La Rivoluzione di ottobre, l'utopia "obbligata"

Alla Fondazione Donat-Cattin di Torino presso il Polo del '900 una serie di incontri su uno dei grandi eventi del XX Secolo

Parole chiave: russia (8), rivoluzione (2), cento anni (3)
La Rivoluzione di ottobre, l'utopia "obbligata"

A cento anni dalla rivoluzione d’ottobre che cosa si può ancora dire che già non sia stato detto? In realtà, molto. Soprattutto se non si dà per scontato che, come di fatto avvenne e si volle che avvenisse, quella rivoluzione rispondesse a un processo ineluttabile della Russia, dell’Europa e in definitiva del mondo. Non si tratta di sognare una storia diversa, ma al contrario di ricuperare come possibile ciò che invece, e forzatamente, si ritenne di escludere dall’orizzonte del reale. In altri termini, di vedere dove precisamente si operarono scelte sbagliate e perché. Mantenere vivo, cioè, nella lettura della storia il principio di responsabilità, sottraendo la storia all’aureola solenne e ambigua della pura necessità.

Una delle più sottili e deleterie espressioni di quello che poi sarà lo stalinismo consiste appunto in questo: tutto ciò che si verificò prima durante e dopo la rivoluzione d’ottobre è parte di un processo storico inesorabile. Ovviamente anche e soprattutto la via staliniana al socialismo. Non a caso un mito tra i più radicati di questa visione non esitò a identificare l’Urss con il Paese del «bel sol dell’avvenire» o più semplicemente col ‘paradiso in terra’. Un mito che prese il cuore e l’anima di moltissimi fino al punto di non tollerare la pur minima critica al sistema. Ma la critica consisteva appunto in questo: negare all’esistente la pretesa di essere l’unica realtà possibile. Così era e così doveva essere. Dopodiché diventava anche il migliore dei mondi possibili.

Rifletteva bene quest’aura di fascino il ritratto postumo che il poeta Tvardovskij dedicò a Stalin: «Noi lo chiamavamo – perché negarlo? - /padre del suo stato-famiglia. / Non lo si può nascondere: / è così che tutto è accaduto. / Un padre in tutto ciò che diceva, era legge / il suo solo aggrottare di ciglia. / Compi il tuo dovere / ammetti che è bianco ciò che è nero».

A mezzo secolo dalla rivoluzione d’ottobre, in contemporanea e in questo stesso spirito, uno dei più interessanti contributi al ripensamento di questa possente utopia fu senz’altro la ricerca storica di Roy Medvedev, di primordine, comunista convinto e apertamente dissidente e critico della linea allora ufficiale (brežneviana) del Pcus. Significativo il titolo di un suo breve, rigoroso ed essenziale opuscolo; in originale: «La rivoluzione d’ottobre e il problema della necessità storica», 1976; ancor più espressivo del suo intento è la traduzione italiana: «La rivoluzione d’ottobre era ineluttabile?».Significativo pure che fosse pubblicato da Editori Riuniti, voce del Partito comunista italiano, da alcuni anni in aperto dissenso con Mosca e in ricerca di una via autonoma italiana al socialismo.

L’opuscolo di Medvedev si concentra su un momento cruciale della rivoluzione, il 1918, quando i bolševiki, dopo il colpo di Stato e l’avvio della dittatura del proletariato, ritennero che la Russia potesse fare a meno di una fase di transizione democratica e di qualsiasi alleanza con altre forze analogamente rivoluzionarie o riformatrici nel mondo contadino e nella borghesia. Decisione che comportò l’introduzione violenta di pianificazioni a tappe forzate della produzione e della distribuzione delle merci e delle derrate alimentari. La guerra civile già in atto assunse inesorabilmente tratti di inaudita crudeltà. Fu questo il primo periodo della storia sovietica a essere stigmatizzato come «terrore rosso». Dopo oltre due anni terribili, si prese atto della necessità di una Nuova politica economica (la Nep), che di fatto abbandonava, per il momento, la visione ideologizzata della pianificazione totale e centralizzata dell’economia.

L’autore trae in conclusione questo eloquente bilancio di quella fase: «Da tutto quanto si è detto risulta chiaramente, a nostro avviso, che tutte le concessioni ai piccoli contadini e alla piccola borghesia che il partito fu costretto a fare nella primavera del 1921 avrebbero potuto e dovuto essere fatte fin dalla primavera del 1918. Si sarebbero potuti così evitare, se non del tutto almeno in parte, gli eccessi della guerra civile e del terrore rosso a causa dei quali non solo gli storici borghesi ma anche sinceri fautori del socialismo continuano ancora oggi a guardare ai bolševiki dell’epoca della guerra civile non già come ad ‘eroi’, ma come a ‘mostri’. È vero che un simile giudizio non avrebbe scosso minimamente Engels né impressionato eccessivamente Lenin; resta comunque il fatto che la fama di fautori del ‘terrore’ che si crearono allora i bolševiki ha nuociuto profondamente alla causa del socialismo in tutto il mondo».

A ciò va aggiunto che proprio in conseguenza di queste scelte politiche il partito si era intanto date modalità di gestione militare, paramilitare e ideologica della società tali da rendere al suo interno la concentrazione di potere pressoché illimitata e senza alternative. Qui stanno le radici del temibile regime poliziesco di controllo segreto e totale della società. A suo tempo con assoluta chiarezza lo stesso Trockij all’inizio del secolo prevedeva che nella concentrazione di tutto il potere negli organi dirigenti del partito avrebbe portato ad una ulteriore concentrazione nelle mani del suo segretario. Il processo che, una volta esiliato, in fuga dall’Unione Sovietica e perseguito dagli agenti di Stalin, definirà come «culto della personalità». Così definiva quanto stava avvenendo nella Russia degli anni Trenta, supposta ufficialmente atea, con un termine della tradizione religiosa: «culto della personalità». Egli era nel partito uno degli atei militanti più intransigenti. La qualifica denotava dunque estremo disprezzo.

Con parole più semplici, ma forse più definitive, un importante dirigente comunista della prima ora, Philip Mironov, così si esprimeva per descrivere la ‘deviazione originaria’ (ma non era il solo messo a tacere con un colpo di pistola): «Per il marxismo il presente non è che il mezzo, l’avvenire soltanto è il fine. Se è così, mi rifiuto di prendere parte ad un’impresa del genere, mi rifiuto di accettare che il popolo venga mandato in rovina in nome di un avvenire astratto e remoto. Gli uomini d’oggi non sono forse un fine?».

Un aspetto del marxismo, poi del bolševismo e via di seguito, che si dà per scontato a partire dall’Ottocento in alcuni filoni di pensiero e di azione è fermamente convinto che l’unica via del socialismo sia quella della egemonia in esclusiva del partito sulla società e della ‘sua’ verità sul mondo. È qui, in ultima analisi, la deviazione ‘religiosa’ del comunismo fin da principio. Di una religione a sua volta deviata. Ma questo ha a che vedere non solo con la rivoluzione d’ottobre. Anzi, è un’insidia e un’allerta permanente sia per la politica sia per la religione.

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