Islam contro islamismo. No ai violenti in nome di Dio, un convegno a Torino

Al Sermig di Torino, una giornata di confronto e dialogo. Il racconto video di Leo e la riflessione di Torrero. Fotogallery

Parole chiave: fanatismo (2), islam (59), religioni (31), cristianesimo (32), violenza (26), amore (23)
Islam contro islamismo. No ai violenti in nome di Dio, un convegno a Torino

Si è svolto sabato un importante convegno sul tema "Islam e islamismo". L’incontro è stato promosso dal Comitato Regionale per i diritti umani e dal coordinamento interconfessionale “Noi siamo con voi”, tramite l’organizzazione, in particolare, del Centro Culturale Italo Arabo Dar al Hikma e dell’Associazione interreligiosa Interdependence. La giornata di lavori ha visto gli interventi del Presidente del Consiglio Regionale e del Comitato diritti umani, Mauro Laus, e del Vice Presidente del Comitato e portavoce del Coordinamento interconfessionale, Giampiero Leo.

Nel corso dell’incontro hanno portato la loro esperienza studiosi e importanti esponenti del mondo islamico italiano e internazionale: Luca Patrizi dell’Università di Torino, Michele Brignone della Fondazione Internazionale Oasis di Milano, Francesco Chiabotti dell’INALCO di Parigi, Mustafa Cerić, Gran Mufti emerito di Bosnia, l’Imam Yahya Pallavicini del Consiglio ISESCO per l’educazione e la cultura, lo Shaykh Abd ar-Rahman Fouda dell’Università di Al-Azhar del Cairo, Ibrahim Gabriele Iungo della Tariqa Shadhiliyya. 

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ecco il contributo di Claudio Torrero

Estirpare le radici della violenza

Non è ovviamente incomprensibile che rispetto ai Musulmani si nutrano nel mondo sentimenti di timore e diffidenza. Quand’anche i gravi crimini che in nome dell’Islam vengono commessi siano ascrivibili a dinamiche più complesse, a guerre occulte nelle quali ben altri elementi agiscono, tuttavia è altrettanto chiaro che essi trovano un terreno fertile nella coscienza religiosa, per quanto distorta sia.

E così, quando un Musulmano afferma che certi atti nulla hanno da vedere con l’Islam, si è ben disposti a credergli sul piano personale, ma non soddisfa interamente il bisogno di verità. Un bisogno che invece va accuratamente coltivato, se si vuole che il dialogo sia sincero.

 

Il punto è che quei vissuti hanno innanzitutto radici storiche.

Per secoli l’Islam è stato nel Mediterraneo e nella stessa Europa il grande antagonista della Cristianità; e anche in Oriente la memoria collettiva è segnata da ferite. Tutto ciò non si cancella e le vicende in corso lo riattivano.

Mistificante è dunque negarlo, come avviene quando ideologicamente si guarda ai Musulmani con lo sguardo offuscato dai sensi di colpa del colonialismo. Ma vederli soltanto come le vittime dell’Occidente dà luogo a un atteggiamento deresponsabilizzante, inconsapevolmente prigioniero del senso di superiorità che vorrebbe combattere, perché non riconosce all’altro la dignità di soggetto autonomo.

Certe vicende infatti non sono solo frutto dello sradicamento operato dall’Occidente; così come l’Islam non è la bandiera di rivolta degli oppressi, i cui atti sarebbero per ciò stesso in qualche modo sempre giustificati.

I Musulmani attuali sono eredi di una grande civiltà che nei secoli ha unificato un’estesa fascia di popoli della terra, dall’Atlantico all’Estremo Oriente; che ha poi dovuto cedere all’Occidente il predominio e si trova oggi a riguadagnare il terreno perduto, come la Cina e come l’India. Tant’è vero che la presenza del mondo islamico si avverte ovunque: nella politica internazionale, nell’economia, nella vita quotidiana.

Trattare la questione in termini di islamofobia, come se il fondamentale problema fosse la discriminazione, è dunque grottescamente riduttivo. Comporta instaurare un rapporto falso e pericoloso, in cui ciascuno degli interlocutori nasconde a sé e all’altro il proprio essere.

