MOMPELLATO 

25 aprile, la Liberazione di Casalpina

La casa dell'Azione Cattolica diocesana, nella bassa Val di Susa, custodisce ricordi preziosi della guerra combattuta duramente tra partigiani e nazifascisti 

Parole chiave: Mompellato (1), 25 aprile (6), Azione cattolica (20), casa alpina (2)
25 aprile, la Liberazione di Casalpina

Negli ultimi settant’anni c’è un luogo nella Bassa val di Susa, a pochi chilometri da Torino, che migliaia di bambini, ragazzi e giovani hanno abitato e animato grazie ai campi estivi dell’Azione Cattolica. Questo posto si chiama Casalpina, nome che per antonomasia ricorda le tante case che sulle nostre montagne si offrono ogni anno come luogo privilegiato per salire sul monte e stare un po’ con Dio, proprio come accadde a Pietro, Giacomo e Giovanni sul Tabor.

Ma Casalpina di Mompellato non nasce con le prime «5 giorni» del 1947, affonda le sue origini fin negli anni Trenta e custodisce tra le sue pietre ricordi preziosi della guerra di liberazione che su quelle montagne fu combattuta duramente tra partigiani e nazifascisti.

«Quassù si respira un’aria diversa» è il motto che accompagna da anni la casa e qualcosa di molto simile devono aver pensato anche i primi partigiani che arrivarono in Borgata Nicolera dopo l’8 settembre. Davanti a loro, dopo aver percorso una ripida salita e aver scalato la lunga scalinata di pietra che ancora oggi porta alla casa, si presentò un ampio piazzale circondato di faggi e di fronte una bella casa isolata, da cui si dominava tutta la vallata. Era il luogo perfetto per sistemare una delle sedi distaccate del Comando partigiano della 17° Brigata Garibaldi «Felice Cima». Nata nel marzo del 1944, la formazione guidata dal partigiano Corrado Filippini, detto Corrado, fu elemento chiave per il controllo di questa zona di montagna, così vicina alla valle di Viù.

La maestra di Mompellato così racconta l’inizio della Resistenza nel suo paese: «Le famiglie del posto hanno collaborato molto. Mompellato è stato più volte sul limite della distruzione. Poi c’erano le rappresaglie, abbiamo dovuto evacuare tutti, perché nella sede della 17° Brigata Garibaldi che era su dove adesso c’èla Casalpina, allora chiamata il ‘Castello’, i partigiani avevano portato prigionieri dei repubblichini dall’aeroporto di Caselle».

Perché Casalpina era per tutti il «Castello» è molto semplice da spiegare. Era nata per essere la casa per le vacanze della famiglia Visconti di Mondrone, ricca casata di origine milanese, all’epoca impegnata nella produzione di tessuti pregiati. Era stata costruita su tre piani, con ampi saloni affrescati, arazzi appesi alle pareti per limitare il freddo, una cappella interna con vetrate decorate (di cui oggi ne rimane ancora una dedicata alla Vergine Maria) ed un ampio salone per le feste. Il panorama da lassù era davvero eccezionale: uno scorcio della Valle di Susa, la pianura dei Laghi di Avigliana, la Collina morenica di Rivoli, ma anche la cima del Monviso.

Con l’avvento della guerra la casa fu abbandonata e con l’avvio della lotta di Resistenza divenne prima di tutto un luogo da saccheggiare. Si racconta che i pregiati tendaggi e tessuti, che la arricchivano, vennero portati a Mompellato affinché le donne ne confezionassero abiti: alcuni per le stesse famiglie del luogo, altri cuciti per i partigiani.

L’evento più tragico, che vide in qualche modo coinvolta anche Casalpina, accadde a inizio dell’estate del 1944. Domenica 2 luglio, fin dal primo mattino, un ampio rastrellamento interessò tutti i distaccamenti, sia quelli all’imbocco della Valle di Rubiana, che quelli più in quota, fino al Colle del Lys. I partigiani di fondo valle, capitanati da Mauro Ambrosio detto «Bil», dovettero disperdersi e molti risalirono la montagna, alcuni dei quali fino al Castello di Mompellato, dove si unirono al distaccamento guidato dal cremonese Amedeo Tonani, detto Deo. Quando i nazifascisti iniziarono a usare l’artiglieria, salirono ancora più in quota in direzione del monte Civrari. Ma non tutti riuscirono a mettersi in salvo, alcuni caddero vittima della furia di repubblichini e nazisti che, travestiti da partigiani, attaccarono di sorpresa e trucidarono 26 partigiani.

Il curato di Bertesseno, don Stefano Mellano, ha descritto quel tragico evento: «Il 2 luglio vi fu una strage al Colle del Lys. Arrivarono vestiti da partigiani, cantando le canzoni dei partigiani, ed i partigiani nel Castello non se ne accorsero. Quando ebbero sentore del pericolo erano chiusi da tre parti: essi, quelli che fuggirono verso Bertesseno, andarono nelle loro mani. Furono massacrati con le baionette e bastonate; infine li portarono sulla strada di Niquidetto e lì li fucilarono. Via i tedeschi andai con alcuni uomini e ne trovammo tre di gruppi di morti giù dalla scarpata della strada. Gli uomini li portarono sulla strada e il giorno 5 luglio vennero molti partigiani dai dintorni e tutti i compagni per il riconoscimento; cinque purtroppo furono irriconoscibili. Con il parroco di Mompellato benedicemmo un pezzo di terreno secondo il rituale. Intanto giunsero le casse e ad ognuno fu posta una ampolla con il nome o con i connotati, che si potevano prendere. Molti diedero l’indirizzo e scrissi ai loro parroci, che avvisassero le famiglie dell’accaduto».

La casa fu presa quindi dai tedeschi che la usarono come deposito, costruendo la strada per far passare le loro camionette. Ma alla fine arrivò la Liberazione e con essa una nuova era per il Castello. La casa fu acquistata per un milione di lire dall’Azione Cattolica di Torino, grazie all’intuizione di don Giovanni Barella, per tutti don Ba, vice assistente degli Aspiranti di Ac, che molte volte, guardandola da lontano, aveva sognato di trasformarla in un luogo speciale per i ragazzi.

Intanto papa Pio XII aveva lanciato la campagna «Salviamo il fanciullo» e l’Azione Cattolica si impegnò in prima linea per gli orfani di guerra e per i bambini invalidi. Lo sforzo per renderla di nuovo in qualche modo agibile fu enorme: la strada era interrotta, a causa della distruzione dei ponti sul Messa e a Bertesseno, ma il parroco di Mompellato, don Evasio Lavagno, tolse la carrozzeria alla propria Balilla e  la adibì a camioncino per trasportare fino a dove si poteva il materiale necessario alla ristrutturazione, poi tutto era portato a spalle. I responsabili dell’Azione Cattolica, intanto, andarono a Pisa in un deposito militare e acquistarono tutto ciò che sarebbe servito per arredarla e che gli Alleati avevano lasciato: armadi, brandine, pentole, gruppo elettrogeno.

Da quel momento in poi il Castello ha iniziato una nuova vita, fino a diventare Casalpina e ancora oggi è luogo speciale dove trovare pace e crescere nel bene. Per ricordare questa storia, per festeggiare e sostenere questa casa così importante per migliaia di ragazzi, molti dei quali oggi buoni adulti anche grazie a quell’’aria diversa’ respirata i piedi del Col del Lys, domenica 28 maggio, dalle ore 10 in avanti, si terrà l’appuntamento «Casalpina We Care» a cui sono invitati tutti coloro i quali hanno avuto a che fare almeno una volta nella vita con Casalpina.

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