Europa svegliati, il mondo non aspetterà

I sessant'anni dai Trattati di Roma. Celebrazione vuota e rivolta al passato o rilancio dell'Unione?

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Europa svegliati, il mondo non aspetterà

L’Unione europea giunge stremata all’appuntamento con l’anniversario dei sessant’anni del Trattato di Roma (25 marzo). Cresciuti di numero i suoi Paesi membri, non sono cresciute altrettanto la sua forza economica, la sua coesione sociale e la sua rilevanza politica.

Dal 2009 vive una crisi che ne ha messo a dura prova la tenuta istituzionale, come ha ancora dimostrato, in occasione del referendum di giugno, la «secessione» britannica, oggi alla vigilia di una difficile «procedura di divorzio» con un negoziato lungo e complesso, che potrebbe provocare tensioni e divisioni tra i Ventisette.

Non hanno aiutato l’Ue a risollevarsi dalle sue ferite i venti di guerra che soffiano ai suoi immediati confini, né le tragiche irruzioni del terrorismo. Ne hanno ulteriormente indebolito la già fragile coesione sociale gli importanti flussi migratori che si sono riversati sul suo territorio, argomenti per movimenti populisti e xenofobi per innalzare muri in un’Europa che da vent’anni lavorava a eliminare le sue frontiere interne. Messaggi inquietanti di questo tenore sono in arrivo dalle elezioni politiche olandesi di questa settimana, da quelle presidenziali francesi e, in misura minore, dal voto in Germania.

Né è di aiuto all’Unione europea quanto sta avvenendo al di fuori dei suoi confini: dagli sviluppi di ‘democrature’ in Russia e in Turchia, con il sultano neo-ottomano Erdogan in forte tensione oggi con il governo olandese, all’arrivo al potere negli Usa di un Presidente come Donald Trump, tentato da un protezionismo a 360° e imprevedibile nella sua politica estera ondivaga, ma generatrice di tensioni per l’Europa e di rischi per la pace nel mondo.

In un simile contesto l’Unione europea si trova davanti a un bivio: riformarsi o declinare, fino a spegnersi. S’intravvedono finalmente segni di qualche sussulto per rilanciare il progetto d’integrazione europea con i Paesi fondatori e quelli dell’eurozona, che ne hanno la volontà e la possibilità. Probabilmente attorno a un’avanguardia che comincerà a sperimentare con più convinzione «cooperazioni rafforzate» e a concentrarsi su alcune politiche più rilevanti, muovendosi «a più velocità» e puntando risolutamente verso l’Unione politica.

Il paesaggio politico attuale nei Paesi Ue non è incoraggiante. La solidarietà tra i partner è al suo punto più basso da quando la Comunità europea esiste, molti governi rinviano responsabilità loro alle Istituzioni Ue, queste ultime privilegiano la cautela al coraggio, salvo nel caso della Banca centrale europea e del suo Presidente, Mario Draghi. La Germania, alla vigilia di elezioni più aperte di quanto si credesse fino a poco tempo fa, resta in posizione di attesa; la Francia è in affanno, se non nel panico, per il possibile successo di Marine Le Pen, che affonderebbe l’Ue e la moneta unica; in Olanda le elezioni tendono a premiare la destra populista e xenofoba di Geert Wilders e solo uno sbarramento compatto da parte degli altri partiti potrà salvare l’adesione olandese al progetto europeo.

Un quadro complesso che richiede di affrontare con urgenza problemi irrisolti: non solo le politiche che latitano, ma anche le Istituzioni europee che devono ritrovare la loro vocazione originaria, con una Commissione più ambiziosa e propositiva, un Parlamento più efficace e un Consiglio dei ministri in grado di decidere. Senza dimenticare di rivedere le dimensioni del bilancio Ue, oggi congelato sotto un misero 1 per cento del Pil europeo.

Non mancano i problemi, ma non mancano nemmeno le capacità di affrontarli. È venuto il momento di farlo, prima che sia troppo tardi.

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