Europa nuova terra di missione

L'indifferenza del Vecchio continente verso la fede cristiana sulla necessità di rievangelizzare l'occidente, l'analisi di padre Ugo Pozzoli, consigliere generale dei missionari della Consolata

Parole chiave: Europa (166), missione (34), evangelizzazione (3)
Europa nuova terra di missione

Nuove strategie missionarie in Europa. Ossia, rievangelizzare l’Occidente. Un tempo bacino di vocazioni e deposito di risorse per la cooperazione, il Vecchio continente è oggi sottoposto, invece, a mutamenti sociali e culturali inaspettati, in cui anche la fede cristiana richiede di essere ripensata e riproposta in forme nuove. In questa direzione si stanno muovendo i missionari della Consolata di Torino. E a padre Ugo Pozzoli, torinese, missionario per alcuni anni sulle Ande, in Colombia, già direttore della rivista «Missioni Consolata» e dal 2011 Consigliere generale dell’Istituto a Roma, abbiamo chiesto di illustrare quanto la sua congregazione ha in mente di fare e sta facendo, su questo fronte, in Europa.

Un progetto missionario che papa Francesco ha a cuore: la rievangelizzazione dell'Occidente. Perché si avverte l'urgenza di fare ora anche del nostro continente una terra di missione?

Già da un po’ di tempo la teologia della missione invita a non focalizzarsi esclusivamente sugli aspetti geografici della missione stessa: Sud-Nord, qui-là, noi-loro... Papa Francesco parla sovente di periferie. Ci possono essere, infatti, periferie geografiche, ma ci possono essere anche periferie umane e antropologiche. Allora, dove deve dirigersi la missione? Normalmente lì dove la Chiesa non arriva, dove rappresenta, se vogliamo, una testa di ponte per portare la Parola nei luoghi in cui non è stata ancora proclamata. Ma la missione è anche lì dove ci si trova, cioè all’interno della realtà in cui si vive, e chiaramente si cerca di andare in quei luoghi dove la Parola non è risuonata, o non è stata proclamata del tutto.

Pensando a come sta cambiando l’Europa, oggi, è inevitabile riscontrare spazi di «primo annuncio», una volta impensabili nel nostro continente?

Sì. In questo senso, anche i missionari della Consolata stanno riflettendo su quale possa essere in Europa il loro ad gentes. La domanda che ci stiamo ponendo è: come possiamo essere veramente missionari anche qui? Un tempo, l’Europa era considerata il bacino vocazionale per eccellenza, e il luogo per raccogliere fondi da investire poi per la missione in altre parti del mondo. Oggi la situazione è mutata, perché, oltre al fenomeno della scristianizzazione e di una certa sfiducia, soprattutto da parte dei più giovani, verso la Chiesa come istituzione, si aprono contesti nuovi che sfidano la nostra identità missionaria. Pensiamo, per esempio, al fenomeno migratorio. In questo contesto possiamo certamente dare, e di fatto stiamo già dando, una grossa mano alla Chiesa locale, che rimane la prima responsabile della missione.

Quali sono le cause che hanno portato l'Occidente ad allontanarsi dal cristianesimo, a rifiutare il Vangelo?

Penso che più di un rigetto nei confronti del Vangelo si debba parlare, forse, di indifferenza. Se c’è un rigettare, questo è rivolto più nei confronti delle istituzioni in quanto tali, Chiesa compresa. Alcune cause sono esterne, ce le ripetiamo da tempo: la «liquidità» del pensiero, un diffuso relativismo, valori un tempo fondanti e che ora vengono messi in discussione. Vi sono però anche delle responsabilità interne alla Chiesa. Io ne vedo due, in un certo senso paradossali; da una parte la perdita del sacro (il filosofo Galimberti parla di «religione dal cielo vuoto», un’osservazione che dovrebbe farci riflettere profondamente), il non aver saputo difendere lo spazio della trascendenza, accompagnando con grazia e sapienza l’anelito di spiritualità che è in tutti noi; dall’altra, non è stata sovente capace di riempire questo vuoto con una testimonianza di prossimità nei confronti dell’altro. Siamo stati forse più leviti che samaritani, ci siamo preoccupati di più delle 99 pecore del recinto invece di quella che stava fuori, con la conseguenza che oggi ne abbiamo una da custodire e 99 da andare a ricercare. La pastorale, l’animazione missionaria, la realtà stessa della missione, pertanto, ne hanno risentito. E le conseguenze si sono viste. Nel suo magistero, papa Francesco punta a dirci che soltanto testimoniando con gioia il comandamento dell’amore la Chiesa potrà rimettersi in carreggiata.

Che cosa stanno dunque progettando i missionari della Consolata?

Quello che noi cerchiamo, in tutto l’Istituto, è di avere una maggiore sintonia tra il missionario e la missione, facendo in modo che il missionario si riappropri del carisma ad gentes. Lo dicono le nostre stesse Costituzioni: per la missione ad gentes, quindi per una Chiesa in uscita. Si tratta di una missione che deve tenere conto della realtà in cui si opera, che deve, per sua stessa natura, contestualizzarsi. Noi, missionari della Consolata, stiamo ripensando ai modi in cui spenderci affinché il Vangelo possa sposare la realtà. E questo esige da parte nostra una preparazione specifica. Da un punto di vista spirituale soprattutto, io direi. Ma anche da un punto di vista culturale.

