Prevenire è meglio che curare: riflettendo sul terrorismo e la radicalizzazione

Il 10 aprile il convegno a Torino presso la sede della Regione di corso Regina Margherita sul tema "Verso un approccio regionale alla prevenzione della radicalizzazione" 

Parole chiave: redicalizzazione (1), terrorismo (73), pace (82), convivenza (4)
Prevenire è meglio che curare: riflettendo sul terrorismo e la radicalizzazione

Le ricadute sull’Europa del drammatico scenario di guerre e conseguenti flussi migratori dalle zone di conflitto e di instabilità sono sotto gli occhi di tutti e prendono le forme e i nomi di una serie di rischi diversi: la stessa tenuta dell’Unione Europea e dei suoi valori comuni; la coesione sociale dei singoli Stati membri, minacciata da xenofobia, nazionalismi e populismi che raggiungono sempre più alti livelli politici; e la minaccia terroristica che negli ultimi mesi è tornata prepotentemente sulle prime pagine dei giornali, portando con sé un’isteria collettiva che fa riecheggiare i fantasmi dello scontro di civiltà.

Nell’aprile 2015 le Nazioni Unite hanno stimato che, con l’escalation del conflitto siriano, l’afflusso totale di combattenti stranieri sia aumentato da 700-1.400 a metà del 2012 a 22.000 nei primi mesi del 2015, di cui circa 4.000 dall’Europa occidentale, ma sono più di 100 i Paesi da cui sono partire reclute per le organizzazioni jihadiste in Siria e in Iraq. Il Medio Oriente rimane la principale fonte di combattenti stranieri: ben 11.000 di cui 3.000 tunisini, 2.500 sauditi e 1.500 giordani, ma anche gli stati dell’Europa occidentale hanno visto importanti flussi di combattenti. Francia, Regno Unito e Germania hanno prodotto il numero più grande di foreign fighters, mentre rispetto alla dimensione della popolazione, i Paesi europei più colpiti dal fenomeno sono il Belgio, la Svezia, la Norvegia e la Danimarca. Per l’Italia si parla di circa un centinaio di persone.

Oltre a coloro che partono, ci sono poi anche coloro che si radicalizzano e rimangono in Europa sia con l’intenzione di preparare e compiere attentati sia diventando, a loro volta, reclutatori e fornendo supporto e sostegno logistico a coloro che decidono di partire, o di tornare, da aree di conflitto, come lo Stato Islamico. Con l’indebolimento e le perdite sul campo in Iraq e in Siria la strategia di ISIS sembra quella di potenziare questa presenza in Europa, attraverso attacchi coordinati o, semplicemente, ispirati che permettono di distogliere l’attenzione e le forze dal conflitto in Medio Oriente e mantengono viva la loro strategia del loro brand del terrore.
E' però importante segnalare che esistono diverse matrici di terrorismo che agiscono sullo scenario nazionale ed internazionale contemporaneo: in alcuni paesi del Nord e dell'Est Europa, infatti, non sono pochi i gruppi che si richiamano alle ideologie dell’estrema destra, xenofoba e neonazista; mentre la recente Relazione sulla Politica dell’informazione sulla Sicurezza1 della Presidenza del Consiglio dei Ministri segnala la consistenza della scena anarco-insurrezionalista nel nostro Paese e in altri, come la Grecia.

Ma cosa vuol dire radicalizzarsi e quali sono le cause della radicalizzazione? Gli esperti concordano sul fatto che la radicalizzazione sia un processo molto complesso ed individualizzato. Il concetto di radicalizzazione è nato dopo gli attacchi dell’11 settembre 2001, quando sono iniziate a comparire ricerche e analisi delle biografie dei terroristi da cui sono stati tratti dei modelli che ci descrivono la pluralità di concause e gli stadi successivi per cui un soggetto si radicalizza fino a giungere ad unirsi ad un gruppo terrorista: quello che viene definito il processo di radicalizzazione violenta. Fino a qualche anno fa terrorismo e radicalizzazione, che fossero in ambito jihadista o neonazista, erano trattati in un’ottica securitaria e repressiva. Nell’ultimo decennio, però, è emerso con forza, se non un cambio di prospettiva, un nuovo approccio che affianca gli strumenti tradizioni di lotta al terrorismo: quello che prende il nome di politiche di prevenzione e contrasto dell’estremismo violento (P/CVE).

