Giovani, dietro la noia un ozio creativo

La vacanza dei giovani - scrive un preside 

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Giovani, dietro la noia un ozio creativo

Con la fine delle lezioni si ripropone il problema delle vacanze degli studenti. Non si vuole qui parlare dell’esigenza delle famiglie di affidare a qualcuno i propri figlioli nelle settimane in cui, perdurando le attività lavorative, non si può ancora andare in ferie tutti insieme. Quel problema l’abbiamo eluso e in parte aggirato con l’aiuto dei nonni, le varie «Estate ragazzi» e mille altre soluzioni abborracciate, che come al solito fomentano le polemiche stagionali. Qui, invece, vogliamo parlare del tempo delle vacanze, del tempo vacuo, cioè vuoto.

Come etimologia, «vacanza» è il plurale sostantivato del participio presente del verbo latino vacare, che significa, appunto, essere vuoto, libero. Libero da impegni, da lavoro, da studio; una condizione che si direbbe felice, quindi, ma così pare proprio non essere. Sembra invece che, superata la prima infanzia, l’uomo faccia di tutto per scongiurare il rischio di avere qualche momento in cui non sa che fare; sarà questo parte di quell’horror vacui, il terrore del vuoto di cui parlano gli antichi filosofi, per cui noi, quasi come le leggi della natura che saturano costantemente gli spazi, ci preoccupiamo di riempire i tempi vuoti. Anzi, ci addestriamo con cura e costanza a farlo.

Chi ha tempo non aspetti tempo

«Adesso che hai finito scuola, perché non cominci a vedere qualcosa delle materie del prossimo anno, o se proprio non vuoi… almeno metti a posto la cameretta!». Quante volte abbiamo detto (o sentito dire) frasi come questa e l’abbiamo fatto a fin di bene, perché non solo sappiamo che non si deve buttare il tempo, ma vediamo i ragazzi che non fanno nulla essere tristi, scontenti, annoiati. Eccolo il grande nemico: la noia che si vuole derivi dal latino in odio, e da qui tutti i mali. I mali sociali, ad esempio.

Il tempo è denaro. Non se ne ha mai molto, comunque mai abbastanza (sia tempo che denaro) e dunque non va sprecato nel far nulla; si va al mare con mamma e papà, ma ci si iscrive ad un corso di vela, al trekking in pineta, insomma si approfitta delle tante opportunità che anche la spiaggia offre per scongiurare la noia.

Ogni giorno deve avere il suo compito

Nulla dies sine linea, diceva la mia maestra delle elementari. Massima aurea, ma odiosissima alle nostre orecchie di bambini, perché sapevamo che come il pittore greco Apelle, che si dice pronunciò per primo la frase, non avremmo passato nemmeno un giorno di vacanza senza fare compiti, tanti ce ne caricavano addosso. E sì che le giornate della giovinezza sono lunghissime, altro che ventiquattrore, e piene di cose sempre uguali, sempre le stesse quattro o cinque; una monotonia che non ci annoiava mai. Oggi i giovani devono darsi da fare, soprattutto mostrare che si danno da fare.

Da cosa nasce cosa e il tempo la governa

In realtà così è sempre stato per tutti, ma ora mentre si danno da fare sono costantemente impegnati ad elaborare il loro lessico generazionale attraverso la connessione costante. Il dialogo è continuo e non conosce distanze, interruzioni. Questa a me pare una cosa meravigliosa, un legame straordinario. La dimensione della noia passa da individuale a collettiva. Soprattutto cambia di significato, perde buona parte della sua odiosa natura. Abbiamo paura della noia tanto da evitarla con cura. Abbiamo inventato l’espressione noia creativa, ponendo l’accento sull’aggettivo che dà luogo quasi ad un ossimoro: il far niente che produce, con una marcata funzione scaramantica: non temiamolo, ma piuttosto auguriamoci questo stato di grazia. In realtà sappiamo che la noia nella nostra vita sarà in gran parte, appunto, noiosa, qualche volta ritemprante, assai raramente creativa; questo dipende non dalla sua natura intrinseca, ma da noi, dal nostro modo di viverla e dalle età della vita: non è raro osservare come vecchi e bambini giudichino divertentissimi momenti che adolescenti e giovani reputano «di una noia mortale». Tutto sta a porsi la domanda giusta e ad evitare quelle ansiogene: «Prima c’era la scuola e si sa… ora però che cosa faccio?», «che faccio di importante, che valga la pena?».

