La scrittrice Paola Mastrocola: studiare nell'era digitale

La Chiesa torinese torna ad animare la Settimana della Scuola, 15-20 ottobre. L'autrice di fortunati romanzi ambientati proprio nel mondo della scuola, offre ai lettori una riflessione sulla fatica dello «studio» nell’era digitale, una dimensione da difendere e continuare a coltivare nei giovani 

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La scrittrice Paola Mastrocola: studiare nell'era digitale

Per me è cominciato tutto con «Erminia tra i pastori». Era il 1968, facevo la seconda media e il mio professore di Lettere spiegava quel brano della «Gerusalemme liberata» dove si parla di Erminia che fugge tutta tremante, timida, sola, sul suo cavallo, e miracolosamente arriva nell’universo incantato dei pastori, separato dal resto del mondo, avulso, lontano dalla guerra, estraneo agli intrighi di corte. Ero inebriata di quelle lezioni e correvo a casa a rileggermi i versi, e studiarli. Forse è lì che mi sono innamorata della letteratura, e dello studio. Merito del Tasso? O del mio professore che sapeva così bene far lezione? Oppure era una passione innata, che avevo geneticamente in me fin dalla nascita, e che aspettava solo un pretesto per manifestarsi? Ci innamoriamo di una materia perché l’insegnante è bravo o perché quella materia è il nostro destino? E soprattutto, perché studiamo o non studiamo?

mastrocola

Noi allora studiavamo per tante ragioni. Intanto, la fine anni Sessanta e inizio Settanta era un periodo particolare per l’Italia: eravamo in crescita, un Paese che vuol tirarsi fuori e avanzare. Nello stesso tempo, avevamo vite semplici, e povere di cose e di eventi: a Natale i genitori ci facevano trovare un regalo o due, non montagne di doni; non ci allestivano feste di compleanno con torte, pizzette, animatori e trenta bambini invitati; si andava molto raramente al ristorante e non esistevano (o esistevano per pochi) i weekend, né gli sci club, o i corsi selvaggi di sport e di lingue. Stavamo a casa, perlopiù. Facevamo i compiti, dopo la scuola. Alla tivù c’erano solo due canali e al pomeriggio un’ora sola di programmazione. Andare a scuola era tutto, e studiare era normale. E c’era una convinzione collettiva molto salda, secondo cui la cultura era un valore in sé. Le persone istruite e colte venivano molto ammirate, e leggere libri e saperne parlare erano considerati un privilegio a cui era bello aspirare. E gli adulti avevano un forte senso del dovere, e del sacrificio, che passavano ai figli: si studiava anche perché era nostro dovere farlo, punto e basta.

Diciamo che il mondo di ieri, per tante ragioni, favoriva lo studio. O meglio, lo studio si confaceva a quel modo di vivere: era mirabilmente, e naturalmente, in sintonia con la vita di allora. Oggi no. Oggi il mondo è cambiato, ovviamente. Ed è cambiato in un modo tale per cui la condizione di studiare, cioè isolarsi e mettersi per ore su un testo e ‘impararlo’, ovvero tenerne memoria e farlo nostro, non mi sembra più tanto consona alle nostre vite, così convulse, socializzate, tecnologicizzate e iperconnesse. Siamo impegnati in altro, attratti e distolti da altro, innanzi tutto da schermi e tastiere, messaggini, video, chat. E la scuola sta rincorrendo il cambiamento: la nuova scuola, non so se buona o cattiva, è il digitale, è l’alternanza scuola-lavoro, è il fare, sempre meno il sapere. A breve non ci saranno più i voti, le interrogazioni, i libri, le lezioni, le classi, forse nemmeno gli insegnanti.

Che fine fa lo studio in un mondo e in una scuola tali? Direi che questo è il problema oggi. Far studiare i ragazzi, convincerli o, come si dice oggi, motivarli a qualcosa in cui noi stessi crediamo sempre meno? Obbligarli ancora per ore sui libri? Minacciarli, ricattarli? Punirli requisendo smartphone e tablet? O, come pare faccia il 45 per cento dei genitori, mandarli selvaggiamente a lezione privata il pomeriggio, spendendo un sacco di soldi? E ottenendo che cosa, che si appassionino allo studio o che ottengano ‘soltanto’ la promozione? Inoltre, quanto vogliamo che studino? E come, in che modo? Lo studio è solo un problema di ‘metodo’? E che cosa vogliamo che studino? Possono valere le stesse materie, gli stessi programmi? Ha ancora senso fare filosofia, uno studio così astratto? E il latino e greco, materie così ‘inutili’? E leggere ancora «I promessi sposi»? E Dante, Petrarca, Boccaccio non sono troppo lontani, e difficili? E il Tasso? O sarebbe meglio invece abolire lo studio, o cambiarne il concetto fino al punto di snaturarlo? Tutto deve cambiare perché tutto sta cambiando?

