ma bello quanto quello di Rupnik), le ansie e le sofferenze, le attese, ma anche i sorrisi di famiglie, coppie, separati, divorziati, bambini, adolescenti.

Cercano pace, cercano misericordia. Lo fanno con delicatezza, alcuni anche con i gesti misurati e il pudore di chi non vorrebbe essere visto, guardato, osservato, ma vorrebbe tutto per sé quel dialogo diretto e segreto con Dio. La grande intuizione di Papa Francesco, che per il giubileo della misericordia ha voluto le ‘porte’ sparse per il mondo, e non solo e sempre nelle basiliche romane, ha fatto venire a galla un’importante ‘voglia di spiritualità’ e di ideali, disseminata per chiese, cattedrali e luoghi storici della religiosità popolare. Apparentemente non succede nulla. La gente fa quello che ha sempre fatto: in chiesa chiede un’attenzione per sé e i familiari; recita qualche Ave Maria; sta in silenzio. In realtà contribuisce alla crescita di una spiritualità semplice ma nuova, personale ma nello stesso tempo comunitaria: una pagina nuova e molto interessante nella vita della Chiesa.

Come ogni santuario, la Madonna dei Fiori è legatissima al suo territorio. Insieme con il rettore don Sergio Boarino, che ha appenda varcato i cinquant’anni di ordinazione sacerdotale, ci sono i parroci, ma anche i preti della comunità salesiana, i cappuccini, i sacerdoti nati in zona che tornano ed un gruppo di laici che, insieme, pensano a tutto. Li vedo attorno all’altare, li incontro nei corridoi, li sento al telefono. Sono la prova provata di quanto sia forte il legame della Madonna con la sua gente. Nelle campagne quella grande cupola è un segnale di vicinanza alla quotidianità degli uomini; nella città è, come la Consolata per Torino, un libro aperto sui destini di migliaia di persone.

È il volto della Chiesa che fa, ma non giudica, che propone, invita ma non impone, che accoglie i rifugiati in cerca di uno spazio d’azzurro, pur nelle innegabili difficoltà di tutti a sopravvivere, i disperati che si siedono tra i banchi per aprire il cuore colmo delle difficoltà nei rapporti familiari, nelle cattiverie che spesso scaturiscono dalla gestione della ‘roba’ (quella che Giovanni Verga ci racconta come abbia diviso, e spesso distrutto, famiglie e comunità), nelle paure di chi a cinquant’anni perde il lavoro o a venticinque non l’ha mai trovato, di chi ha visto sfilacciarsi, giorno dopo giorno, belle storie di vita e l’amore spesso trasformato in odio. Nei pomeriggi assolati e caldi questo popolo, che Francesco ha rimesso in movimento con il Giubileo, s’avvicina ai ‘luoghi di Dio’.

Entro nel cortiletto sul quale si affacciano le aule del catechismo, dove si radunano i ragazzi e le ragazze di buona parte di Bra; anche questo mi pare una scelta bella, originale che invita i giovani a cercare di amalgamarsi con le famiglie, i single, i vedovi e le vedove, le persone sole per costruire una forte comunità che sappia ‘camminare insieme’. Salgo poi dal viale che scorre lungo l’ex campo d’armi dell’esercito; sento il vociare dei giochi dei bimbi, il mormorio dei pensionati che chiacchierano, le grida di calciatori, di rugbisti, di camminatori, di ciclisti. Mi fermo davanti al Santissimo esposto nelle chiesa claustrale di Santa Chiara. Dalle grate trapelano le preghiere e i canti delle clarisse; nei banchi si alternano in tanti a parlare con se stessi e con Dio. Mi sembrano un unicum con il santuario e quel mosaico della salvezza immaginato e realizzato da Rupnik. È la città che guarda a chi è povero e deve essere aiutato a ricominciare un cammino, ma anche a chi sente che l’aridità interiore, dovuta ad una crisi lunghissima e devastante, va superata. E quel mosaico sulla facciata può rigenerare molte vite, anche le più lontane.

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