La febbre di Trump dalla Casa Bianca all'Europa in disgregazione

Società, economia e geopolitica della crisi nell'analisi di Mattia Ferraresi

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La febbre di Trump dalla Casa Bianca all'Europa in disgregazione

Cosa sta alla base del fenomeno Trump, outsider per eccellenza divenuto quarantacinquesimo presidente della superpotenza americana? Il controverso tycoon è davvero un'anomalia nel sistema o emanazione di precise e profonde trasformazioni? Quanto di tutto questo rappresenta un fenomeno tipicamente made in USA e quanto invece assume ulteriore peso alla luce della sociopolitica globale? Sono queste le riflessioni che Mattia Ferraresi, inviato a New York de Il Foglio, sviscera fra le pagine del suo La Febbre di Trump (Marsilio, 159 pagine, 12€), presentato presso la Piazza dei Mestieri di Torino lo scorso primo marzo. Introdotto al numeroso pubblico come il primo libro su Trump ideato da un autore italiano, il saggio viene discusso dallo stesso Ferraresi e dal direttore de La Stampa Maurizio Molinari (anche'egli con un passato di inviato transoceanico, ndr), con il consigliere comunale Silvio Magliano nelle vesti di moderatore.

 

La presenza nella sala di una mostra fotografica dedicata al tema dei migranti, uno dei fenomeni più significativi dei nostri giorni, porta subito il discorso sul protezionismo economico e antropologico del neopresidente, e sul peso che tale politica abbia avuto sulla mente del cittadino statunitense dopo il doppio mandato di Obama. Ferraresi confuta lo status di Trump come "negazione del sistema" e individua nei caratteri più impliciti della sua figura una certa continuità con i valori più longevi del Partito Repubblicano (nonostante le feroci polemiche reciproche) a cominciare dall'isolazionismo politico. Ma Trump è anche uomo del suo tempo, forte del suo carattere "mediatico", da intendersi sia come l'insieme di mezzi a suo disposizione che nel suo modo di comunicare. E qui entra in gioco il tempismo e la capacità di inserirsi in una modernità, in una democrazia, in un occidente che si scopre pieno di dubbi e insicurezze messo di fronte a quello che Molinari definisce una nuova "accelerazione storica".

 

L'America a cui parla Trump è dunque l'America alle prese con le "ferite della globalizzazione", che non si riconosce più nei bipolarismo tradizionale e in una classe dirigente troppo lontana dalla quotidianità: impossibile non tracciare un parallelo fra tale smarrimento e la situazione italiana ed europea. Da un lato, infatti, abbiamo la squisita americanità del caso Trump, come il suo saper parlare con la classe del white trash (termine dispregiativo tipicamente statunitense che indica gli strati meno abbienti e istruiti della popolazione bianca), specchio di un più esteso "culto dell'ignoranza" dalle implicazioni ben più internazionali; dall'altro la redistribuzione globale della ricchezza, che  ha aperto la strada alle potenze economiche emergenti ma, per contro, dato origine a "nuove sacche di povertà nei nostri paesi", un indebolimento alla base di quelle diseguaglianze che hanno alimentato la protesta e la sfiducia verso la politica tradizionale.

 

Da qui il parallelismo intuito da Molinari fra Trump e Brexit, in quanto USA e Regno Unito, nazioni apripista della globalizzazione, sono state le prime cronologicamente a pagarne le conseguenze. Perché le grandi trasformazioni possono creare grandi opportunità (viene citata la rivoluzione industriale inglese e la conseguente nascita dei sindacati) ma anche grandi squilibri, e il cronico ritardo nella risposta delle istituzioni tradizionali fa sì che il ceto medio, sempre più impoverito e ignorato, sposti il suo consenso da Obama a Trump nella semplice ricerca di un orecchio che sappia ascoltare e di una voce che sappia parlare di problemi e bisogni veri, immediati, concreti.

 

Non è quindi solo il peso dell'America sulla scacchiera geopolitica a rendere l'ascesa del presidente americano vicina a noi: Ferraresi avanza l'idea di un parallelismo fra l'imprenditore e Grillo (piuttosto che un più facile accostamento con l'esterofobia di Salvini) nella rottura degli schemi e nel cavalcare l'onda del malcontento. Il dibattito si incentra fra universalismo e particolarismo, e nel secondo viene identificato il ritorno, per la prima volta dopo la Guerra Fredda, verso un'ottica più nazionalista, caratteristica non solo del primo cittadino americano ma anche di Marie Le Pen, e in un certo senso anche di Putin.

Ma Ferraresi parla anche di crisi come di aspetto esistenziale e non solo economico, e questo rende tali figure "interpreti di fenomeni estremamente più vaste della loro vicenda politica", paradossalmente universali nel loro sopraccitato particolarismo.

 

La riflessione conclusiva di Molinari rafforza quanto sostenuto da Ferraresi: la "decomposizione" dell'Europa sta portando al "ritorno delle patrie", esattamente coma la disgregazione degli stati post-coloniali (ma anche delle nazioni del Medio Oriente arabo-musulmano, per restare nel campo dell'attualità più drammatica) ha provocato un ritorno alle strutture tribali originarie. Ma questa frantumazione prosegue anche nelle strutture interne dei vari stati, e qui torniamo entro i confini nazionali con la sconfitta dei partiti tradizionali alle ultime elezioni amministrative e i voti (di protesta o meno) legati al particolarismo territoriale di ogni maggiore centro urbano. Negli USA, però, la specificità dei singoli stati confluisce nell'unione federale e nel suo governo centrale, ed è così che la rottura, la protesta e l'insoddisfazione convergono su Washington nella figura di Donald J. Trump votato ed eletto nuovo presidente.

 

"Più le istituzioni sono collettive (...) più ci se ne allontana": da questo assioma deriva il paradosso di quest'epoca di protesta caratterizzata da una mancanza di movimenti di protesta, perché al minimo sentore di struttura organizzata scatta la sfiducia verso quello che ormai è percepito come un sistema fallimentare.

 

La democrazia e i suoi valori di libertà e civiltà non devono essere mai messi in discussione, ma la fase di "profonda trasformazione storica" è ormai conclamata: il futuro sarà nelle mani di chi si saprà interpretare tali alterazioni epocali e tenersi al passo con la loro velocità in crescita esponenziale.

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