Io credo che molto debba cambiare, ma non tutto. Qualcosa dovrebbe rimanere. Non qualcosa del passato, ma qualcosa che è nostro in eterno, che appartiene immutabilmente al nostro essere. A me piacerebbe che, nonostante il mirabolante e velocissimo processo di modernizzazione di cui siamo attoniti testimoni, protagonisti o vittime, l’umanità continuasse a saper stare per ore su un libro, cartaceo o no, diciamo su un testo, una testura di parola, una rete verbale. Mi piacerebbe che fosse ancora capace, ogni tanto, di stare sulle parole, cogliendone le sfumature di senso, i sottintesi, le strategie formali, le connessioni, i giochi. Qualsiasi testo, non solo letterario. Qualsiasi ‘oggetto di parole’, ecco. Mi piacerebbe perché non posso pensare che l’umanità abbandoni le parole, non è pensabile, non è auspicabile.

Bisogna che i nuovi giovani, per quanto nuovi, continuino ad imparare a ‘stare su un testo’. A lungo. Da soli. Che abbiano anche questa capacità. E questo tempo. Ecco, dobbiamo insegnare ai nostri giovani digitalizzati e iperconnessi il tempo. O meglio, un’altra possibilità di tempo.

Non si tratta di cambiare poco o tanto, o non cambiare per nulla. Leggere su carta o su schermo o su nuvola, scrivere col gessetto, la stilografica, o con un’antidiluviana macchina Olivetti o sfiorando tasti touch sull’iPad. Tutto sommato, non è nemmeno così importante se faremo lezione sul telefonino, o non faremo più lezione. Possiamo sostituire benissimo l’Erminia del Tasso con Victoria Roubideaux, protagonista degli splendidi romanzi di Kent Haruf. O con Olive Kitteridge, di Elisabeth Strout. Perché no? Non è questo il punto. A me basta che continuiamo a nutrire l’anima, il pensiero, la mente: la nostra parte immateriale, aerea, profonda. M’importa che continuiamo a trovare il tempo per frequentare i nostri pensieri, e non lasciarli invece scorrere invano, imprendibili e passeggeri come l’acqua della doccia.

Credo che dovremmo tornare a pensare alla sostanza vera dello studio, al suo significato originario. Studiare non può essere soltanto il mezzo per ottenere bei voti, la promozione, un titolo, un lavoro, un buono stipendio. E non è più nemmeno l’unico mezzo per sapere, per avere informazioni e nozioni. Dunque dev’essere altro. Dev’essere un piacere in sé. Un ragazzo non deve studiare ‘per ottenere’ qualcosa. Non deve ‘studiare per’. Deve studiare provando il piacere in sé di studiare. A questo dobbiamo tendere, noi adulti. E il modo, secondo me, è di educarli fin da bambini a questo piacere, che, poi, è il piacere di osservare, di ascoltare, di stare fermi, soli, concentrati, quieti: il piacere di scendere in noi stessi e trovare un tempo e uno spazio solo nostri, segreti, preziosi. Se noi insegneremo ai nostri bambini questa capacità di ‘stare’, apriremo loro la strada allo studio futuro. Li faremo ‘abili allo studio’.

Lo studio è uno spazio interiore, questo vorrei dire. Uno spazio intimo, solo nostro, in cui sprofondare dimenticando le incombenze pratiche, i fini concreti, il quotidiano e inesorabile turbinio delle relazioni e dei commerci. Mi verrebbe da dire che studiare è uno dei modi di abitare l’anima. Sicuramente, innanzi tutto, è un fatto spirituale.

Ecco perché dico che bisogna innanzi tutto ridare il tempo ai nostri ragazzi. Bisogna che noi adulti (genitori e docenti insieme, a casa e a scuola!) insegniamo loro questo prima di ogni altra cosa: a prendersi il tempo, a stare fermi, a lasciare che il tempo semplicemente scorra, apparentemente inutile e vuoto, e anche noioso. La noia è un rischio che bisogna prendersi, perché è nel tempo annoiato che troviamo le idee che non sappiamo di avere, e troviamo chi non sappiamo di essere. Avere tempo, darsi tempo, prendersi tempo. Trovarsi angoli di tempo, scampoli sottratti al flusso caotico. ‘Stare fermi’: su una panchina, nel banco, al ristorante, davanti al mare, al tramonto, alla neve, così come davanti a una poesia, una formula, una pagina di storia. Bisognerebbe insegnar loro che la solitudine, circoscritta a qualche momento della loro giornata, non è un nemico; e che stare disconnessi e silenziosi per qualche ora al giorno non vuol dire essere asociali o rimanere esclusi: vuol dire soltanto prendersi il lusso di coltivare i propri pensieri, scavare in se stessi, per poi creare qualcosa di nuovo, e unico.

A quel punto sarà anche facile, e naturale, insegnar loro le ‘materie scolastiche’, e non impossibile sperare che le ‘studino’: l’arte, la filosofia, il latino e il greco, l’algebra, la biologia, la fisica quantistica e la letteratura, il Tasso come Elisabeth Strout, Montale come Orazio e Omero e Shakespeare. Sarà facile e non impossibile perché, una volta capito che esiste uno spazio infinito e ricco dentro di noi, che magari non sapevamo di avere e non aspetta altro che di essere riempito, sarà normale trovare che il modo più ovvio e più bello di riempirlo è… studiare.

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