Carlo Maria Martini a novant'anni dalla nascita

Il cardinale e arcivescovo di Milano di origini torinesi, una delle personalità più significative della Chiesa del Novecento 

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Carlo Maria Martini a novant'anni dalla nascita

Novant’anni fa il 15 febbraio 1927, a Torino in via Cibrario 19, nasce Carlo Filippo Maria Martini, chiamato «Carluccio», figlio di Leonardo e di Olga Maggia, ed è battezzato il 22 febbraio nella parrocchia Immacolata Concezione e san Donato. Dopo un anno alla scuola pubblica Federico Sclopis in via del Carmine 6, frequenta l’Istituto Sociale dei Gesuiti in via Arcivescovado. Nel maggio 1944 sostiene, con un anno di anticipo, la maturità classica al Massimo d’Azeglio e a 17 anni entra nel noviziato dei Gesuiti a Cuneo. Dopo la filosofia a Gallarate (Milano) e la teologia a Chieri (Torino), il 13 luglio 1952 a 25 anni, a Chieri nella chiesa di sant’Antonio, è ordinato sacerdote dal cardinale arcivescovo di Torino Maurilio Fossati. Studia al Biblico e alla Gregoriana di Roma, insegna a Chieri e poi a Roma. Confida il suo amore sconfinato per la Bibbia: «A 11-12 anni mi misi a cercare nelle biblioteche di Torino una traduzione del Nuovo Testamento. Trovai edizioni dei Vangeli, ma facevo fatica a trovare un'edizione completa del Nuovo Testamento tradotta dal greco. La trovai solo parecchie ricerche». Testimonia Silvia Giacomoni, giornalista de «la Repubblica»: «Mi raccontò che a 10 anni usò la sua mancia per comprare la Bibbia». Assume come motto episcopale «Pro veritate adversa diligere. Per la verità amare le avversità» dalla «Regola pastorale» di Gregorio Magno.

Il 29 dicembre 1979 è nominato arcivescovo di Milano da Giovanni Paolo II e il 6 gennaio 1980 lo consacra vescovo in san Pietro. Il 13 aprile 1988, nel centenario della morte di San Giovanni Bosco (1888-31 gennaio-1988) la basilica di Maria Ausiliatrice vede riuniti il cardinale arcivescovo di Milano Martini e il suo ausiliare Giovanni Saldarini, il cardinale arcivescovo di Torino Anastasio Alberto Ballestrero e il suo vicario generale Franco Peradotto. L’anno dopo, il 31 gennaio 1989 Saldarini 

diventa arcivescovo di Torino.

Il vaticanista Luigi Accattoli sul «Corriere della Sera» del 4 febbraio 1989 rivela un retroscena sulla nomina: «Dieci anni fa Saldarini “raccomadò” Martini al papa, che inviò a Milano il card. Sebastiano Baggio, prefetto della Congregazione dei vescovi, per provvedere alla successione del cardinale Giovanni Colombo. Don Giovanni Saldarini, prevosto di san Babila nel centro di Milano, gli fa all’incirca questo discorso: “Occorre uscire da Milano e dalla Lombardia, prendere un uomo che non ha legami con questa Chiesa, possibilmente un religioso, per non offendere il clero ambrosiano”. Baggio: “Un religioso? Come padre Sorge?”. Saldarini: “Un gesuita, sì, ma non Sorge. Martini, il rettore della Gregoriana”. L’idea piace molto a Wojtyla che ha appena visitato la Gregoriana e il rettore, alto e sicuro, gli ha fatto buona impressione. Seduta stante decidono la nomina di Martini». 

Per ricordare i 90 anni dalla nascita le riviste dei Paolini «Famiglia cristiana» e «Credere» pubblicano un interessantissimo articolo di Stefano Femminis: dalle ricerche della «Fondazione Martini» emerge un uomo austero e buono ma anche ironico e amante dei libri per bambini, «tanto autorevole e signorile quanto schivo e ingessato, la cui infinita erudizione e profondità spirituale incutevano una certa soggezione». La Fondazione il 18-19 febbraio presenta il primo frutto delle ricerche: una trentina di videointerviste, filmati, audio, manoscritti, fotografie. Testimoni sono la sorella minore Ma­ria Stefania Elena Rita, «Ma­ris», collaboratori dell’arcivescovo, esponenti della cultura laica con cui amava confrontarsi nella «Cattedra dei non credenti»: Umberto Eco, Massimo Cacciari, Ferruccio De Bortoli, Gustavo Zagrebelsky. 

Ricorderà più di quarant’anni dopo il professor Anselmo Zanalda, direttore sanitario dell’ospedale neuropsichiatrico «Fatebenefratelli» di San Maurizio Canvese (Torino): «In prima ginnasio eravamo compagni di banco. Nella primavera 1938, come al solito, non avevo fatto un compito a casa e copiavo regolarmente dai compagni. Quel giorno ero in ritardo più del solito e gli chiesi: “Mi fai copiare?” Lui mi rispose: “Ti lascio copiare, ma non so se faccio il tuo bene”».

La sorella Maris racconta che dopo l’ingresso in diocesi, il 10 febbraio 1980, «noi parenti andammo in Curia con lui. Venivano ritrasmesse le immagini dell’evento e noi eravamo incollati allo schermo. Allora sbottò e ci fece notare che era lì con noi, non era necessario guardarlo in televisione». Il segretario Erminio De Scalzi, poi ausiliare di Milano: «Aveva un umorismo all’inglese. Il primo giorno in Curia, facemmo la prova dei telefoni, piuttosto vecchi: dal mio ufficio feci una chiamata interna verso il suo: “Eccellenza, mi sente?”, chiesi a voce alta. E lui, sornione: “Sì, ma attraverso la porta”». Ancora: «A causa di impegni serali, preferiva mangiare poco, solo tè e biscotti e diceva alle suore che preparavano: “Stasera cena Schuster!”, riferendosi alla morigeratezza del predecessore».

Camminava molto in montagna con i gesuiti Silvano Fausti e Gianpaolo Salvini, direttore di «Aggiornamenti sociali» e poi de «La Civiltà Cattolica». Lo scrittore Umberto Eco testimonia: «Aveva la faccia di un attore di Hollywood e sapeva bere whisky. Per due volte mi sono trovato con lui a sorseggiarne un bicchiere, mentre chiacchieravamo. Era uno che sapeva vivere». Roberto Busti, portavoce, poi prevosto di Lecco e poi vescovo di Mantova: «Da prevosto di Lecco avevo scritto una lettera un po’ dura alla Curia per una decisione che non condividevo. Regalai a Martini un cannocchiale con un biglietto: “Se anche non riesce ad andare in alto, questo strumento l’aiuterà ad avvicinare le cose”. Rispose: “Ti ringrazio molto, ma tu dovresti usarlo all’incontrario, così le cose che ti sono troppo vicine e ti inquietano le vedi più lontane”». La giornalista  Giacomoni: «Mi divertivo a regalargli libri per bambini. Apprezzava molto e, in un intervento alla Scuola di formazione politica, usò come metafora una storia che gli avevo appena regalato: “Alice nel paese delle meraviglie”». Diego Coletti, vescovo emerito di Como, lo accompagna in un ritiro-vacanza in un’isola della Francia: «Sapeva che quell’isola era molto ventosa, tirò fuori dalla valigia un aquilone e si mise a usarlo».

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