Tempo di bilanci in Europa

Un anno orribile per le prospettive dell'Unione. Dalla Brexit all'ascesa di populismi

Parole chiave: unione europea (11), brexit (8), futuro (36)
Tempo di bilanci in Europa

TEMPO DI BILANCI IN EUROPA

Dicembre è ovunque tempo di bilanci, non solo politici, ma anche finanziari che « politici » lo sono per loro natura. Per l’Italia sono i giorni della legge finanziaria per il prossimo esercizio di bilancio e cosi’ anche negli altri Paesi. E’ tempo di bilanci anche per l’Unione Europea, alle prese con la conclusione di una complessa procedura per il  bilancio 2018, che ha visto affrontarsi in questi mesi la Commissione europea, cui spetta proporre il progetto di bilancio comunitario, il Consiglio dei Ministri UE e il Parlamento europeo, ai quali spetta la decisione finale.

Ma a Bruxelles, dove la programmazione finanziaria si sviluppa su tempi lunghi, si sta già lavorando alla preparazione del Quadro finanziario pluriennale che prenderà inizio nel 2021, al termine dell’attuale settennato 2014-2020, attualmente in corso di esecuzione. Si tratta di un quadro di risorse destinato a fissare le dimensioni dei bilanci annuali UE, a quali saranno consentiti pochi e contenuti scostamenti negli anni futuri.

Al di là delle procedure messe in atto, la cui complessità ne rende difficile la comprensione al cittadino, è già possibile segnalare alcune  possibili novità che si annunciano nel prossimo decennio per i Paesi UE, anche se per il momento di soli orientamenti si tratta, per sondare le reazioni dei Paesi che al bilancio UE contribuiscono e ne beneficieranno, a cominciare dal differenziale tra le risorse nazionali che mettono a disposizione del bilancio comunitario e quanto ricevono  dalla dotazione globale UE, oggi congelata all’1% della ricchezza nazionale e che la Commissione sembra voler portare attorno all’1,2%.

Prima di arrivare a un simile risultato, spesso poco ispirato a criteri di solidarietà, bisogna ridisegnare l’impianto del bilancio UE per renderlo leggibile ai cittadini e attivabile correttamente dai destinatari, modificandone i capitoli conformemente alle priorità dell’Unione. Dipenderà infatti da queste ultime, non sempre facili da identificare con cosi’ grande anticipo in un mondo in rapida evoluzione,  definire le dimensioni delle dotazioni finanziarie da rendere disponibili.

Ad oggi, nuove priorità sembrano delinearsi in futuro per l’UE  come, ad esempio, le risposte ai fenomeni migratori, la necessità di rafforzare la difesa europea e la rivoluzione digitale, senza rinunciare a sostenere la crescita e l’occupazione, consolidare la coesione territoriale e investire nella lotta al surriscaldamento climatico. Se a questo si aggiunge l’ipotesi, sostenuta in particolare da Emmanuel Macron, di creare una dotazione speciale per la zona euro – da affidare all’aupicato Ministro delle finanze dell’eurozona – di almeno 30 miliardi di euro e si tiene conto del futuro mancato contributo britannico, allora sarà difficile evitare tagli anche consistenti.

Il pensiero va ancora una volta alla politiica agricola, oggi il 40% del bilancio comunitario,  per la quale si sta pensando a un trasferimento verso  competenze nazionali e a una riduzione della dotazione finanziaria del 15%, equivalente a un taglio di oltre 50 miliardi di euro rispetto al settennato 2014-2020, con una riduzione per l’Italia di circa 10 miliardi. Tutto questo da valutare in un quadro di tensioni con i nuovi Paesi dell’est che vivrebbero le loro riduzioni come una sanzione per la loro mancanza di solidarietà dimostrata con il rifiuto di accogliere i migranti.

La Commissione dovrà presentare la sua proposta per il maggio 2018, alla vigilia delle prevedibili turbolenze che interesseranno l’UE nella primavera del 2019, con l’uscita della Gran Bretagna a marzo e le con le elezioni europee a maggio. Di qui a quelle date si lavorerà prevalentemente sotto traccia, ma resterà allora solo più un anno e mezzo di negoziato formale  per trovare un compromesso. E’ facile pronosticare che il 2020 non sarà per nessuno una passeggiata.

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