Una economia di comunione scelta per il nostro futuro

Luigino Bruni a Torino il 25 febbraio al Sermig sulle orme di Chiara Lubich

Parole chiave: civile (1), economia (60), alternativa (1)
Una economia di comunione scelta per il nostro futuro

Luigino Bruni è professore Associato in Economia Politica al Dipartimento di Economia Politica dell’ Università Milano Bicocca ed all’Istituto Universitario Sophia di Loppiano (FI).

Oggi sempre più spesso si parla di economia civile. Vuol dire che esiste un’economia incivile?

L’economia civile si fonda, ad esempio, sull’idea di fraternità, sul rispetto dell’ambiente e sulla ricerca del bene comune anche in campo economico. Questa è una realtà concreta dell’ economia di mercato che si muove all’interno di un quadro dove ci sono soggetti che puntano esclusivamente al profitto, sfruttando persone, materie prime e informazioni solo a proprio vantaggio, senza curarsi se quelle decisioni possano arrecare danno ad altri o al sistema complessivo. In questo senso è incivile quell’economia egoista che inquina e specula in spregio della dignità umana e del mondo che ci circonda.

 

L’economia civile e di comunione rappresentano una valida alternativa al modello capitalistico dominante?

Il sistema economico capitalistico, così come viene dipinto dall’ideologia dominante, non è un blocco monolitico come lo si vuol fare apparire. Oltre alle grandi multinazionali e alle grandi banche d’affari esistono centinaia di piccole e medie imprese che pongono al centro del proprio interesse le comunità con cui interagiscono, strutture bancarie cooperative e di finanza etica che praticano il microcredito e il sostegno all’economia locale e reale. Questo paradigma esiste anche se poteri forti e lobbies tendono ad oscurarlo.

 

Microcredito, finanza etica, impresa cooperativa propongono una visione antropologica e a un modello di sviluppo diversi da quelli dominanti. Oltre all’impresa in senso stretto quali sono gli altri settori in cui trovano applicazione i principi dell’economia civile?

Risparmio e investimento, consumo e produzione di beni e servizi riguardano la realtà contemporanea nella sua interezza. I movimenti vicini all’economia civile e di comunione, ad esempio, sostengono con convinzione le battaglie contro il gioco d’azzardo. Questo per diversi ragioni: le ludopatie sono gravi malattie che distorcono gli equilibri sociali ed economici. Il gioco d’azzardo altera le funzioni classiche dell’economia come il risparmio e il consumo. Quindi insieme all’elemento di una condivisibile battaglia etica, si pongono problemi economici e di salute.

 

Torino è una città in grande trasformazione. Può essere luogo ideale dove sperimentare con maggiore incisività questa nuova frontiera dell’economia?

Torino è già una delle patrie dell’economia civile e di comunione. A Torino si sperimentano ormai da anni forme sempre più articolate e complesse di questa nuova economia. E’ sempre stata una città d’avanguardia e anche in questo caso non è da meno. Inoltre, come laboratorio di innovazione sociale si presta perché di fronte al declino dell’economia industriale e manifatturiera ci sono ampi spazi per dare libero sfogo all’ingegno e alla creatività tipica di questa città. La grande crisi in questo senso è un’opportunità per ripensare il modello di sviluppo e immaginare una città nuova che Torino sta cogliendo con grande entusiasmo e determinazione.

 

Se dovesse dare un consiglio ad un giovane che oggi decidesse di fare impresa cosa gli direbbe?

Innanzitutto che il mondo oggi è pieno di opportunità. Nonostante tutto viviamo una fase dell’umanità straordinaria. La rivoluzione informatica, le possibilità offerte da internet, le nuove modalità di viaggio e spostamento offrono stimoli creativi inimmaginabili fino a poco tempo fa. Oggi si può realizzare un’impresa di successo anche con poche centinaia di euro, mentre prima l’imprenditore aveva bisogno di ingenti risorse da investire in macchinari, impianti e attrezzature. Fondamentale, però, è la consapevolezza che collaborazione e cooperazione possono fare la differenza. Non bisogna farsi vincere dalla mitografia dei singoli alla Mark Zuckerberg oppure alla Steve Jobs. L’economia è collaborazione, è comunità e anche dietro l’epopea di questi singoli in realtà si nascondono storie di gruppi e comunità.

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