Il coraggio di avere fede dietro le sbarre

Mons. Cesare Nosiglia il 4 novembre ha amministrato le Cresime alle Vallette, nella cappella della sezione femminile

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Il coraggio di avere fede dietro le sbarre

Marina, è appassionata del profeta Isaia,  Vivien, vive aspettando l’ora di riabbracciare il suo bambino  e la mamma che ha lasciato in Nigeria, Alessandro ha un figlio e si sta preparando al matrimonio, Davide è un pugile dilettante la moglie che vive a Genova ogni settimana lo viene a trovare con grandi sacrifici. Così il loro catechista ha presentato all’Arcivescovo i quattro cresimandi detenuti al carcere torinese «Lorusso e Cutugno» che sabato 4 novembre hanno ricevuto il sacramento della confermazione da mons. Cesare Nosiglia nella cappella della sezione femminile. Marina, Vivien, Alessandro e Davide hanno scelto come padrini  il cappellano don Guido Bolgiani, il catechista, i volontari: la celebrazione a cui hanno chiesto di partecipare numerose detenute tanto che la Messa si è dovuta celebrare nel corridoio antistante la piccola cappella del «femminile» è stata molto partecipata e preparata dalle recluse coordinate da suor Maria Ida Cislaghi, figlia della Carità che da decenni è a fianco delle detenute nel carcere cittadino.

«Cristiani si non si nasce si diventa con una scelta» ha detto mons. Nosiglia durante l’omelia rivolgendosi ai cresimandi «voi oggi chiedendo i sacramento della Cresima confermate il dono del battesimo che avete ricevuto dai vostri genitori: vivere da cristiani non è semplice, soprattutto in momenti difficili della vista come il vostro. Significa amare gli altri come noi stessi perché negli altri c’è Dio. Anche dietro le sbarre si può vivere da cristiani, essere uomini e donne di speranza, se aiuterete i vostri compagni che vivono nella necessità, Dio aiuterà anche voi». E ancora: «tra i doni dello Spirito Santo che ricevete oggi c’è la fortezza e cioè il coraggio di resistere allo scoraggiamento che può prendervi nella vostra situazione: imparate ad ascoltare la voce del Signore e siate certi che non vi abbandona».

«La preparazione a questo giorno» spiega Giuseppe Bordello, il catechista che ha accompagnato i detenuti alla cresima «è durato tre mesi in un clima di impegno, serenità e amicizia: tutti desideravano concludere il cammino dell’iniziazione cristiana». Don Bolgiani aggiunge che in alcune sezioni sono stati avviati piccoli gruppi di riflessione sulla Parola di Dio dove i detenuti che lo desidera no hanno la possibilità di proseguire nel loro cammino di fede. «L’Arcivescovo che periodicamente visita il carcere ci sostiene personalmente e ci incoraggia in questo cammino di accompagnamento la speranza è di allargare questa esperienza a tutti i reclusi che avviciniamo ogni giorno». Al termine della celebrazione, dopo la preghiera che una detenuta ha letto a nome di tutte per «i nostri figli, gli sposi, i genitori che di aspettano a casa» mons. Nosiglia ha dato appuntamento a tutti nelle prossime festività natalizie.

«Dobbiamo considerare o il carcere come una parrocchia e far sentire a tutti i detenuti la vicinanza della comunità cristiana  per questo quando riesco cerco di venire in carcere. Nella sezione femminile in particolare vedo molta sofferenza: ci sono madri che hanno lasciato i figli a casa, figlie distrutte dal senso di colpa e che hanno genitori anziani e malati, donne che vivono la loro gravidanza dietro le sbarre…». Come le madri che vivono nell’Icam (Istituto a custodia attenuata per detenute madri) una speciale sezione all’interno del «Lorusso e Cutugno» che permette alle madri detenute di vivere accanto ai loro figli fino a sei anni di età in un ambiente comunitario a misura di bambino. E proprio all’Icam mons. Nosiglia accompagnato da don Bolgiani ha voluto terminare la sua visita accolto dalle educatrici, dalle mamme e dai piccoli sorpresi per la visita inattesa. Il tempo per una canzone insieme, per una preghiera per una bambina figlia di una detenuta ricoverata all’ospedale, per la benedizione ai bambini richiesta dalle mamme sui loro figli e la promessa di rivedersi «speriamo non più  qui» si è augurato l’Arcivescovo «ma durante una delle mie visite alle parrocchie della diocesi: nel frattempo vi porto tutti nel mio cuore».

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