Colombia: «una pace tutta da costruire»

L'intervista con l'ambasciatore della Repubblica dello Stato sudamericano presso la Santa Sede Guillermo León Escobar Herrán che ha aperto il ciclo dei «Giovedì dell’ottobre missionario» 

Parole chiave: colombia (3), missionario (4), chiesa (611), ottobre (3), papa (634)
Colombia: «una pace tutta  da costruire»

La gente pensa che firmare la pace sia essere in pace. Firmare la pace è importante, ma il post conflitto è la parte più difficile di ciò che bisogna costruire…». Parla, e dallo sguardo e dal tono, si coglie tutto il peso e la forza che racchiudono queste parole. Ci sono «dietro» anni di diplomazia, di incontri, di attese, di morti e di vendette, c’è la consapevolezza di un traguardo importante raggiunto e al tempo stesso di un lungo percorso ancora da compiere minacciato da sete di vendetta, da logiche di potere, dal «negozio» del narcotraffico e dal commercio delle armi. 

A Torino, giovedì 5 ottobre, a ripercorrere la sanguinosa storia della Colombia è l’ambasciatore della Repubblica dello Stato sudamericano presso la Santa Sede Guillermo León Escobar Herrán. Apre il ciclo dei «Giovedì dell’ottobre missionario» offrendo la sua testimonianza di diplomatico coinvolto in prima persona nel cammino di pace del suo Paese segnato il 24 novembre scorso dalla firma dell’accordo di pace tra il presidente Juan Manuel Santos e le Forze armate rivoluzionarie (le Farc), rivelando le tappe che hanno portato Francesco a Bogotà, Villavicencio, Medellín e Cartagena dal 6 all’11 settembre scorso, e il ruolo della Chiesa nel disarmo.

Un percorso nella storia di un Paese che l’ambasciatore ha descritto a partire dagli inizi del ‘900, segnato, oltre che dalla guerriglia, negli ultimi anni da una realtà ancora peggiore «il negozio del narcotraffico che ha corrotto il governo, le forze militari, la guerriglia stessa, i giudici» e che rischia di pregiudicare il futuro.

Parla Herran, e, per far capire il peso del problema, ricorda quell’assalto a fine del 1985 alla Corte di giustizia in cui «morirono i giudici del Paese, bruciarono i documenti e ancora si discute se è accaduto per incarico dei signori della droga per far dimenticare i processi contro i responsabili». Ricorda che proprio in quel contesto di sangue e violenza arrivò Giovanni Paolo II portando «un pensiero importantissimo: che non c’è pace se non c’è bene comune, se non c’è sviluppo dei popoli, se non c’è ‘equitas’. L’‘equitas’ che deve realizzarsi perché la Colombia non è un Paese povero, ma dove una minoranza ha tutto e la maggioranza niente».

«Pensava Giovanni Paolo II che lo strumento per incominciare a camminare su questa via fosse il lavoro», aggiunge, «ma fece anche presente l’importanza di ritornare alle negoziazioni di pace: eravamo nell’86. Ci sono voluti anni perché questi messaggi hanno bisogno di tempo per penetrare l’animo della gente e così siamo arrivati al 2000, quando abbiamo cominciato seriamente l’ultima fase delle trattative con le Farc. Dove? In Vaticano, là, nell’‘underground di Santa Marta’, abbiamo avuto buona parte delle conversazioni di pace per iniziare un percorso che è durato 17 anni, perché in politica per commettere un errore basta un minuto, per correggerlo ci vogliono decadi. Mi ricordo che si discuteva di giorno e poi la sera andavamo a Trastevere a ‘socializzare’ su ciò di cui si era parlato. Questo è stato l’inizio, ma nessuno lo ricorda, perché ancora non si può dire ciò di cui si parlava, ma con il tempo arriveranno anche queste notizie… In questo inizio Giovanni Paolo II ha messo il suo prestigio e lo ha fatto anche attraverso comunità religiose: i missionari della Consolata, i gesuiti non sono ‘innocenti’ rispetto alla pace della Colombia!».