Nella lotta al terrorismo infatti, il significato di prevenzione è stato quasi sempre associato alla repressione dell’atto eversivo in una delle fasi che precedono la sua attuazione concreta di attentato: dunque una prassi esclusiva degli organi di polizia ed intelligence, se non militare. Il presupposto di partenza delle politiche di contrasto all’estremismo violento, invece, ben esplicitato al “Summit on CVE” alla Casa Bianca del Febbraio 2015, è che “l'intelligence, la forza militare e l'applicazione della legge da sole non risolvono - e quando abusate possono invece esacerbare - il problema dell'estremismo violento". 

I documenti:

Relazione annuale sulla sicurezza del Governo italiano

Il documento dell'Onu sul contrasto al terrorismo

 

I tre pilastri delle sue azioni sono:
- Disseminare sensibilizzazione sui processi di radicalizzazione violenza e di reclutamento;
- Contrastare le narrazioni estremiste, come la propaganda jihadista, con la promozione on-line di contronarrazioni promosse dalla società civile;
- Valorizzare gli sforzi delle comunità locali che intervengono consentendo di interrompere il processo di radicalizzazione prima che un individuo si impegni in attività criminali.
L’attualità e l’impatto dei recenti attentati in Francia, Germania, Belgio e Inghilterra hanno spinto il governo italiano e, in particolare, il Ministero dell’Interno, prima con il Ministro Alfano e ora con il Ministro Minniti, ad intraprendere ed accelerare una serie di iniziative, non solo di lotta al terrorismo, ma anche di contrasto alla radicalizzazione e all’estremismo violenti. Ugualmente, circa un anno e mezzo fa, in Parlamento è stata presentata ed è attualmente in discussione la proposta di legge Dambruoso-Manciulli “Misure per la prevenzione della radicalizzazione e dell’estremismo jihadista”. Entrambe queste iniziative dimostrano l’attenzione e l’esigenza ormai riconosciuta dall’Italia di uniformarsi al contesto europeo per quanto riguarda le strategie e le pratiche di CVE.

Fin dal 2011 la Commissione Europea ha costituito la rete RAN, Radicalization Awareness Network (RAN), proprio con la finalità di promuovere politiche e programmi di prevenzione e contrasto dal basso che favorissero la resilienza delle comunità verso il fenomeno, coinvolgendo nei suoi gruppi di lavoro i diversi operatori attivi nei territori coi soggetti a rischio di radicalizzazione violenta. Così, sia la relazione consegnata lo scorso gennaio al governo italiano dalla Commissione di studio sul fenomeno della radicalizzazione e dell'estremismo jihadista, presieduta dal Prof. Lorenzo Vidino, sia la proposta di legge Dambruoso-Manciulli in discussione in Parlamento, mettono proprio al centro l’importanza di un livello non solo nazionale, ma anche regionale e locale, di attenzione al fenomeno attraverso il coinvolgimento di tutti quei soggetti e di tutti quegli attori che a diverso titolo possono, o meglio devono, essere coinvolte nelle pratiche di prevenzione: dalla scuola ai leader politici e religiosi, dalle forze dell’ordine ai servizi socioassistenziali, dagli esperti alle organizzazioni della società civile.

Il presente convegno vuole dunque essere l’occasione per fare il punto sulla situazione in Europa, in Italia e in Piemonte attraverso la presentazione dell'attività della RAN, della relazione elaborata dalla Commissione di studio sul fenomeno della radicalizzazione e dell’estremismo jihadista e della proposta di legge Dambruoso-Manciulli. Verranno inoltre portate all’attenzione degli esperti e delle istituzioni una serie di buone pratiche già attivate sul territorio piemontese. Il Piemonte è infatti una delle prime regioni ad essersi attivata in questo campo grazie alla sensibilità delle sue istituzioni e alla dinamicità della sua società civile che fin dal 2012 ha attivato progetti pilota e tavoli di lavoro cittadini. Da ultimo, la parola verrà lasciata agli enti e alle istituzioni chiamati ad implementare a livello locale i suggerimenti della Commissione e della legge in discussione.

Il risultato di queste politiche che intervengono sul pensiero critico dei giovani di fronte alla propaganda su Internet, sulla resilienza delle comunità multi-religiose e multi-etniche delle nostre città, sull’informazione alle famiglie che temono per i propri figli in partenza verso scenari di guerra, o sulle prigioni per evitare che siano fucine di terroristi, oltre a prevenire e contrastare la radicalizzazione, siamo certi possano produrre benefici indiretti per gli altri due rischi esposti in apertura: rafforzano la coesione sociale del nostro Paese e diffondono i valori comuni europei di cittadinanza attiva, democratica, plurale e non-violenta.

* ideatori e promotori del convegno

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