Mohamed dal Pakistan: grazie a Torino ora sono vivo

Storia di Natale: l'esodo di un rifugiato politico

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Mohamed dal Pakistan: grazie a Torino ora sono vivo

I protagonisti della nostra storia di Natale sono un allievo molto particolare e una docente in pensione che, dopo 40 anni di insegnamento, tre figli e tre nipoti, ha deciso di mettere a disposizione la sua esperienza per dare un contributo all’integrazione dei giovani stranieri che arrivano a Torino da soli o con le loro famiglie spinti da fame,  guerre e persecuzioni. Mohamed è pakistano e musulmano come la quasi totalità dei suoi connazionali: oggi ha 26 anni ed è arrivato a Torino nel 2012. Francesca è un «senior civico»,  i volontari pensionati che mettono a disposizione tempo e professionalità per chi ne ha bisogno: da anni insegna l’italiano agli stranieri in una delle biblioteche cittadine.

I loro nomi sono di fantasia perché Mohamed preferisce rimanere nel nascondimento: è un rifugiato politico, scappato dal suo paese perché ha dimostrato pubblicamente il suo dissenso contro la corruzione del regime che governa il Pakistan, dove sono rimasti la sua mamma e 4 fratelli. Suo padre, insegnante, è morto qualche anno fa.  Mohamed vuole raccontare la sua storia perché «a Torino ha incontrato persone che lo hanno aiutato a pensare al futuro: ho ricevuto tanto e voglio restituire il bene che mi è stato donato» ci dice «e poi desidero dare speranza a tanti stranieri come me che, per gravi motivi - c’è sempre una minaccia di morte  se si è costretti a lasciare la propria famiglia e il proprio paese natale - decidono di lasciare tutto per sopravvivere: il nostro dolore di ieri, se ne fai tesoro e non lo tramuti in rabbia, può essere la forza per il domani».

Francesca è una nostra abbonata e ha accompagnato Mohamed  in redazione perché, è convinta che «ci sia bisogno di far conoscere storie positive che aiutino la gente a smontare i pregiudizi sugli stranieri che ‘vengono in Italia solo a delinquere o a portare via lavoro’. Soprattutto, in un momento in cui c’è il rischio che tutto l’Islam venga confuso con il terrorismo, c’è bisogno di raccontare che sono tanti i musulmani, come Mohamed, che aborriscono l’integralismo che ha generato l’Isis».

Incontriamo Francesca e Mohamed proprio nei giorni in cui il Pakistan è teatro, in una chiesa metodista di Quetta, di un nuovo attacco terroristico alla minoranza cristiana (l’1,6% della popolazione, circa 2 milioni di persone su un totale di 200 milioni di abitanti, il 97% musulmani). «Anche se per noi Natale non è una festa religiosa» esordisce Mohamed «sono felice di festeggiarlo con voi perché le nostre due religioni hanno molto in comune, hanno un’ unica divinità, Dio e Allah,  e le nostre radici sono le stesse. Le nostre sono religioni di pace. Anche il mio popolo desidera vivere in pace e non è possibile. Qui a Torino ho molti amici indiani induisti e cristiani mentre nel mio paese non potevo frequentare persone di un’altra religione, è terribile. Come mi rattrista molto che alcuni stranieri non siano riconoscenti al vostro paese che ci offre un’opportunità di riscatto ma rovinino con il loro comportamento malavitoso la reputazione di tanti di noi che vengono in Italia con buone intenzioni».

Mohamed, non può spiegare il motivo per cui è dovuto scappare dal Pakistan  ma ripercorre con le lacrime agli occhi - che di quando in quando si incrociano con quelli della sua maestra per cercare conferma di una parola o di una frase italiana - il viaggio da clandestino che i trafficanti di esseri umani gli hanno organizzato a caro prezzo dal Pakistan a Milano, attraverso la Grecia e i Balcani. «Avevo 21 anni: ci sono voluti due mesi per arrivare in Italia a piedi, in un container, con mezzi di fortuna. Sono giunto a Torino in treno, dove avevo alcuni contatti con qualche connazionale, il 1° dicembre di 5 anni fa. Per molte notti ho dormito per strada o sulle panchine. Ricordo una sera, ero in piazza Cavour: sono riuscito a chiamare mia mamma. Lei, preoccupata, mi ha chiesto: ‘Sei al caldo, in una casa?’. Ho mentito le ho detto che stavo bene, che ero ben coperto, che avevo trovato un lavoro. Non era vero nulla ma non potevo addolorarla: per lei sapermi al sicuro era un dono di Dio».

E così inizia la trafila burocratica per l’ottenimento dell’asilo politico. E dopo due mesi di vita per strada arriva anche un posto al coperto per dormire, un corso di italiano di base - Mohamed parla correntemente oltre all’inglese, il curdo, l’indi e il pashtu (la lingua iranica parlata in Afghanistan e Pakistan) - un tirocinio in una cooperativa sociale segnalata dall’Ufficio Migranti della diocesi e un lavoro in un supermercato pakistano. E poi l’incontro, per perfezionare l’italiano ancora stentato, con la maestra Francesca in una biblioteca civica cittadina dove alcuni insegnanti  senior civici organizzano corsi per stranieri. «Ho capito subito che Mohamed aveva una ricchezza interiore speciale» confessa Francesca «e l’ho subito sentito come un figlio: oltre all’italiano, alla storia, alla geografia e alla nostra letteratura, Mohamed ha voluto sapere molto di più per capire la nostra cultura. Gli ho dato una mano per i documenti e per cercare di capire quale poteva essere la sua strada finché lui stesso mi ha espresso il desiderio di diventare mediatore culturale per orientare gli immigrati che hanno bisogno di aiuto per inserirsi nella nostra città».

Mohamed oggi sta frequentando il corso da mediatore e presso il Centro salesiano Rebaudengo e si mantiene consegnando cibo a domicilio e facendo traduzioni per conto dell’Ufficio stranieri e per privati. Trova il tempo per insegnare come volontario l’italiano ad altri stranieri «che come me quando sono arrivato erano senza punti di riferimento e non parlavano una parola di italiano: spero che qualcuno trovi in me un padre o un fratello maggiore come io ho trovato una mamma in Francesca. Torino è una città dove mi sono sentito accolto: nonostante le difficoltà iniziali ho incontrato persone che mi hanno aiutato in un momento di grande sofferenza. Oggi vivo qui, penso come un torinese e mi piace lavorare in questa città, non mi sento più straniero. Il mio desiderio è di restituire il bene che ho ricevuto, di essere utile alla comunità che mi ha accolto. La mia storia mi ha insegnato che una  situazione bella o brutta non è mai ferma: nulla è facile ma niente  impossibile, con l’aiuto di Dio si può andare avanti. Per me è stato così: se ce l’ho fatta io possono farcela anche altri».    

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