Tra gli universitari con coraggio e profezia

Verso il Sinodo - Riflessioni dal simposio sui giovani del Consiglio delle Conferenze Episcopali d'Europa a Barcellona

Parole chiave: barcellona (2), universitari (16), chiesa (593), giovani (189)
Tra gli universitari con coraggio e profezia

Strangolati dalle contingenze e dalle urgenze non abbiamo tempo per leggere, per pregare sul serio, per confrontarci. Fare pastorale universitaria è anche essere a servizio nel condividere momenti di ricerca e di riflessione che nascono altrove, ma che intercettano il vivere qui ed ora di ciascuno di noi. Ecco il motivo principale di questo intervento, tentando di fare in modo che i saperi siano condivisi. Su invito della Cei ho partecipato al Simposio sull’accompagnamento dei giovani del Consiglio delle Conferenze Episcopali Europee: 275 persone, quattro cardinali, 23 tra vescovi ed arcivescovi, preti, religiose, religiosi, laici e giovani che si occupano di pastorale giovanile, scolastica, universitaria, vocazionale e catechesi. Non tento una sintesi degli interventi, tradirei e non tradurrei la densità a cui ciascuno può attingere nel sito symposium2017.ccee.eu condivido invece quello che ho imparato. Oggi ci diciamo che abbiamo bisogno di coraggio e profezia per agire concretamente per la gente a cui siamo mandati. Lo studio della Scrittura ci ha insegnato che esiste la profezia come dono dello Spirito e la profezia come genere letterario che va in profondità leggendo il passato, ma tentando di leggere il futuro, le profezie post eventum. Ascoltare cosa accade in Francia o Irlanda, al di là dell’Adriatico o in nord Europa è ricevere molte di queste profezie in contesti secolarizzati e feriti, un tempo territori ricchi e fiorenti di fede, come la nostra Chiesa di Torino è ancora per molti versi. Ecco allora alcune profezie per noi.

La prima riguarda i nostri rapporti ecclesiali: è possibile parlare perché si percepisce l’altro come amico senza che il detto significhi schierarsi da qualche parte; è possibile passare dalla contrazione alla comunione passando per la contrizione, riconoscendo nelle nostre ferite il luogo dell’incontro e non della paura di essere isolati e non capiti; è possibile camminare insieme anche con qualcuno che va più avanti senza costringerlo a tornare indietro in nome dello stesso camminare insieme, ma nel riconoscimento del buono nell’avere esploratori. È possibile infine che centro e periferia si parlino di più, senza che l’uno pensi dell’altra di essere affacciata sul nulla e di non fare nulla. Invece c’è molto ed insieme si pensa come condividerlo con tutti, senza che si abbia bisogno di esserne titolari. La seconda profezia riguarda l’educazione: anche se lo Stato l’ha espropriata alla Chiesa facendo così fuori il popolo e decidendo dall’alto cosa insegnare e come farlo, è possibile rimettere insieme le persone, a cominciare dalla parrocchia, educandole ad abitare gli altri luoghi – scuola, università, sport etc. – facendo e scoprendo insieme, insegnando il limite e la grandezza dell’umano. È possibile dire come sono i nostri luoghi e perché sono educativi, è possibile uscire dall’angolo offrendo un modello ecclesiale e pensoso di comunione.

La terza profezia è sui giovani: è possibile accompagnarli raccontando loro che il tempo non è solo economico, ossia diviso in tempo del dovere – in cui fai – e tempo del piacere – in cui ricevi in cambio dell’aver fatto. È possibile che il tempo sia Grazia e sia nostro e non tuo o mio, che la fatica ti realizza in ciò che sei e non è il prezzo per diventare ciò che non sarai mai. È possibile così accompagnare educando nel fare insieme. Infine l’ultima profezia sui noi stessi, che è un po’ il cuore della pastorale universitaria come pastorale che cerca di far convergere i saperi verso un punto: è possibile condividere gli sguardi su di un centro, oggi i giovani, domani qualunque altro centro, senza dover occupare uno spazio in cui il fare sia la garanzia del continuare ad esistere. Condividere gli sguardi perché sono chiavi di accesso che non si annullano a vicenda, ma a vicenda si riconoscono e fecondano, proprio perché diversi. Altrove in Europa questo sta accadendo perché la storia ha umiliato la Chiesa costringendola ad agire così, ma con i resti e tra molte macerie. Noi possiamo imparare la lezione, con i giovani in questo caso, non solo camminando con loro ma, seguendo la traduzione inglese di Luca 24,15, «walked by their side», dalla loro parte, che è la nostra perché l’unica possibile. Con una teologia affidabile, perché viene dal Cielo e non è tratta dalla terra, fondandosi sulla rivelazione, e con una pastorale ancorata a terra e non campata per aria, essendo l’incarnazione il nostro vincolo. 

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