Non è più il tempo

che Berta filava

Ma non sono più i tempi di una volta, lenti, a misura d’uomo; oggi tutti corrono, non c’è tempo di farsi troppe domande e le decisioni devono essere prese rapidamente per affrontare il continuo cambiamento. Se non si è occupati in qualche attività, occorre provvedere cercandosene una o preparandosi in qualche modo ad affrontarne di nuove. Se è festa, se non lavoriamo, se non facciamo sport, possiamo portare a lavare la macchina all’autolavaggio sempre aperto o fare la spesa al centro commerciale che non chiude mai, nemmeno alle feste, perché, dimenticati i tempi di una volta, l’imperativo è «h 24» o, più ancora, «24/7»; ventiquattrore al giorno, sette giorni su sette. E se si vive 24/7 esiste un solo nemico da sterminare: i tempi morti.

Il 24/7 è il destino che aspetta i nostri ragazzi che in queste vuote giornate di vacanza (termine che è della scuola) ancora non sono in ferie (che è invece al lessico della famiglia e del vivere dei grandi)? Perché non fanno nulla e sembrano ciondolare, appesi allo smartphone in un’ininterrotta chat con gli amici altrettanto ciondolanti? Si annoiano? Io credo invece che il loro sia piuttosto un misurare la realtà, un riconoscimento di paternità degli adulti, coi quali si paragonano, ma in modi che a noi, gli adulti, appaiono incomprensibili, astrusi perché non sono stati i nostri. Questi adolescenti sembrano intuire la saggezza da Nobel della poetessa polacca Wislawa Szymborska: «Nulla due volte accade/né accadrà. Per tale ragione/si nasce senza esperienza,/si muore senza assuefazione». Forse, allora, quello che stanno facendo questi nostri ragazzi è proprio difendersi dal 24/7 come destino segnato, la cui ineluttabilità appare già dalle nostre esortazioni: «Non stare lì ad annoiarti! Possibile che proprio non hai mai niente da fare?».

Che cosa ho fatto nelle lunghe giornate vuote della mia lontana infanzia, della non recente giovinezza? Ho contribuito a cambiare il mondo come mille volte ho pensato e altrettante ho discusso con gli amici di quegli anni? Vado convincendomi adesso che quel tempo, lungi dall’esser vuoto, era pieno di osservazione: osservavo i grandi, gli adulti, le generazioni che avevano preceduto la mia. Per osservare, per capire, ci vuole silenzio, riflessione, solitudine, tempo vuoto da altre occupazioni. Solo così possiamo stabilire che impronta ha lasciato su di noi chi ci ha preceduto e cosa noi dobbiamo a chi è venuto prima: anche in termini di restituzione del debito. Perché «per quanto ambizioso possa apparire l’obiettivo della restituzione (poiché, come individui, non riusciremo mai a ripagare il debito che abbiamo contratto), ciascuno di noi lascia il mondo in condizioni diverse da come lo ha trovato e da come, secondo le sue capacità, avrebbe potuto cambiarlo in meglio».

E proprio per suggestione, per ‘ingannare il tempo’ vuoto della vacanza consigliamo, ma ai lettori adulti, il libro di Remo Bodei «Generazioni. Età della vita, età delle cose» (Laterza, 2014), dal quale abbiamo preso il periodo che lo chiude.

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