Non avrete il mio odio

Antoine Leiris, giovane giornalista di Radio France, e la lettera ai terroristi che lo scorso novembre hanno ucciso sua moglie al Bataclan. Parole, ora diventate libro, nate da un lutto atroce ma inaspettate e misurate

Parole chiave: bataclan (1), terrosismo (1), lettera (17), parigi (16)
Non avrete il mio odio

Perdere la propria moglie all’improvviso, uccisa dai colpi mortali dei terroristi islamici. Un’esperienza dolorosa, scioccante, indelebile, quella vissuta da Antoine Leiris, trentaquattrenne giornalista di Radio France, il 17 novembre scorso. Quando, dopo affannose e interminabili ricerche, ha scoperto che sua moglie Hélène era una delle novantatré vittime dell’attentato parigino al Bataclan, avvenuto quattro giorni prima. Il corpo senza vita della donna all’istituto medico legale della capitale francese. Poi la decisione di raccontare la sua storia, scrivendo una lettera ai terroristi. Parole molto misurate, private e non politiche. Parole che raccontavano di un lutto atroce, di uno smarrimento impensabile, del senso di perdita di un uomo, ma anche del legame vitale con il proprio figlio, un bimbo nato da poco, dei timori per il suo futuro, del nuovo modo di guardare al mondo.

La domanda forse è banale, ma inevitabile: perché ha deciso di raccontare la sua drammatica storia?

Il lunedì successivo all’attentato sono andato a vedere Hélène all’Istituto di medicina legale. Non pensavo certo che rivederla mi avrebbe fatto un bene che non potevo immaginare. Pensavo che ormai fosse morta, ma al tempo stesso sentivo che il nostro rapporto esisteva ancora e che, in qualche modo, avremmo potuto continuare a vivere insieme. Così ho preso nostro figlio Melvil all’asilo, siamo tornati a casa per mangiare, mi sono messo al computer e le parole sono uscite da sole. Solo dopo ho scoperto che quello era diventato il mio messaggio. Quando Melvil è andato a dormire ho cominciato a ricevere decine di commenti provenienti dal mondo intero, e solo allora mi sono reso conto che ciò che avevo scritto aveva toccato il cuore di tanta gente. Da quella prima lettera è nato poi questo libro.

Come si può non odiare dopo un’esperienza di questo tipo?

Mi sembra la migliore risposta. Non avranno mai quello che cercano, continuerò a vivere la mia vita, ad amare la musica, a uscire di casa. Non voglio che mio figlio cresca nell’odio, nella paura e nel rancore. Gran parte di me è andata via con Hélène il 13 novembre, quello che resta di me ora è per Melvil, per lui sono obbligato a dimenticare risentimento e collera. Se lui crescesse così diventerebbe quello che loro sono diventati: gente cieca, violenta che preferisce le scorciatoie al cammino più complesso della riflessione, della cultura, del confronto. Gente che si rifiuta di vedere il mondo come è: magnifico. Chiunque vi parli di Hélène vi può raccontare che aveva uno sguardo immenso, occhi grandi che mangiavano letteralmente il volto. Melvil è nato con gli occhi già aperti. L’idea che volevo trasmettere è che lo aiuterò a tenerli aperti su quegli strumenti, come i libri, la musica, l’arte, che fanno vedere il mondo come un prisma, l’opposto di come lo vedono i terroristi. Voglio donare a mio figlio questa apertura mentale perché così avrebbe voluto Hélène, e in realtà lo ha già fatto: perché Melvil adora i racconti e la musica. Sì, continuerò a tenere gli occhi aperti per lui. E spero di dargli armi di carta, di penna, di note. E non proiettili di un kalashnikov.

leggi l'intervista completa su «il nostro tempo» di domenica 29 maggio

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