 

Proprio perché l’Islam non è di nuovo da tempo un mondo subalterno, bensì uno dei grandi protagonisti della scena attuale, la cui importanza è semmai destinata a crescere, è lecito attendersi che se ne assuma la responsabilità. E che gli altri lo sollecitino a farlo.

Nel timore e nella diffidenza che i Musulmani suscitano c’è dunque ben altro che un tenace pregiudizio. C’è una domanda che merita di essere accolta e meditata, in cui la drammaticità dell’oggi si intreccia alle memorie storiche. Una domanda che non a caso verte intorno alla questione della violenza.

Si può dire che la maturità dell’Islam odierno, che lo accredita a svolgere il ruolo che gli compete, sta nella capacità di non eluderla. Nella capacità di non rinviare ad altri quel che in sé deve essere cercato.

 

Non può quindi che venire accolto con soddisfazione il convegno di Torino, nato dalla collaborazione di una parte significativa dell’Islam piemontese e italiano con un contesto interreligioso che si raccoglie nel movimento Noi siamo con voi. Io personalmente ne parlo nella veste di membro non islamico del comitato scientifico, avendo operato in stretto rapporto con Don Ermis Segatti e Giampiero Leo, oltre che, fraternamente, con gli amici musulmani.

 

Il titolo del convegno, Islam contro islamismo, è tale da segnare una svolta anche nell’uso dei termini.

Se con “Islam” è ovvio che si debba intendere la religione, non lo è finora che “islamismo” indichi l’ideologizzazione che la religione subisce, non da oggi. Il che a sua volta richiama la natura complessa di una religione, il suo abbracciare piani diversi dell’esistenza - da quelli più personali e intimi a quelli più politici; col pericolo costante che questi ultimi prendano il sopravvento fino soffocare i primi. Quando una religione diventa forma dell’identità collettiva, e vi si fa appello nelle vicende in cui si disputa il potere, essa viene oltremodo esaltata ma al tempo stesso svuotata del suo senso autentico.

A un tale pericolo nessuna tra le religioni storiche può dirsi immune, anche se diverse sono le forme in cui si presenta, così come diverse le fasi in cui ciascuna può caderne vittima.

L’idea da cui gli organizzatori del convegno sono stati guidati è che per l’Islam questo fenomeno, anche in risposta al colonialismo occidentale, si sia particolarmente manifestato negli ultimi secoli, in cui si sono poste le premesse per il radicalismo attuale. Si tratta di movimenti di riforma che, spesso col pretesto di un ritorno alle origini, in realtà hanno operato distruttivamente nei confronti della tradizione e sono nei fatti solidali con i traumi della modernizzazione.

 

Una tale lettura ha preso forma in importanti incontri internazionali che si sono svolti in questi anni in varie località del mondo islamico. La necessità di fare i conti con il radicalismo e il terrorismo ha indotto ampi settori dell’Islam “tradizionale” ad avviare una riflessione per stabilire con chiarezza quali siano le premesse da cui quei fenomeni si sono prodotti. Una riflessione di cui ben poco finora si sa, in Italia e in Occidente in genere, e tanto più il convegno di Torino sarà importante.

Mostrerà, da parte dei Musulmani stessi, come le radici della violenza non siano estranee all’Islam, per quanto interne a una lettura da cui l’Islam può e deve prendere le distanze. Il che ha di per sé, prima ancora di entrare nel merito, un importante valore morale. Fino a che il male è soltanto visto fuori di sé, la porta è sempre aperta al fanatismo. È quando viene riconosciuto nel vivo della propria storia che si apre lo spazio della condivisione umana.

 

Non è dato sapere quanto in profondità andrà questa ricerca. Per alcuni già sarà fin troppo, per altri troppo poco. In ogni caso una strada si è aperta. Una strada politica, ma non solo. Estirpare le radici della violenza non vuol banalmente dire essere moderati, ma anzi radicalmente vivere la fede.

L’Islam tradizionale, a cui il convegno si richiama, corrisponde sicuramente a una realtà sociale e culturale storicamente identificabile; ma è ancor più una sfida lanciata al presente. Del resto una tradizione, se vuol esser viva, deve esserlo qui ed ora. 

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