Come si rispecchiano in questo contesto gli ideali, le direttive, i suggerimenti per la missione ad gentes del vostro fondatore, il beato Giuseppe Allamano?

Credo senz’altro che le regole poste dal nostro fondatore siano quelle che in qualche modo ci hanno ispirato fino a ora. Ma parte della nostra riflessione oggi è anche rivolta alla lettura del carisma dell’Allamano, e del missionario della Consolata, in un ambiente specifico, diverso da quello in cui viveva il fondatore nel Santuario a cavallo fra il XIX e il XX secolo. Oggi siamo in una situazione differente, viviamo in contesti che ci interpellano in maniera diversa. Però riteniamo che alcuni insegnamenti e ispirazioni del nostro fondatore siano decisamente attuali. Faccio solo un esempio: il vivere in spirito di famiglia, in unione di intenti era ciò che l’Allamano chiedeva ai suoi missionari e alle sue missionarie. Certamente, in un mondo così frammentato, dove la persona viene ridotta a individuo, credo che questa sua intuizione sia tuttora molto valida e abbia il suo significato. D’altro canto, l’aspetto interculturale o multiculturale delle nostre comunità, così come caratterizzate oggi, l’Allamano non lo conosceva. E in un’Europa chiamata ad avere uno spirito di accoglienza e di fraternità, tale aspetto rappresenta senz’altro per le nostre comunità una sfida, oltre che una proposta.

Come si sopperisce alla carenza delle vocazioni per intraprendere questo nuovo cammino di riavvicinamento al Vangelo?

Innanzitutto bisogna dire che noi, missionari della Consolata, negli ultimi vent’anni non abbiamo avuto un significativo calo di vocazioni religiose. Quando sono entrato in Istituto, nel 1991, eravamo un migliaio; oggi le vocazioni si aggirano sulla stessa cifra. Cosa è cambiato rispetto al passato è la provenienza geografica di molti dei nostri membri, che adesso provengono prevalentemente dal continente africano. Per quello che ci riguarda, dunque, cambierà il nostro stile di fare missione. Sicuramente la prospettiva sarà diversa. Perderemo alcune cose, ne guadagneremo alcune altre. Non credo, però, che per rispondere al calo delle vocazioni e per una nuova evangelizzazione dell’Europa si debba contare solo sull’affluenza di persone provenienti da altri continenti. Dico questo, sapendo molto bene che le nostre forze di Istituto originarie dei Paesi europei (come del resto quelle della Chiesa locale) stanno diminuendo. Molti missionari sono anziani e hanno già dato tutto il meglio di loro stessi nella missione che hanno portato avanti in altri continenti. Ritengo quindi che si debba maggiormente puntare sulla riorganizzazione e su una più consapevole responsabilizzazione del laicato. Lo si dice già da tempo, ma purtroppo è una strada che non è stata molto perseguita. Inoltre, si deve fare leva su una maggiore cooperazione fra tutte le forze pastorali e missionarie, e su un lavoro in rete, che attualmente si sta già intensificando e permetterà, secondo me, di operare meglio.

Nell'Evangelii Gaudium ci sono spunti e suggerimenti che papa Francesco ha proposto per rivitalizzare il messaggio cristiano anche in Occidente. In particolare, è sottolineato il fatto che le periferie esistono anche da noi e che l'attività pastorale e missionaria s’identifica nella Chiesa in uscita. Inoltre, il Papa afferma che il cristiano è missionario per sua stessa natura. Come si confrontano i missionari della Consolata con queste sollecitazioni?

Credo sia molto importante per noi fare attenzione a ‘come’ il Papa pronuncia queste frasi, alla forza che, in questo senso, dà alle sue parole. Ciò che il Papa ha sottolineato, il mondo missionario lo sostiene da tempo. Non possiamo dunque essere sorpresi. Il richiamo del Santo Padre alle nostre responsabilità ci mette giustamente in crisi per il fatto che in passato non sempre siamo stati sufficientemente attenti a dare corpo e azione a quelle parole.

Il terreno era già stato arato e seminato, ma la nuova evangelizzazione dell’Occidente non pare un compito facile. Oppure no?

Bisogna entrare nella logica del Regno di Dio, una logica fatta di un piccolo seme che, una volta seminato, cresce, dice il Vangelo di Marco, senza che chi l’ha seminato si renda conto del come, ma che porta ad avere frutto. Proprio perché questa Parola, al di là dell’azione del seminatore, ha una sua vita propria, che cresce nel cuore delle persone e, spesso e volentieri, in forme impensate. Ecco, credo che sia importante, in Occidente, in Europa, così come in altri continenti, essere questo piccolo seme. Non preoccupiamoci più di tanto dei numeri, se saremo pochi o tanti; l’importante è che continuiamo a coltivare quella caratteristica che rende il missionario veramente tale: la testimonianza. Senza testimonianza, non c’è missione. Ogni missionario, ognuno di noi, deve fare quel poco o quel tanto che può. Poi il Signore farà il resto. Farà crescere quel piccolo seme.

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