Rio: non solo olimpiadi

Rio con le olimpiadi e' stotto gli occhi del mondo, ma ogni giorno nel paese sudamericano si vive un dramma dimenticato: quello dei bambini di strada.

Parole chiave: Bambini abbandonati (1), meninos de rua (1), rio (3), olimpiadi (9), poveri (36)
Rio: non solo olimpiadi

I «meniños de rua, bambini di strada» in Brasile sono 6 milioni e finiscono letteralmente nel mirino delle forze dell’ordine e degli squadroni della morte non solo quando ci sono i grandi eventi, come i Mondiali di calcio del 2014 o le Olimpiadi nel 2016. Il Comitato Onu sui diritti dell’infanzia registra negli ultimi mesi un aumento delle esecuzioni sommarie dei bambini e una crescente impunità della polizia. Amnesty International conferma l’incremento delle esecuzioni extragiudiziali – in Brasile come negli Stati Uniti – registrate come «resistenza all’arresto»: negli ultimi cinque anni il 16% degli omicidi a Rio de Janeiro è avvenuto così, ma le ferite dicono che le vittime sono state massacrate dalla polizia quando erano ammanettate e in ginocchio.
L’opinione pubblica internazionale, giustamente, si indigna. In Brasile, invece, «la gente tace e applaude», osserva don Renato Chiera di Mondovì, missionario in Brasile dal 1978 che dal 1986 salva migliaia di minori: «Questo capita perché la gente ha paura».
Un rapporto Onu spiega che in Brasile, su una popolazione di oltre 200 milioni di abitanti, nel 2014 ci sono stati 58.946 omicidi, un numero spropositato. Negli Stati Uniti, su un popolazione di 319 milioni, ci sono 270 milioni di armi a uso personale, un numero assolutamente gigantesco. Armi garantite dal secondo emendamento della Costituzione che dice: «Essendo necessaria, alla sicurezza di uno Stato libero, una milizia ben regolamentata, non potrà essere infranto il diritto dei cittadini di detenere e portare armi». E con quelle armi nel 2013 ci sono state 33.169 vittime di omicidio.
Tornando al Brasile, dice il rapporto Onu: «Aumenta il numero di adolescenti uccisi dalla polizia. Le vittime sono soprattutto ragazzi poveri dalla pelle nera che vivono alla periferia delle aree metropolitane delle grandi città. La loro probabilità di essere uccisi dalla polizia è quattro volte maggiore quella di un adolescente bianco». L’Onu propone al governo brasiliano di eliminare il reato di «autos de resistência, resistenza all’arresto». In realtà si tende a rendere la povertà un reato. Dal settembre 2015 le famose spiagge di Ipanema e Copacabana di Rio sono proibite ai ragazzini delle favelas. Basta non avere le scarpe o essere vestiti in malo modo per essere bloccati e arrestati da un cordone di agenti mentre il Parlamento brasiliano vorrebbe abbassare a 16 anni l’età in cui si può essere processati come adulti. La presenza di minori - spesso auto ri di assalti, furti, scippi e altri reati - è vista come una minaccia al Paese, che vorrebbe mostrarsi «pulito» e in grado di garantire tranquillità e sicurezza a turisti e tifosi durante le Olimpiadi. La polizia ammette la morte violenta di molti minori, ma sostiene di aver risposto al fuoco di gruppi criminali o dice che molti minori muoiono nel fuoco incrociato tra bande, poi è la polizia a mettere la pistola accanto o in mano al cadavere di un ragazzo. Nei primi sei mesi del 2015 gli agenti hanno ucciso nello Stato di Rio de Janeiro 347 persone, di cui 170 nella città capitale dello Stato; il 75% delle vittime aveva tra i 15 e i 29 anni; 8 su 10 erano afroamericani.
L’Unicef parla di 10.500 bambini e adolescenti as sassinati in un anno, il doppio rispetto al 1992. In media c’è un minore ucciso ogni ora, 28 al giorno. Non tutti sono vittime della polizia, delle bande, degli squadroni della morte. Molti muoiono durante episodi di criminalità. La lotta alla povertà durante le presidenze di Lula e di Rousseff ha fatto uscire dalla povertà oltre 50 milioni di persone, ma quella brasiliana rimane una società violenta, come quella statunitense. E la polizia brasiliana gode di una sostanziale immu nità, come quella a stelle e strisce.
La «Convenzione per i diritti dell'Infanzia», adottata nel 1990, aveva fatto del Brasile un Paese-guida in America Latina. Oggi non più. Al di là dei minori assassinati c'è il fenomeno dei bambi ni e ragazzi scomparsi: si teme che molti siano stati uccisi. Don Renato Chiera, fonda tore nel 1986 della «Casa do meñor São Miguel arcanjo», comunità per bambini di strada alla periferia di Rio, parla di 400 alla settimana, cioè ogni 15 minuti un minore sparisce nel nulla, e in maggioranza sono abitanti delle favelas e sono neri.
La Chiesa e le organizzazioni cattoliche sono da sempre in prima linea in questo settore, anche per la loro esperienza plurisecolare in difesa dei minori abbandonati o a rischio. La Chiesa cerca anzitutto di sensibilizzare le comunità e la rete capillare delle organizzazioni cattoliche; si oppone all'abbassamento della soglia di punibilità a 16 anni; ritiene che i minori, anche se reclutati dalle bande, siano più vittime che carnefici, prodotti da una società violenta.
Impegnata nella «Pastoral da criança, pastorale dell’infanzia», la Chiesa è presente in 3.821 municipi del Brasile e si occupa direttamente di circa 1.100.000 bambini tra i 3 e i 6 anni. Vi lavorano 198.000 volontari - di cui 1'88 per cento sono donne – che evitano ogni forma di discriminazione e di proselitismo.
«Bisogna lottare con ogni mezzo contro l’infamia del traffico degli esseri umani e la diffusa cultura edonistica e mercantile, che incoraggiano lo sfruttamento sistematico della dignità e dei diritti delle persone». A nome di Papa Francesco, l’arcivescovo Bernardito Auza, capo della missione della Santa Sede alla Conferenza delle Nazioni Unite per eliminare la tratta dei bambini dei giovani, denuncia ancora una volta «questo cancro sociale». Una battaglia che la Chiesa - attraverso le parole dei Papi e l’impegno concreto delle istituzioni cattoliche - porta avanti incessantemente per contrastare «la tratta delle persone, il lavoro forzato e la moderna schiavitù».
È un’infamia che soggioga 2 milioni di minori al mondo. La Conferenza organizzata al Palazzo di vetro di New York valuta cosa si sta facendo e cosa non si sta facendo, e cosa deve essere fatto per liberare bambini e ragazzi dalla schiavitù e raggiungere l’obiettivo nell’Agenda Onu, che obbliga la comunità internazionale entro il 2030 a porre fine all’abuso, allo sfruttamento, al traffico e a tutte le violenze e torture contro i bambini.

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