Tanti anni di trattative «perché parlare del disarmo non è facile: la prima questione, quando cedo le armi, è capire quali sono le mie garanzie… Questo si è fatto nel governo di Pastrana Rango (dal ‘98) durato 4 anni. Ricordo diverse medaglie che allora Giovanni Paolo II inviava al capo della guerriglia e mi diceva ‘questo è per il capo perché non si dimentichi che noi stiamo lavorando al processo di pace’».

Trattative che hanno avuto un periodo difficile con il governo di Velez: «Con lui si è ridotto il contatto, ma alla fine la guerriglia non ha potuto vincere lo Stato e lo Stato non ha potuto vincere la guerriglia. E quando si arriva a questa situazione di stallo è normale che si debba dialogare. Questa è la decisione che ha preso Santos». «Mi ricordo la prima visita del Presidente Santos al Papa: è uscito con solo una idea fissa ‘non uccidere’. Se si parte dal non uccidere, si arriva a capire che il silenzio delle armi è necessario per mettersi d’accordo».

Dai contatti del Presidente Santos con Papa Bergoglio alla decisione del viaggio di Francesco, il passaggio è stato un nuovo tassello nel percorso di pace: «Bergoglio un giorno ci ha detto ‘Signor Presidente, signor ambasciatore, io vado in Colombia: ma ho bisogno di un ‘blindaggio’: dove è la legge a favore delle vittime? Dove è la legge della ripartizione territoriale della riforma agraria? Dove è la legge che riconosce i diritti alle minoranze indigene afroamericane? Dove è la legge che rende possibile lasciare le armi? Chi riceverà le armi che la guerriglia lascia? E dove saranno messi quelli che vorranno vivere in pace? Quando questo sarà chiarito io farò la mia parte’. Così abbiamo cominciato il lavoro e portavamo le informazioni in Vaticano attraverso la Nunziatura, la Segreteria di Stato, finché il 26 gennaio di quest’anno il Papa ha detto: ‘È arrivata l’ora che faccia il ‘blindaggio’ spirituale di tutti questi sforzi che sono stati fatti per la società civile, le minoranze, per le forze armate, anche per i guerriglieri e per il governo».

Un annuncio che però non è stato subito accolto positivamente… «Da quando ha detto ‘vado’ sono arrivate mail, lettere e poi telefonate… dicevano ‘il Papa non deve venire, non deve fare questo errore’… Non ho mai visto una valanga così grande di messaggi che chiedevano al Papa di andare in Colombia solo dopo il 2018, sotto un nuovo Presidente. Allora la Chiesa ha fatto un bellissimo gesto: ha donato al Presidente il premio internazionale Francesco d’Assisi e tanti sono rimasti in silenzio, altri più duri han parlato del marxismo del Papa, del trionfo della Teologia della liberazione...».

Il viaggio c’è stato e anche le tappe non sono state «casuali» per il processo di pace. «Un giorno ricevo una chiamata delle Farc: ‘Vogliamo andare alla Messa a Bogota’;  naturalmente rispondo che la Messa è per tutti i fedeli laici e così senza insegne, senza armi, senza il bracciale sono stati anche loro alla celebrazione principale del Papa… Poi l’incontro a Villavicencio: il Presidente era là, le forze armate erano là, il Papa era là e chi ha parlato? Le vittime e i carnefici sono stati gli attori principali e questo è importantissimo perché la guerriglia è stata in dialogo, non spettatrice».

Il Papa ha scelto come motto del viaggio «Il primo passo»: primo passo di una pace che ha messo negli ultimi mesi fondamenta preziose, ma che si deve ancora scontrare con una realtà complessa, con una società dove, conclude l’ambasciatore, «oggi la legge dice a coloro che hanno preso delle proprietà degli altri che queste devono essere  restituite; dove emerge la  piaga della corruzione e nessuno è innocente; dove tutti sono armati e ci sono 500 mila militari che sanno fare una cosa sola – sparare –  così come i signori delle Farc; dove tutti abbiamo dei morti da piangere e il perdono non è facile. Il Papa ha fatto il miracolo di portare la gente a pensare che, uccidendo, non c’è futuro. A maggio faremo un bilancio su cosa ha significato questo per la Colombia, su cosa ha cambiato il viaggio del Papa, ma io sono ottimista e penso che un giorno potremo contare i secondi e terzi passi fatti…». 

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