"Professoressa scendi dalla cattedra"

L'opinione di una docente sull'insegnare oggi e il messaggio dell'Arcivescovo di Torino mons. Cesare Nosiglia per l'anno scolastico 2017-2018 (sito Diocesi)

Parole chiave: scuola (80), anno (21), formazione (22), docenti (4), studenti (11)
"Professoressa scendi dalla cattedra"

  

falcini

 

L’equilibrio fra insegnamento e ascolto degli studenti è un arte sempre più difficile. Si apre l’anno scolastico, Monica Falcini riflette sulla professione più bella e difficile. 

Se qualcuno pensa che «insegnare» significhi comunicare un sapere acquisito una volta per tutte, eviti di sedersi in cattedra o anche solo di percorrere i corridoi di una scuola. Ci pensi meglio, riveda le sue convinzioni, prima che la vita non gli presenti la  sventura di un docente fatto così per i suoi figli. L’apostolo Paolo non era una pedagogista ma, letto con gli occhi di un’insegnante, colse nel segno: «Abbiate cura del gregge che Dio vi ha affidato; sorvegliatelo non solo per mestiere, ma volentieri, come Dio vuole..… Non comportatevi come se foste i padroni delle persone a voi affidate, ma siate un esempio per tutti» (5,2-3). Ecco, cominciamo questa riflessione sul mestiere dell’insegnante proprio a partire dal «gregge».

Il gregge. Non è un termine dispregiativo, evoca sensi di premura e sollecitudine: il gregge è prezioso in tutte le sue componenti ed è caro al pastore, quasi come un prolungamento della sua famiglia. I Vangeli descrivono l’affanno del pastore che ha smarrito una pecorella e non riesce a darsi pace, la cerca, si allontana da casa per ritrovarla.

Il gregge si alleva, si conduce e si protegge. Non molto diversamente si fa col gregge umano che abita le nostre scuole. Si alleva, a suon di stimoli e di cultura, di richiami e di incoraggiamenti, di allenamento del cervello e del cuore. Si conduce ad accostarsi al bello, della scienza e della letteratura, della filosofia e della matematica (come ricordava Parini, la contemplazione del bello conduce al Bene che – in tutte le sue forme – è il vero traguardo della crescita). Il gregge si protegge, non tanto dai «cattivi» della vita, che riescono talvolta ad infiltrarsi anche negli ambienti più sani e difesi, ma dalla superficialità del pensiero, dal pericolosissimo così fan tutti, dalla subcultura del tutto e subito e del premio che viene senza fatica.

La cattedra. Il bel gregge con cui il buon Dio popola le nostre aule esige pastori all’altezza. Perché l’insegnamento non è un lavoro come tanti, pur avendo il merito di permettere a chi se ne fa carico di portare a casa la pagnotta (di questi tempi, poco di più!).  Salendo in cattedra, che è bene lasciare spesso per incontrare i ragazzi vicino ai loro banchi, si ha una visibilità altissima. Ed è necessario sapere che ci si trova davanti ad una giuria implacabile, che ti giudica prima ancora che tu ti accomodi, constatando che hai la stessa borsa dell’anno prima e non sufficiente cura nell’abbinamento dei colori. Una giuria che - peggio ancora - coglie immediatamente se quel mattino ti sei alzato di traverso, o hai dormito male o ti pesa un macigno sul cuore.

In questi casi gli alunni riassumono impietosi «Oggi la prof ha la rogna addosso», senza troppi distinguo, perché l’arte delle sfumature si impara un pochino più in là con gli anni. Non ti perdonano se non entri in classe volentieri, se non chiudi fuori dalla porta le altre questioni della tua vita e se non sei tutto per loro. E un docente deve farsi perdonare molto ogni giorno: scusate se guasto la vostra sonnolenza della prima ora o l’appetito dell’ultima; scusate se inauguro la vostra settimana con un brutto voto o fisso fra pochi giorni una verifica che volevate differire a mai più; scusate se interrompo le vostre chiacchiere o vi costringo a ritirare negli abissi dello zaino cuffiette e trousse del trucco.

Perciò, meglio non giocarsi la misericordia dei ragazzi spadroneggiando su di loro come temeva san Pietro, considerandoli inferiori a noi per infiniti limiti connessi all’età e vantando una superiorità che, alla resa dei conti, davvero non esiste. E non resiste, soprattutto.

Cosa cercano i ragazzi. Guai a svilire ruoli e professionalità faticosamente acquisite per inseguire traguardi di facile popolarità e guadagnare punti in simpatia. In cattedra i ragazzi non cercano complici, e neppure amici, pur apprezzando una misuratissima complicità ed un atteggiamento talvolta amichevole per poter imparare che gli adulti non sono necessariamente ostili. Gli alunni di oggi, pur mostrando un’istintiva insofferenza alle regole ed alla disciplina, senza cui una scuola non è degna del nome, ne sanno riconoscere la funzionalità ed il valore e ci si sottomettono con docilità ogni volta che intravedono i significati di cui sono in cerca.

