Il dovere dell’ospitalità

L'intervista al padre domenicano che scrive alle famiglie e propone l’insegnamento dei classici 

Parole chiave: ospitalità (1), vangelo (36), famiglie (11), chiesa (562), domenicani (5)
Il dovere dell’ospitalità

Nel maggio del 1966, studente di teologia a Bologna, ho partecipato al matrimonio di un amico torinese, nella chiesa di S. Francesco. Celebrante era il cardinale Giacomo Lercaro, arcivescovo di Bologna, che alla fine dell’omelia ha raccomandato agli sposi: «Quando preparate la tavola, mettete sempre un piatto in più». L’ho sentito quel giorno per la prima volta e dopo essere stato ordinato sacerdote, alla fine di ogni matrimonio che ho celebrato, prima della benedizione, anch’io invito gli sposi a mettere a tavola sempre un piatto in più, come invito ad essere una famiglia aperta e accogliente nei confronti delle persone care, degli amici, ma anche di chi è meno favorito di noi, per tener desta l’attenzione nei confronti di chi è nel bisogno non solo materiale.

L’accoglienza è confrontata oggi a dimensioni umanitarie e numeriche inedite e di non immediata né facile soluzione: propongo qui alcune motivazioni umane e cristiane dell’accoglienza.

L’ospitalità nella cultura greca e latina

Per gli uomini del mondo antico l’ospitalità data allo straniero che domanda asilo, sia in una casa sia in una città, era un segno non equivoco di umanità e di civiltà. Il mondo dei barbari, al contrario, era connotato proprio dalla non-ospitalità in quanto i loro clan e le loro tribù erano escludenti e gli sconosciuti sospetti. Molto probabilmente in origine il termine xenos designava sia lo straniero sia il nemico. Così i sostantivi latini hospes e hostis sembrano imparentati. La «civiltà ha compiuto un passo decisivo il giorno in cui lo straniero da nemico è diventato ospite» (J. Daniélou).

La culturagrecapromuovel’ospitalità; si possono ricordare Omero, Platone e Strabone («Geografia», XVII, 1, 19), i quali ne sottolineano alcuni tratti che diventeranno costanti nella coscienza dell’uomo antico: «Stranieri e mendicanti, tutti ci vengono da Zeus. Non si dice: piccola elemosina, grande gioia?» («Odissea», XIV, 56-59). «Bisogna pensare poi che le relazioni e i contratti con gli stranieri sono cose sacre al massimo grado, perché tutte le colpe di chi è straniero e quelle contro gli stranieri dipendono strettamente da un dio vendicatore, più di quelle che riguardano i cittadini. Lo straniero, infatti, è solo, senzacompagni e familiari, perciò è più di ogni altro degno di misericordia da parte degli uomini e degli dei» (Platone, «Leggi», 5, 729e).

La cultura latina considera l’ospitalità un’alta virtù: «…per un buon ospite o per un amico, spendere è guadagnare» (Plauto, «Miles gloriosus», 647). Ovidio descrive l’ospitalità semplice e disponibile di Filemone e Bauci che, senza saperlo, accolgono Giove e Mercurio (Metamorfosi, VIII, 620-725), mentre Tacito elogia lo ius hospitis dei Germani: «Nessun’altra nazione maggiormente [dei Germani] si impegna per esercitare l’ospitalità. Escludere qualunque persona dalla propria casa è considerato come un sacrilegio; ciascuno secondo i propri mezzi offre una tavola ben imbandita. Quando le provviste sono terminate, colui che ha ricevuto lo straniero gli indica un’altra casa ospitale e ve lo accompagna. Coloro che giungono non erano stati invitati, ma questo non pone ostacolo: sono accolti con uguale umanità (pari humanitate). Conosciuti o sconosciuti, quando si tratta del diritto di ospitalità (ius hospitis), non si fanno differenze» («Germania», 21).

