Padre Moschetti: "Il Sud Sudan come la Siria, ma nessuno ne parla"

Intervista - Il missionario comboniano: "Un'escalation di morte, speriamo nella visita del Papa nel 2018"

Parole chiave: Sud Sudan (1), Africa (39), guerra (62), fame (7), politica (125), diplomazia (6)
Padre Moschetti: "Il Sud Sudan come la Siria, ma nessuno ne parla"

Si parla ancora troppo poco di cosa accade nei Paesi più poveri dell’Africa: il caso del Sud Sudan è lo specchio di come i media si interessino solo quando accadono stragi con centinaia di morti». Lo racconta a «La Voce e Il Tempo» padre Daniele Moschetti, 56 anni, missionario comboniano, che ha raccolto la sua esperienza nel volume «Il lungo e sofferto cammino verso pace, giustizia e dignità» (Editrice Dissensi, pp. 250, euro 14). La sua testimonianza offre un resoconto dettagliato dell’impegno di tanti missionari nel Sud Sudan sconvolto da una serie di conflitti infiniti e oggi dalla guerra civile. Ha girato l’Italia in lungo e in largo, sessanta incontri di sensibilizzazione e descrizione di una realtà drammatica del nostro mondo, nel nostro tempo. Padre Daniele dopo aver lavorato fino a 27 anni, inizia un percorso di discernimento e scelta vocazione: «Ho scelto di ritrovare Dio nella vita quotidiana della gente, soprattutto tra i più poveri, gli emarginati». Ha lavorato undici anni a Nairobi, in Kenya, e vissuto a Korogocho, nella baraccopoli dove era stato padre Alex Zanotelli. Poi è stato mandato in Sud Sudan.

Dalla vocazione religiosa alle esperienze di missione. Dopo il Kenya quando ha iniziato la sua esperienza in Sud Sudan?

Da sei anni vivo in Sud Sudan, missionario e poi superiore dei Comboniani. Conosco quel popolo, 13 milioni di abitanti e una superficie doppia dell’Italia, davvero in profondità. Il Sud Sudan viene da una situazione drammatica di guerra vissuta negli ultimi quarant’anni. Ci sono state due guerre, la prima cominciata nel 1955 e conclusasi nel 1972, combattuta tra le tribù del  Nord e del Sud. Poi c’è stata una seconda guerra, quando si è iniziato a scoprire il petrolio, dal 1973 fino al 2005, che ha causato due milioni e mezzo di morti, sia per la guerra ma anche per la fame, per le medicine che mancavano, per i servizi sanitari inesistenti. Tre milioni di persone si sono rifugiate nei Paesi limitrofi e anche all’estero, negli Stati Uniti, in Canada, in Australia, in Europa. Quindi siamo arrivati pian piano, con l’impegno della comunità internazionale e soprattutto delle Chiese cattoliche e protestanti, a fare un lavoro di advocacy, cioè riuscire a far emergere questo grande dramma della più lunga guerra in Africa. Si è arrivati anche a un accordo con il Nord, con al-Bashīr, che ormai da 32 anni è il Presidente, a capo di un governo islamico fondamentalista, che voleva islamizzare il Sud e la parte dell’Africa nera. Al referendum del 9 gennaio 2011, il popolo del Sud Sudan ha votato al 98 per cento la secessione, quindi ha chiesto di diventare un Paese indipendente rispetto al Nord islamico.

Dopo l’indipendenza, le speranze del nuovo Paese sono cadute con la cruenta guerra civile…

Sono stati momenti di grande speranza, grandi sogni, soprattutto tra i giovani, considerando che il 70 per cento della popolazione è composta proprio da giovani e bambini. C’è stata per un po’ la speranza di avere una vita normale, di avere finalmente un’istruzione o di ricostruire le strade, solo per fare qualche esempio. Qui manca tutto. Non dobbiamo dimenticare che parliamo del Paese più povero al mondo. Tutto questo è andato avanti fino al 15 dicembre del 2013, quando purtroppo si è scatenata una nuova guerra, questa volta civile, tra le due etnie più grandi del Sud Sudan: i Dinka e i Nuer.

Ci può descrivere la situazione attuale?

Da quel 15 dicembre fino ad oggi è stata una escalation di morte. Non si hanno dati ufficiali, ma possiamo considerare oltre 100 mila morti in questo conflitto, di cui purtroppo si sente parlare poco nei nostri media italiani. Se non fosse per Papa Francesco che ne parla, il silenzio è sovrano. Purtroppo questo dramma continua, è diventato una lotta fratricida tra tribù dello stesso Paese, ma non solo tra le due principali, dal momento che in totale ce ne sono 64. È una lotta che ruota intorno al potere e alla gestione delle risorse, e poi tutta la comunità internazionale (dagli americani agli inglesi, passando per i russi e i cinesi) ha grandi interessi in questo Paese, perché possiede grossi giacimenti di petrolio e molte altre risorse. Del resto questo è un Paese vergine, perché dall’indipendenza, dal ‘55, è sempre stato in guerra, e ha un territorio molto fertile (foreste, il Nilo bianco, acqua in abbondanza). Quindi è molto interessante per le multinazionali del Nord del mondo e per quelle asiatiche. Ancora oggi, nonostante la guerra, si continua ad estrarre petrolio, soprattutto nella zona dei Nuer. E sono proprio i Nuer che hanno pagato il più alto numero di morti, proprio per questo motivo, per avere il petrolio sul proprio territorio, nei propri Stati (2 su 10).

Da una parte le parole del Papa, l’impegno della Chiesa, delle Ong e della diplomazia internazionale; dall’altro il commercio delle armi e lo sfruttamento delle risorse naturali delle multinazionali.

Viviamo in un Paese ricco di risorse e poverissimo, pieno di contraddizioni. I capi tribù, i signori della guerra si arricchiscono e portano depositi aurei e conti bancari in giro per il mondo, mentre il popolo è alla fame. Papa Francesco ha lanciato un altro appello molto forte perché c’è una grande fame, 5 milioni di persone sono a rischio della vita, e moltissimi stanno già morendo. Bergoglio, per ragioni di sicurezza, non è ancora potuto venire in Sud Sudan, ma spera di farlo nel 2018. Un allarme riconosciuto questa volta anche dallo Stato, che finora non aveva mai riconosciuto gli allarmi lanciati dalle Nazioni Unite e da altre organizzazioni non governative e umanitarie. Sono problemi legati alla guerra, perché gli investimenti non sono andati su infrastrutture o istruzione, ma il governo ha speso milioni e milioni in armi, indebitando il Paese e ipotecando il petrolio, anche quello futuro. In questo modo si stanno perdendo le ricchezze nazionali, mentre è fiorente il commercio delle armi che alimenta gli eserciti, quello regolare e quello degli oppositori. Armi che giungono da Cina, Ucraina, Stati Uniti. La situazione economica registra il default del Paese; l’inflazione è all’850 per cento e non si produce nulla o quasi nulla nel Paese, viene tutto importato dall’Uganda, dal Kenya, dal Sudan, dall’Etiopia. C’è mancanza di cibo, tutto è molto costoso, per cui la popolazione non riesce più a far fronte alle necessità quotidiane. 

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