G7, a Venaria il Summit sul lavoro. A Mirafiori una crisi lunga 30 anni

Oltre le polemiche e le contingenze il tema del lavoro, oggetto di discussione tra i Grandi,  è fondamentale per capire il nostro futuo

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G7, a Venaria il Summit sul lavoro. A Mirafiori una crisi lunga 30 anni

La settimana torinese del G7 del lavoro e dell’industria è stata preceduta da un evento negativo per la Fiat-Mirafiori, stabilimento simbolo della produzione subalpina: sono stati annunciati da Fiat-Fca altri sei mesi di contratti di solidarietà per 2.110 addetti (su 3.750 unità) delle carrozzerie, mentre per gli addetti alla produzione del Levante è annunciata una settimana di cassa integrazione.

Accanto alla critica abituale della Fiom, questa volta anche Fim e Uilm hanno alzato la voce, chiedendo all’azienda di non continuare a rinviare il secondo modello «pesante», per garantire la piena occupazione ai sei mila lavoratori del lusso, tra Mirafiori e Grugliasco; tra l’altro il segretario generale della Uilm di Torino ha rilevato che siamo alla scadenza degli ultimi ammortizzatori sociali disponibili.

Mirafiori è l’emblema del declino industriale torinese, uno stabilimento passato dai 60 mila lavoratori degli anni Ottanta agli attuali 6 mila (con Grugliasco), ovvero con una flessione del 90%. Quel che resta dell’industria torinese oggi è ancora moderno e all’avanguardia, ma drammaticamente ridotto. Il rilancio, da sempre annunciato dai vertici del Lingotto, è rimasto incompiuto, mentre altre realtà produttive di Fiat, in Italia e all’estero, sono state rafforzate e le sedi legale e fiscale sono state trasferite a Londra e ad Amsterdam. Questa osservazione non è motivata da sterile campanilismo nell’era delle multinazionali, ma dalla constatazione che Torino non può risollevarsi(oggi ha una disoccupazione giovanile al 40%) senza una moderna presenza dell’industria manifatturiera. Non si può certo rimpiangere l’economia degli anni Ottanta, ma una produzione «stop and go», con un continuo ripetersi di cassa-integrazione e contratti di solidarietà, non è all’altezza della capitale subalpina, che è alla base delle ex fortune della Fiat e della Famiglia Agnelli-Elkan.

Di Mirafiori si parla poco nei media e nei dibattiti politici; l’attenzione prevalente è al turismo-cultura e i trasporti come veicoli di crescita;certamente Torino è salita al quinto posto in Italia tra le città turistiche (dopo Roma, Milano, Venezia, Firenze), ma lo spazio economico delle attività culturali (pur importante) non ha coperto il vuoto lasciato dall’industria manifatturiera (in Regione pesa per il 10%); né i trasporti (compresa la Linea 2 del metrò) sono sufficienti da soli a determinare nuovo sviluppo; peraltro la Metropoli –necessariamente – ha dovuto indebitarsi per queste iniziative ed oggi il Comune è costretto a vendere i suoi gioielli (Iren, Caat, Aeroporto di Caselle…) per coprire i debiti, la cui entità da tempo era stata segnalata sulla «Voce» da un economista torinese molto esperto in bilanci, il prof. Giuseppe Bracco.

Ma senza una ripresa dell’industria manifatturiera (e pur in presenza di importanti realtà come il Politecnico, l’Ateneo, la Città della Salute, la rete delle piccole e medie aziende…), come potrà Torino trovare le risorse contro la disoccupazione giovanile, l’attenzione ai «nuovi poveri», l’integrazione dei migranti?

Anziché logorarsi in polemiche sterili (le elezioni amministrative sono lontane), sarebbe opportuno un confronto costruttivo tra le forze politiche (di maggioranza e opposizione), le forze sociali ed economiche, le presenze etico-culturali sul modello di sviluppo per la metropoli (sui 900 mila abitanti di Torino gravano almeno 300 mila residenti della Cintura ex industriale); in questo dibattito non può essere assente la questione industriale né la presenza di un grande gruppo come la Fiati-Fca, anche se non fa più parte dell’Unione Industriale e della Confindustria.

Ignorare i problemi e le difficoltà non serve, in una città il cui Consiglio comunale deve farsi ospitare dalla Regione perché mancano i soldi per l’affitto di una sede autonoma, essendo inagibile la Sala Rossa.

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