L’ospitalità

nell’Antico Testamento

L’Antico Testamento ripetutamente e insistentemente raccomanda l’ospitalità.

a) Amate lo straniero perché nel paese d’Egitto voi foste degli stranieri

Il comando della Scrittura, rivolto al popolo di Dio, di essere ospitale è motivato con la memoria della condizione degli ebrei presso gli egiziani: «Il forestiero dimorante fra voi lo tratterete come colui che è nato fra voi: tu l’amerai come te stesso, perché anche voi siete stati forestieri in terra d’Egitto» (Lv 19, 34; Es 22, 20).

La Scrittura ricorda che il Signore«ama il forestiero e gli dà pane e vestito» (Dt 10, 18) e ripete con insistenza: «Amate il forestiero, perché anche voi foste forestieri nella terra d’Egitto»(Dt 10, 19). Alla motivazione umana della «pari umanità» la Scrittura aggiunge quella teologica di «un solo Dio» per i forestieri e per gli Israeliti: «Ci sarà per voi una sola legge per il forestiero e per il cittadino della terra, poiché io sono il Signore, vostro Dio» (Lv 24, 22).

Un’altra motivazione insistentemente proposta dalla Scrittura è quella della protezione del più debole: «Maledetto chi lede il diritto del forestiero, dell’orfano e della vedova» (Dt 27, 19).

b) L’accoglienza di Abramo alle querce di Mamre

L’esempio che più ha influenzato in Israele la legge, la grandezza e la misteriosa profondità dell’ospitalità, è quello dell’accoglienzadiAbramo nei confronti di tre uomini alle querce di Mamre (Gn 18, 1-15): «Egli alzò gli occhi e vide che tre uomini stavano in piedi presso di lui. Appena li vide, corse loro incontro dall’ingresso della tenda». Abramo è stato ospitale perché lui stesso è stato forestiero in Egitto (Gn 12, 10-20) e in Palestina: «Io sono forestiero e di passaggio in mezzo a voi» (Gn 23, 4). L’ospitalità è presso i nomadi una necessità vitale; per gli stanziali lo straniero di passaggio è più facilmente sospetto.

Abramo, «accogliendo tre uomini» (Gn 18, 2), «senza saperlo» (Eb 13, 2) accoglie il Signore: manda a «prendere un po’ d’acqua» per lavare i piedi, li fa «accomodare sotto l’albero», va a prendere del cibo per ristorarli (Gn 18, 4-5). «Abramo andò in fretta nella tenda, da Sara, e disse: ‘Presto, tre sea di fior di farina, impastala e fanne focacce’. All’armento corse lui stesso, Abramo, prese un vitello tenero e buono e lo diede al servo, che si affrettò a prepararlo. Prese panna e latte fresco insieme con il vitello, che aveva preparato, e li porse loro» (Gn 18, 6-8). «In fretta» è espressione che ricorre nell’Antico e nel Nuovo Testamento ogni volta che qualcuno risponde in modo «pronto e tempestivo» al Signore che, «molte volte e in diversi modi» (Eb 1, 1), passa vicino a noi.

c) Israele ospite di Dio

Una terza motivazione vetero-testamentaria riguardante l’ospitalità è quella della ospitalità di Dio nei confronti di Israele: Israele è ospite di Dio, che gli dà una terra, lo nutre, si prende cura di lui come aveva già fatto durante l’Esodo e prepara una tavola per lui (Sal 23, 5-6; Prov 9, 1-5). L’ospitalità offerta da Dio a Israele comporta che a sua volta Israele sia ospitale.

L’ospitalità nel

Nuovo Testamento

Nel Nuovo Testamento, prima ancora della nascita di Gesù, Maria e Giuseppe sono alla ricerca di ospitalità a Betlemme: «…per loro non c’era posto nell’alloggio» (Lc 2, 7). Nell’insegnamento di Cristo, e degli Apostoli dopo di lui, si ritrovano soprattuttodue forti motivazioni per l’ospitalità, strettamente collegate:

a) L’accoglienza disinteressata

Gli scritti neo-testamentari in primo luogo invitano all’accoglienza disinteressata: «Quando offri un pranzo o una cena, non invitare i tuoi amici, né i tuoi fratelli, né i tuoi parenti né i ricchi vicini, perché a loro volta non ti invitino anch’essi e tu abbia il contraccambio. Al contrario, quando offri un banchetto, invita poveri, storpi, zoppi, ciechi; e sarai beato, perché nonhanno da ricambiarti» (Lc 14, 12-14).

