Il lavoro e la sua dignità il libro di Parola alla Fondazione Donat-Cattin

La legge 300 del 1970,“Statuto dei lavoratori” in un saggio storico

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Il lavoro e la sua dignità il libro di Parola alla Fondazione Donat-Cattin

Per questo è importante l’iniziativa promossa il 3 febbraio dalla Fondazione Carlo Donat-Cattin  nella quale è stato il saggio di Alessandro Parola “Quando l’operaio diventa cittadino, Statuto dei Lavoratori: una storia di diritti”. Con l’autore Alessandro Parola e moderati dal direttore della Fondazione Giorgio Aimetti sono intervenuti, Cesare Damiano, presidente della Commissione Lavoro della Camera dei Deputati,  Tiziano Treu, docente di Diritto del lavoro e il sociologo Bruno Manghi.  La ricerca dello storico cuneese nasce grazie al giacimento prezioso e ricco conservato della Fondazione Carlo Donat-Cattin, promotrice dello studio. Grazie alla copiosa e inedita documentazione l’autore ha valorizzato il patrimonio di idee e azione politica di una dei protagonisti della storia dell’Italia repubblica dentro un contesto storico di profondi cambiamenti. Oggi che il mondo del lavoro è cambiato, la società plurale e multiculturale sprona cittadini e rappresentanti della Polis a ripensare un nuovo contratto sociale. Lo Statuto dei lavoratori rappresentò allora e per molto tempo, tra luci e ombre, un simbolo dell’inclusione sociale che i governi parlamentari del centrosinistra vollero riconoscere.

 

Per questo oggi lo Statuto andrebbe studiato, conosciuto e rinnovato,  presentato ai giovani con studi e testimonianze dirette,aggiornato dal legislatore e metabolizzato dalla società civile, adattandolo al mondo attuale che dei principi fondamentali di dignità e rispetto della persona, inseriti nella Legge 300, ha ancora bisogno. I relatori hanno posto l’accento sul clima difficile in cui il Governo e la politica si trovarono ad affrontare un nodo, quello di dare dei diritti ai lavoratori che fino a quel momento ne erano privi, che non poteva essere eluso oltre.

 

I protagonisti di quel passaggio, avvenuto in un contesto contrassegnato dai postumi della contestazione e caratterizzato da forti tensioni sociali, furono i ministri del Lavoro Giacomo Brodolini e il capo della sua segreteria legislativa Gino Giugni, entrambi socialisti, e Carlo Donat-Cattin, democristiano.  Fu quest’ultimo, esponente della sinistra sociale Dc, subentrato a Brodolini, che era deceduto prematuramente a soli 49 anni, a portare il testo all’approvazione del Parlamento. Quello oggi più colpisce  è la straordinaria capacità di un ristretto gruppo di persone di interpretare una situazione complessa in modo assolutamente non scontato. Ci si rende conto che tramite lo Statuto ,il sindacalismo entra nei luoghi di lavoro, una pagina di riformismo che resta , ancora oggi un riferimento per le migliori politiche del lavoro. Punto di diritto e punto di fatto trovano una felice sintesi: lo Statuto cambia la prospettiva della partecipazione del lavoratore all’organizzazione del lavoro e alla disciplina del lavoro.

 

Se è vero che le condizioni di lavoro odierne sono radicalmente mutate rispetto a quegli anni, è comunque innegabile che lo Statuto dei Lavoratori – di cui solo successivamente si colse la portata – aprì una stagione di diritti di cui oggi non si ha sempre piena consapevolezza.

 

Nella ricostruzione storica trovano spazio i retroscena che hanno visto come attori principali Giuseppe Di Vittorio, Pietro Nenni, Giacomo Brodolini, Gino Giugni e Carlo Donat-Cattin. Una vicenda altamente simbolica, perché promulgare una legge sui diritti dei lavoratori significò dare al lavoro, su cui già i padri costituenti avevano voluto fondare la Repubblica, un riconoscimento aggiornato in termini di forza e dignità. La sfida di oggi , tanto per la politica e per il sindacato, nel rispetto dei reciproci ruoli, è quella di applicare i diritti ei principi fondamentali dello Statuto in un contesto molto diversificato e complesso .Le tutele si devono fare carico non solo di difendere il lavoro, ma anche di promuoverlo, pensiamo alle politiche attiva,al diritto alla conoscenza, alla formazione, all’intreccio con il welfare e la conciliazione vita e lavoro e il rapporto con il territorio. Solo così si potrà reggere e dare risposte al novo mercato del lavoro a cui nel centro ci deve essere l’uomo e non la merce.

 

Per il sindacato è necessario rimettersi in discussione e concepirsi come  associazione “carovana” e cerniere. Associazione in grado di rimettere insieme la frammentazione sociale e orientare la società intera mettendo in crisi il pensiero unico e muovendo verso orizzonti di futuro sostenibile e di benessere sociale condiviso. Sta a noi fare in modo , per le future generazioni, che siano anch’essi una storia di diritti,grazie alla memoria generativa di quella grande stagione che aveva portato all’approvazione dello Statuto dei lavoratori.

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