Ho avuto – tra i tanti - un gran maestro di scuola e di vita: don Aldo Rabino, volato al Cielo da solo due anni. Va detto che, da buon salesiano qual era, partiva con un evidente vantaggio sugli altri in tema di amore per i giovani e cura dell’educazione… Proprio lui, nel capitolo sulla scuola che si può leggere in «Da cuore a cuore», uno dei suoi ultimi libri, non mancava di esortare. «Oggi più che mai, i ragazzi sembrano chiederci: ‘bastonami, ma stammi vicino’. Che vuol dire: correggimi, guidami, sgridami se è il caso, ma cerca di volermi bene. Fammi capire se e dove sbaglio, sii paziente, ma anche esigente. Non crescerò mai se mi spianerai tu le possibili difficoltà; meglio che le affrontiamo insieme e che sia tu a farmele incontrare, perché così corro il rischio di farmi meno male. Giudica le mie prestazioni, non la mia persona. Se perderai la pazienza, potrò anche perdonarti; ma non perdere la fiducia nelle mie possibilità. Proponimi qualcosa di grande, perché sono nato per volare in alto, non per razzolare a terra».

Programma impegnativo, non c’è che dire. Ma don Aldo non era il prete delle misure non colme. Il bene si fa per bene, era uno dei suoi ritornelli preferiti. E l’insegnamento non fa eccezione.

Molto più che un mestiere. Non si fa l’insegnante. Lo si è. Perché i ragazzi ci chiedono assoluta coerenza per poterla apprendere a loro volta. Imparare ad essere insegnanti richiede lungo tempo, paziente umiltà e fiduciosa speranza. E, come in ogni cammino di vita, non si è mai arrivati. Proprio questo costante impegno ad essere migliori e a far meglio è requisito essenziale della professione docente e conditio sine qua non c’è buon esempio. Dunque neanche vera educazione.

Tra gli aforismi celebri di William Arthur Ward, uno recita: «L’insegnante mediocre dice. Il buon insegnante spiega. L’insegnante superiore dimostra. Il grande insegnante ispira». Va da sé che l’obiettivo cui tendere è l’ultimo. I primi tre passaggi non sono, tutto sommato, molto difficili. Ma – a meno di credere ancora alla pagana potenza delle muse – le migliori ispirazioni che ciascuno di noi ha avuto non sono solo state felici intuizioni, ma anche il risultato finale dei germi di bene che persone splendide hanno seminato nella nostra esistenza attraverso comportamenti ammirevoli, pur nella loro semplicità. Sono frutti maturati a distanza di anni dal seme gettato, superando le aspettative e magari anche i giorni di vita del buon seminatore.

Quello che resterà. Lauree e titoli abilitanti ci consentono di accedere con onestà e opportuna preparazione alla soglia del nostro lavoro. Ci permettono di scegliere i libri di testo, programmare le attività e trasmettere conoscenze e competenze (mai confonderle!). Ma non ci autorizzano ad entrare nelle vite dei nostri ragazzi, che di fatto occupiamo per tante ore al giorno. Gli alunni aprono le porte del cuore dopo una selezione oltremodo severa. Spalancano i cancelli dell’apprendimento a condizioni di elevata qualità (spiega male, ammazza di noia, ha un tono che neanche mia nonna, va troppo piano, corre troppo, non sa valutare, solo per citare giudizi ben noti). Altrimenti, stappano le orecchie e chiudono la bocca; è il massimo a cui giungono in virtù di una buona educazione pregressa. Sopportano evangelicamente gli insegnanti molesti, come si tollera una brutta influenza: sperando che passi. E tutto passa…

Un buon insegnante, invece, non passa. Passano le sue ore e pure gli anni. Passa la paura dell’interrogazione ed il fastidio per quel che è sembrato talvolta un eccesso di rigore. Ma la persona non passa, men che meno quando non c’è più. Credo che soprattutto oggi, in tempi tanto avari di modelli significativi, un insegnante debba puntare al cuore dei suoi ragazzi, pur non trascurando per nessun motivo il cervello. E – per puntare al cuore – occorrono credibilità e verità, offerte con quella cura che don Bosco chiamava amorevolezza e don Milani sintetizzava con l’efficace «I care».

San Pietro, don Bosco, don Milani, don Rabino… tutti buoni maestri e ottimi ispiratori, amati dal Cielo e rimpianti dagli uomini. Io che ho firmato questa breve testimonianza credo che il modello ideale di un insegnante di alto profilo, capace di tutto il meglio che ho provato a descrivere, venga anche molto dal buon esempio ricevuto dai propri docenti (era insegnante anche mia madre!). Viene dall’esempio di tanti dirigenti e colleghi, suore e laici, di provata esperienza o alle prime armi, con cui condivido le mie giornate di lavoro al liceo Madre Mazzarello di Torino, dove insegno da quasi trent’anni. Perché la scuola oggi è anche spazio di corresponsabilità e condivisione, dove tanti talenti diversi producono quotidianamente miracoli di comprensione e di accoglienza, di pazienza e di ascolto, di promozione culturale e umana.

A loro ed a tutti gli alunni con cui mi confronto ogni giorno devo dire… beata me! A tutti gli altri, buon anno scolastico: che sia nuovo davvero!

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