Giovanni, nella sua terza lettera, invita ad essere ospitali nei confronti dei discepoli di Cristo: «Carissimo, tu ti comporti fedelmente in tutto ciò che fai in favore dei fratelli, benché stranieri [predicatori itineranti, mandati dall’apostolo Giovanni alle comunità dell’Asia Minore] …tu farai bene a provvedere loro il necessario per il viaggio in modo degno di Dio; noi perciò dobbiamo accogliere tali persone per diventare collaboratori della verità» (3Gv 5-8).

b) Ero povero, malato, straniero e mi avete accolto

La novità più profonda che Gesù Cristo propone riguardo all’accoglienza è la sua identificazione con i piccoli e i poveri: chi accoglie il povero, il malato, lo straniero, il carcerato, accoglie Cristo stesso. Quelli che sono alla destra chiedono al Signore: «Signore, quando mai ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare o assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando mai ti abbiamo visto straniero e ti abbiamo accolto o nudo e ti abbiamo vestito? Quando mai ti abbiamo visto malato o in carcere e siamo venuti a visitarti? E il re risponderà loro: ‘In verità io vi dico, tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli l’avete fatto a me’» (Mt 25, 37-40).

Anche quelli che sono alla sinistra chiedono: «Signore, quando mai ti abbiamo visto affamato o assetato o straniero o nudo o malato o incarcere e non ti abbiamo servito? Allora egli risponderà loro: ‘In verità io vi dico: tutto quello che non avete fatto a uno solo di questi più piccoli non l’avete fatto a me’» (Mt 25, 44-45).

L’identificazione del povero, del malato, dello straniero, del carcerato con Cristo stesso si fonda sull’incarnazione, per la quale Cristo è, nella sua persona, il ‘luogo’ in cui si incontrano Dioe l’uomo e quindi, in Cristo, anchegli uomini con Dio e fra di loro, poiché in Cristo tutti possono divenire figli di Dio e quindi tutti fra loro fratelli.

Due brevi considerazioni conclusive:

Senza saperlo

Il capitolo 25 di Matteo esplicitamente afferma che i giusti e gli ingiusti «non sapevano» di «servire» o «non servire» il Figlio dell’uomo nella persona dello straniero, affamato, malato, povero, carcerato, infatti chiedono: «Quando mai ti abbiamo visto…» (Mt, 25, 37-39 e 44).

Questo «non saperlo» non riguarda solo il popolo di Israele, ma riguarda «tutti i popoli» (Mt 25, 32) e quindi tutti gli uomini di ogni tempo, cristiani e non cristiani, che saranno «giudicati» giusti o ingiusti proprio sul «servire» o «non servire i fratelli più piccoli» (Mt, 25, 44).

L’autore della lettera agli Ebrei riprende la filoxenia di Abramo per inculcare la grandezzadell’ospitalità e nello stesso tempo sottolineare che Abramo e Sara l’hanno fatto senza esplicitamente sapere che era il Signore colui che passava: «Non dimenticate l’ospitalità: alcuni [Abramo e Sara], praticandola, senza saperlo hanno accolto degli angeli» (Eb 13, 2) e cioè degli inviati (àngheloi) del Signore, il Signore stesso.

Lungo la strada

Come il Samaritano incontra un uomo «mezzo morto» (Lc 10, 30) «per la strada» (Lc 10, 31) che scende da Gerusalemme a Gerico, così noi incontriamo ogni uomo e ogni straniero lungole strade delle nostre vite, nel quotidiano, nell’ordinario, negli incontri che lo stato di vita di ognuno di noi ci porta a fare. La «strada» è uno dei luoghi privilegiati in cui possiamo incontrare i fratelli e Cristo: «Mentre erano sulla strada per salire a Gerusalemme, Gesù camminava davanti a loro» (Mc, 10, 32). «Ed essi dissero l’un l’altro: ‘Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le Scritture?’» (Lc, 24, 32). «Ed essi narravano ciò che era accaduto lungo la via e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane» (Lc, 24, 35).

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