Giovani e lavoro, manovra timida

Legge di bilancio – inadeguate le risorse previste per lo sviluppo e l’occupazione, ferma al 58%, come all'inizio della crisi

Parole chiave: lavoro (161), giovani (196), bilancio (9), politica (122), leggi (9)
Giovani e lavoro, manovra timida

Nei giorni scorsi l’Istat ha reso noto i dati di settembre sull’andamento dell’occupazione in Italia. Il quadro che emerge contiene non pochi elementi di preoccupazione, soprattutto in una fase in cui il miglioramento del quadro economico faceva prevedere un analogo miglioramento del mercato del lavoro.

Niente di tutto questo. L’occupazione ristagna; aumenta la precarietà dei rapporti di lavoro; ha ripreso a salire la disoccupazione giovanile. Rispetto ad agosto l’occupazione è cresciuta solo di 2.000 unità; in un anno  è cresciuta di 326.000. La quasi totalità dei nuovi posti di lavoro (92 per cento) è costituita da contratti a termine.

Il tasso di occupazione si assesta al 58,1 per cento ed è ancora inferiore, anche se di poco, al livello registrato nel 2008 all’inizio della crisi. Il dato più preoccupante è, comunque, l’aumento del tasso di disoccupazione giovanile: nella fascia di età tra i 15 e i 24 anni, i senza lavoro toccano il 35,7 per cento: più del doppio della media riferita ai 28 paesi Ue (16,6 per cento). Nel segmento 25-34 anni, il tasso sale al 17,1 per cento, 6 punti al di sopra del tasso medio riferito a tutte le fasce di età (11,1 per cento).

Negli stessi giorni il governo ha reso noto i contenuti del ddl di Bilancio (la ‘vecchia’ Legge finanziaria): un provvedimento costituito da 120 articoli che ha iniziato il lungo (e sicuramente tormentato) iter di approvazione in Senato.

Di fronte a questa coincidenza viene spontaneo chiedersi se le misure contenute nel ddl di Bilancio, quando diventeranno operative, saranno in grado di ridare slancio agli investimenti e di offrire nuove opportunità di lavoro, stabili e dignitose, ai giovani, a cominciare da quelli che fanno più fatica a trovare uno sbocco lavorativo e nei quali si fa largo lo scoraggiamento. Non a caso gli ultimi dati Istat hanno registrato un significativo aumento degli «inattivi».

Per rispondere al quesito si è operato nel seguente modo: sono stati ‘stralciati’ dal ddl gli articoli che contengono misure che possono contribuire a dare slancio all’economia e a creare nuovi posti di lavoro. Nel far questo si è compiuta una piccola forzatura. Si è immaginato che l’insieme delle misure scelte facesse parte di un disegno più ampio di politica economica: un approccio indispensabile per finalizzare gli interventi ad obbiettivi ritenuti prioritari, evitando la loro dispersione e frammentazione. Il risultato di questo approccio non può che essere una  fotografia basata sull’esistente, mentre sappiamo per esperienza che la manovra del  governo subirà nel corso dell’iter parlamentare numerose modifiche non sempre migliorative.

Un primo blocco di misure riguarda l’occupazione. La più attesa riguarda la concessione di uno sgravio contributivo per spingere l’occupazione stabile giovanile. Da gennaio ai datori di lavoro privati è concesso uno sgravio contributivo del 50 per cento per i primi tre anni di contratto a tutele crescenti, con un tetto annuo di 3.000 euro.

Nel solo 2018 l’incentivo riguarderà l’assunzione a tempo indeterminato di ragazzi under 35 che non hanno mai avuto rapporti di impiego stabili, mentre da gennaio 2019  lo sgravio sarà limitato ai giovani under 30. La manovra del governo prevede anche un piano di assunzioni per rafforzare gli organici in alcuni reparti della Pubblica amministrazione, il contingente più importante riguarda le forze dell’ordine che assieme ai Vigili del fuoco ottengono 7.394 nuovi ingressi. Altre 1.400 assunzioni sono previste negli uffici giudiziari. All’Università e agli enti di ricerca sono trasferite risorse per l’assunzione di 1.611 nuovi ricercatori. Sempre in tema di occupazione sono previste nuove modalità di gestione delle crisi aziendali   che consentono al lavoratore in Cassa integrazione straordinaria (Cigs) di inserirsi in un percorso di ricollocazione anticipato con benefici fiscali per la nuova azienda che lo assume.

Nel nostro ipotetico piano per lo sviluppo e l’occupazione sono state inserite anche le misure per gli investimenti e la formazione in attività «4.0». Per i primi è prevista la proroga dell’iperammortamento fiscale al 250 per cento per i beni «digitali» e del superammortamento per i beni «tradizionali» con l’aliquota che scende dal 140 al 130 per cento. I positivi risultati ottenuti (27 mila domande presentate a metà luglio da 18 mila imprese) ha indotto il governo a rifinanziare la ‘Nuova Sabatini’ con 330 milioni, di cui 33 per il 2018. Per le imprese che effettuano spese in formazione per acquisire o consolidare le conoscenze delle nuove tecnologie previste dal piano «Impresa 4.0» (ad esempio Big data e analisi dei dati, cloud e fogcoputing, cybersecurity, manifattura additiva, Internet delle cose, robotica avanzata) è previsto un credito di imposta al 40 per cento fino ad un importo massimo annuale di 300 mila euro con una dote di 250 milioni di euro. Rimanendo nel campo della formazione è prevista una dote complessiva di 50 milioni, di cui 3 nel 2018, per gli Its, le ‘super scuole’ di tecnologia post diploma.

Se questi sono i principali contenuti dell’ipotetico piano per lo sviluppo e l’occupazione che sono stati stralciati dal ddl di Bilancio in discussione in Senato, esso appare, con qualche attenuante, inadeguato ad affrontare  con successo la situazione di costante incertezza e precarietà in cui si trovano i giovani.

Le attenuanti riguardano la buona volontà dimostrata per dare stabilità al lavoro dei giovani e per incentivare le aziende ad investire nelle nuove tecnologie di «Industria 4.0».  Le critiche riguardano l’inadeguatezza delle  risorse stanziate a fronte di un problema, quello della disoccupazione giovanile, che è la principale emergenza del nostro Paese. Non è solo un problema di bilancio, è soprattutto un problema di scelte come dimostra l’eccessiva dispersione degli interventi.

Viene da chiedersi, ad esempio, se avendo a disposizione 580 milioni di euro nel biennio 2018-2019 sia meglio destinarli alla concessione dei fantomatici Bonus per la cultura per i diciottenni o ad ulteriori incentivi alle imprese che assumono giovani in modo stabile. La risposta parrebbe scontata, ma non lo è per tutti e lo sarà solo quando il problema dei giovani sarà, non solo a parole, al primo posto dell’agenda del Governo e dei partiti.

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